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Approfondimenti

Educarsi alle AI o educare le AI: lavoro, formazione e governance nella grande transizione tecnologica

Alla Camera un confronto tra istituzioni, imprese, accademia e mondo dell’education sull’impatto dell’intelligenza artificiale. Al centro del dibattito il futuro del lavoro, il ruolo della scuola, la responsabilità delle aziende e la necessità di governare il cambiamento mettendo la persona al centro.

L’intelligenza artificiale non è più una prospettiva lontana né una questione confinata ai laboratori di ricerca o alle grandi piattaforme tecnologiche. È già entrata nella vita quotidiana, nei processi produttivi, nella formazione, nelle decisioni aziendali e nelle abitudini di milioni di persone. L’ incontro istituzionale promosso da Fondazione Randstad e AI Humanities, ospitato alla Camera dei Deputati, ha riunito rappresentanti delle istituzioni, studiosi, manager, imprese e protagonisti del mondo dell’istruzione per interrogarsi su una domanda che sintetizza il cuore del dibattito contemporaneo: educarsi alle AI o educare le AI? La questione non riguarda soltanto l’innovazione tecnologica in sé, ma il modo in cui la società sceglierà di attraversarla. L’intelligenza artificiale, infatti, non si limita a eseguire comandi o ad automatizzare operazioni ripetitive, sempre più spesso è in grado di formulare previsioni, suggerimenti, raccomandazioni, influenzando processi decisionali, modelli organizzativi e comportamenti individuali. Per questo la posta in gioco non è solo economica o produttiva, ma anche culturale, educativa, etica e politica.

La sfida: non subire il cambiamento, ma governarlo

In apertura dei lavori è stato sottolineato come la transizione digitale debba essere guidata e non subita, il rischio è che l’essere umano perda progressivamente capacità di azione, autonomia di giudizio e spirito critico, affidandosi all’algoritmo in modo automatico e inconsapevole. Il problema non è l’utilizzo dell’AI in quanto tale, ma il suo uso inconsapevole, da qui la necessità di un’educazione digitale solida, diffusa e continua, capace di fornire conoscenze e competenze adeguate soprattutto ai più giovani. Promuovere queste competenze, è stato sottolineato, significa anche contrastare nuove forme di esclusione e disparità, impedendo che il divario tecnologico si trasformi in divario sociale. Il confronto si è concentrato, inoltre, sul rapporto tra intelligenza artificiale e mercato del lavoro: da un lato, la tecnologia può contribuire a far crescere la competitività del Paese, migliorando la produttività e rendendo più efficiente l’uso delle risorse, dall’altro l’AI generativa e i sistemi avanzati di automazione stanno modificando in profondità professioni, competenze e modelli organizzativi, con effetti che possono riguardare sia i lavori a bassa specializzazione sia quelli ad alto contenuto cognitivo. Fondazione Randstad ha spiegato le ragioni che hanno portato a sostenere un’iniziativa dedicata a osservare l’impatto dell’intelligenza artificiale attraverso la lente delle scienze umanistiche, così da poter fronteggiare la forte urgenza etica e la rapidità del cambiamento in atto. Da una parte, imprese, manager e lavoratori vivono una fase di transizione in cui cresce l’incertezza rispetto al futuro delle professionalità, dall’altra, ciò che oggi appare consolidato potrebbe risultare superato nel giro di pochi mesi. L’obiettivo della fondazione è creare consapevolezza e offrire strumenti interpretativi che aiutino il sistema produttivo e il mondo del lavoro a non fermarsi alla dimensione numerica dei fenomeni, ma a comprenderne anche le implicazioni sociali e umane. Occorre costruire luoghi di confronto, ricerca e riflessione capaci di mettere al centro il pensiero prima ancora delle decisioni operative. In questo senso, l’attività di Randstad Research e i momenti di condivisione promossi dalla fondazione sono stati presentati come strumenti per leggere la trasformazione in corso con maggiore profondità.

