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​Astensionismo - Il non voto è un problema per la democrazia

Roma, 3 marzo 2026 - L’astensionismo è un problema per la democrazia? La domanda, scelta come titolo del convegno alla Camera dei Deputati è stata il filo conduttore di una mattinata di interventi politici, accademici e associativi, organizzata a partire dalla presentazione del rapporto “Fragilitalia” curato dall’area studi di Legacoop con Ipsos.

Il dato di partenza è semplice ma pesante: quasi un italiano su due non vota più, e tre cittadini su quattro ritengono che l’astensione sia un problema serio per la tenuta del sistema democratico. Eppure, accanto a questa consapevolezza, cresce l’idea che il proprio voto non sia davvero utile a incidere sulle decisioni pubbliche. Dentro questa contraddizione si è sviluppato un confronto che ha toccato rappresentanza, disuguaglianze, riforme elettorali, populismo e qualità della democrazia.

I numeri di una frattura

Stefano Vaccari ha aperto i lavori ricordando che alle politiche del 2022 l’affluenza si è fermata al 63,9%, il livello più basso nella storia della Repubblica. Non si tratta di un episodio isolato, ma dell’esito di una tendenza che attraversa da anni le consultazioni nazionali e locali.

Il rapporto “Fragilitalia” conferma che l’astensione non è più un fenomeno marginale. Oltre un terzo di chi non vota indica come motivo principale la mancanza di fiducia nei leader politici. Due terzi degli astenuti parlano di disillusione verso i partiti. Cresce anche la convinzione che nessuno affronti in modo credibile questioni come la pressione fiscale, il welfare o la sicurezza economica.

Il dato più significativo è forse un altro: la maggioranza degli italiani continua a dichiararsi interessata alla politica. Non c’è disinteresse generalizzato, ma una frattura tra interesse e rappresentanza. È qui che il problema assume un carattere strutturale.

Il voto come dovere, ma non come strumento efficace

Mattia Granata, presidente del Centro Studi Legacoop, ha messo in evidenza un elemento che attraversa tutta l’indagine: il voto resta percepito come un dovere civico. Otto italiani su dieci ritengono che votare sia importante. Tre su quattro considerano l’astensionismo un problema per la democrazia.

Tuttavia, due terzi degli intervistati pensano che il proprio voto non influenzi realmente le decisioni politiche. È questa la contraddizione più forte: la legittimità della democrazia non è messa in discussione, ma si è incrinata la fiducia nella sua efficacia.

Granata ha parlato di una scelta consapevole. Non è mancanza di informazione. Non è semplice apatia. È una decisione maturata nel tempo, che riguarda in particolare i ceti medio-bassi e popolari, i meno scolarizzati, alcune aree territoriali. “Non è un fenomeno passivo – ha osservato – è un sentimento attivo che evolve”. Un fenomeno che da congiunturale rischia di diventare strutturale.

Disuguaglianze e autoesclusione

Il legame tra astensione e condizione sociale è stato uno dei punti più ripresi. La professoressa Valentina Pazè ha ricordato che ad astenersi sono soprattutto i più poveri, i meno rappresentati, chi vive in aree periferiche o marginali. Un paradosso storico, se si pensa che il diritto di voto è stato conquistato proprio per includere chi era escluso.

Se in passato l’esclusione era imposta per censo o per genere, oggi assistiamo a una forma di autoesclusione. Pazè ha richiamato il rischio di una “democrazia di minoranza”, in cui l’assemblea eletta non rispecchia più la composizione reale della società.

Questo produce due effetti. Il primo è una minore leggibilità del paese: emergono improvvisamente proteste o movimenti che la politica non aveva intercettato. Il secondo è un indebolimento della funzione rappresentativa. Se intere fasce sociali non votano, le loro istanze rischiano di non trovare spazio nelle decisioni pubbliche.

Populismo e delegittimazione

Nel dibattito è tornato più volte il tema del populismo e della delegittimazione della politica. Il presidente della Regione Calabria, Roberto Occhiuto, intervenendo da remoto, ha sostenuto che una parte consistente dell’astensionismo sia legata a un’offerta politica che per anni ha alimentato la sfiducia.