Giovannini: il futuro non è scritto, dipende dalle nostre scelte 

Il professor Enrico Giovannini, ha invitato a superare ogni visione semplicistica; il futuro dell’intelligenza artificiale, ha osservato, non è già scritto e non si presta a conclusioni nette, né in senso apocalittico né in senso salvifico, al contrario, dipende dalle scelte che istituzioni, imprese e società decideranno di compiere. Giovannini ha ricordato che il concetto di lavoro, nelle definizioni più aggiornate a livello internazionale, non coincide soltanto con l’occupazione retribuita, il lavoro comprende molte attività che strutturano la vita quotidiana, dal lavoro di cura a quello volontario. Per questo, l’impatto dell’intelligenza artificiale e della robotica non si fermerà alla dimensione strettamente economica, ma attraverserà l’intero spettro delle attività umane. Secondo il rapporto, l’AI trasforma il lavoro almeno su due fronti: il primo riguarda la creazione e la distruzione di posti di lavoro; il secondo riguarda la trasformazione delle competenze richieste. I lavoratori più giovani e con minore livello di istruzione risultano maggiormente esposti ai processi di automazione, così come le regioni con forte presenza di manifattura tradizionale e i settori basati su attività routinarie, tra cui manifattura, logistica, servizi a basso valore aggiunto, grande distribuzione e turismo.

L’Italia, è stato osservato, parte da una posizione fragile sul fronte della formazione continua lungo tutto l’arco della vita, e questa debolezza, se non affrontata, rischia di trasformarsi in un limite strutturale proprio nel momento in cui l’adattabilità delle competenze diventa decisiva. Da qui la necessità di investire non solo su hard skill tecniche, ma anche su competenze trasversali, capacità relazionali, pensiero critico, creatività e attitudine all’apprendimento continuo. Pensare che l’etica sia un argomento accessorio o soltanto teorico sarebbe, secondo quanto emerso, un errore di prospettiva. Il punto è capire se il futuro dell’intelligenza artificiale sarà guidato solo da logiche di mercato oppure anche da valori umanistici, trasparenza e responsabilità. Questo implica una conseguenza concreta: accettare che, in alcuni casi, scegliere l’etica significhi anche sostenere dei costi. La trasparenza degli algoritmi, la chiarezza delle regole interne alle organizzazioni e la capacità di contrastare disinformazione e misinformazione diventano quindi elementi essenziali di una governance consapevole. Se un Paese o un continente non si occupano del proprio futuro digitale, ha osservato Giovannini, saranno altri a deciderlo. In questo contesto l’Europa, pur con tutti i limiti e le criticità del proprio impianto regolatorio, ha avuto il merito di provare a normare questi processi, rivendicando un ruolo nel definire il rapporto tra innovazione, diritti e democrazia.

Le imprese tra investimenti enormi e ritorni ancora incerti

Nel primo panel, dedicato alle frontiere dell’innovazione e alla trasformazione dei settori ad alta tecnologia, è emersa con forza la distanza tra la dimensione degli investimenti e la difficoltà di tradurli in valore concreto. Orson Francescone, Managing Director di Financial Times Live, ha descritto l’attuale fase come uno dei più grandi cicli di investimento della storia moderna.  Tuttavia, a fronte di questa accelerazione, i ritorni economici restano incerti; molte aziende hanno avviato sperimentazioni, test e progetti pilota, ma poche sono riuscite a portare l’intelligenza artificiale in produzione su larga scala e a generare impatti finanziari tangibili L’intelligenza artificiale non cambia solo processi e mansioni: cambia anche la distribuzione del potere nelle organizzazioni, perché modifica chi decide, chi valida e chi assume la responsabilità finale. Il tema della convivenza tra uomo e macchina è stato affrontato da Massimo Comparini, il quale ha portato la prospettiva del settore spaziale.

In un ambito di frontiera come quello dell’esplorazione dello spazio, l’interazione con sistemi intelligenti è destinata a diventare sempre più stretta, le missioni future, è stato osservato, vedranno uomini e donne operare accanto a macchine autonome, chiamate non solo a eseguire compiti ma anche a collaborare in ambienti complessi e ad alta intensità decisionale. Secondo Comparini, in un contesto di sviluppo tecnologico così rapido, la componente umanistica diventa l’unico vero strumento per porre limiti, definire principi e mantenere il controllo dei processi. La regolazione è importante, ma da sola non basta: serve una cultura diffusa del pensiero critico e della responsabilità. Giampaolo Barozzi di Cisco, ha invitato a superare un’idea troppo riduttiva dell’intelligenza artificiale come semplice strumento, esseri umani e AI devono essere considerati come parti di un unico ecosistema, le aziende non possono limitarsi a inserire l’AI in singoli passaggi di un processo, ma devono ridisegnare l’intero flusso di lavoro. Barozzi ha insistito sulla necessità di creare veri laboratori di sperimentazione, fisici e virtuali, in cui competenze tecnologiche, giuridiche, organizzative e umanistiche possano dialogare. Se il mondo del lavoro cambia, anche la scuola e l’università sono chiamate a cambiare.

Nel secondo panel il confronto si è concentrato sul sistema educativo e sul suo grado di preparazione rispetto a una trasformazione che investe metodi, contenuti e finalità dell’apprendimento. Secondo Monica Poggio, immaginare di poter “educare” l’intelligenza artificiale in senso pieno è probabilmente illusorio; più realistico è pensare a come educare noi stessi a convivere con una tecnologia pervasiva, opaca in molti dei suoi meccanismi e destinata a incidere non solo sul lavoro, ma sul senso stesso dell’essere umano nella società. Da qui la critica a un sistema educativo che fatica a tenere il passo della velocità tecnologica e a un mercato del lavoro ancora legato a categorie statiche, mansionari rigidi e modelli organizzativi superati.  Su una linea simile si è mosso Marco Berardinelli, di Google, che ha posto l’accento sul ritardo con cui la scuola affronta temi come soft skill, problem solving e pensiero critico. Il rischio, in presenza dell’AI generativa, è evidente: lo studente utilizza la tecnologia come scorciatoia, delegando il compito alla macchina senza sviluppare davvero il proprio processo cognitivo. L’intelligenza artificiale offre grandi opportunità di inclusione e personalizzazione dell’apprendimento, ma apre anche la strada a forme di impoverimento cognitivo se non viene accompagnata da un uso consapevole.

 Il ruolo degli ITS: formare per i lavori che stanno cambiando

Nel dibattito è emersa con particolare interesse l’esperienza degli ITS Academy, presentata come uno dei luoghi in cui il legame tra education e trasformazione tecnologica si manifesta in modo più diretto. Rossella Fasola, presidente di Fondazione ITS Academy Tech Talent Factory, ha illustrato un modello basato sul learn by doing e sulla collaborazione costante tra sistema formativo e imprese. L’ITS, ha spiegato, si colloca esattamente dentro la prima parte del dilemma proposto dal convegno: educare all’intelligenza artificiale. L’obiettivo è offrire a ragazze e ragazzi diplomati non solo una formazione tecnica, ma un ponte verso futuri professionali possibili, in un contesto in cui le figure lavorative cambiano rapidamente, non si tratta semplicemente di insegnare un mestiere, ma di costruire capacità di adattamento, consapevolezza e attitudine a porsi domande. La formazione deve spostarsi anche sul controllo, sulla verifica, sulla supervisione e sulla capacità critica nei confronti di ciò che la macchina produce.

Nelle conclusioni, l’onorevole Giulio Centemero ha riportato la discussione sul terreno della regolazione: il rapporto tra innovazione e norma resta complesso, soprattutto in sistemi giuridici di civil law. Il riferimento è andato agli strumenti di sandbox regolamentare, già sperimentati in altri ambiti come fintech e insurtech, e oggi riproposti nel quadro del decreto AI e dell’AI Act europeo. Secondo Centemero, la vera sfida non è inseguire i grandi modelli linguistici su un terreno già dominato da altri attori globali, ma trovare per l’Europa e per l’Italia uno spazio competitivo nelle applicazioni, nei processi e nel rapporto tra intelligenza artificiale e lavoro. 

Una transizione da vivere con consapevolezza

L’intelligenza artificiale rappresenta un passaggio epocale e irreversibile, che non può essere affrontato né con fatalismo né con superficialità, non esiste una risposta semplice alla domanda se sia più urgente educarsi alle AI o educare le AI. Probabilmente, come emerso più volte nel corso del confronto, servono entrambe le cose, ma con una priorità chiara: rafforzare la qualità umana delle nostre decisioni. Questo significa investire in formazione continua, ripensare la scuola, costruire nuove politiche del lavoro, promuovere governance trasparenti e accettare che il nodo dell’etica non sia ornamentale, ma strutturale. L’intelligenza artificiale può amplificare capacità, migliorare processi, aprire possibilità inedite, ma perché ciò avvenga, è indispensabile che resti ancorata a una visione in cui la persona non sia un elemento residuale, bensì il punto di partenza e di arrivo di ogni trasformazione. È su questo equilibrio, emerso con forza nel corso del convegno, che si giocherà una parte decisiva del futuro del lavoro, della formazione e della democrazia tecnologica.

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