Secondo questa lettura, il racconto di una politica inefficace o corrotta ha finito per consolidare l’idea che “non serva votare perché non cambia nulla”. È un circolo che si autoalimenta: più si diffonde la convinzione dell’inutilità del voto, più cresce l’astensione.

Anche Anna Finocchiaro ha richiamato il peso di una lunga stagione di delegittimazione. “La politica ha dentro un sacco di sentimento”, ha osservato. Se il sentimento prevalente diventa la sfiducia, il legame tra cittadino e istituzioni si spezza. Non basta dire che la democrazia funziona formalmente; conta come viene percepita nella vita quotidiana.

La crisi dei partiti e l’articolo 49

Un passaggio centrale del confronto ha riguardato il ruolo dei partiti. Per decenni sono stati luoghi di mediazione, di formazione politica, di partecipazione diffusa. Oggi quella funzione appare indebolita.

Finocchiaro ha ricordato che si discute spesso di legge elettorale, ma raramente di attuazione dell’articolo 49 della Costituzione, che riconosce ai cittadini il diritto di associarsi in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale. La trasparenza, la selezione delle classi dirigenti, la partecipazione interna sono aspetti che incidono sulla credibilità complessiva del sistema.

Quando i partiti diventano strumenti elettorali centrati su un leader, il rapporto tra eletti ed elettori si assottiglia. E se l’elettore non riconosce più un legame personale o territoriale con chi viene eletto, la percezione di irrilevanza del voto si rafforza.

Il tema della legge elettorale è entrato nel dibattito come elemento di contesto. Giorgio Mulè ha sottolineato l’esigenza di adeguare i sistemi di voto al XXI secolo, aprendo anche alla possibilità del voto elettronico e a una maggiore semplificazione per fuorisede e italiani all’estero.

Altri interventi hanno posto l’accento su un aspetto diverso: la qualità della rappresentanza. La possibile abolizione dei collegi uninominali e la riduzione degli spazi di scelta diretta sugli eletti sollevano interrogativi sul rapporto tra elettore e candidato.

Valentina Pazè ha ricordato che l’ossessione per la governabilità non può sacrificare la rappresentatività. Se il sistema elettorale produce effetti fortemente disproporzionali in un contesto di bassa affluenza, si rischia di amplificare la distanza tra società reale e istituzioni.

Giovani e “irrecuperabili”

Uno dei dati che ha suscitato maggiore attenzione riguarda i giovani. Tra loro, la percentuale di chi non vota o non intende votare è particolarmente alta. Granata ha parlato di “irrecuperabili” al voto, un’espressione che ha colpito più di un relatore.

Il problema, però, non è solo quantitativo. Per molti giovani non c’è stata una precedente affiliazione da cui distaccarsi. Non si tratta di disaffezione, ma di mancata affiliazione. La politica non è percepita come strumento per affrontare questioni che pure li mobilitano: ambiente, diritti di genere, migrazioni.

In questo scarto tra mobilitazione tematica e partecipazione elettorale si gioca una parte decisiva del futuro democratico. Se l’impegno resta confinato a singoli momenti di protesta, senza tradursi in partecipazione strutturata, la frattura si amplia.

Serena Sorrentino, presidente della commissione per il programma fondamentale della CGIL, ha richiamato il legame tra democrazia politica e democrazia sociale. La precarietà, l’insicurezza economica, il cambiamento continuo delle regole sul lavoro o sulle pensioni producono sfiducia.

Quando le decisioni incidono sulla “carne viva delle persone”, per usare un’espressione ripresa nel dibattito, e vengono percepite come instabili o incoerenti, la distanza cresce. In questo senso, l’astensione non è solo un fatto elettorale, ma il sintomo di una fragilità più ampia.

Sorrentino ha sottolineato che la democrazia non si esaurisce nel voto, ma il voto resta uno strumento centrale di misurazione della rappresentanza. Se la partecipazione cala, si indebolisce anche la legittimazione delle scelte collettive.

Speranza e futuro

Nicola Zingaretti, intervenuto da Bruxelles, ha proposto una chiave di lettura diversa. A suo avviso, il nodo sta nella percezione del futuro. Sempre più persone, non solo giovani, temono di vivere peggio della generazione precedente.

Quando la speranza si trasforma in paura, il voto perde attrattiva. “O noi ci rimettiamo in testa che il tema della democrazia è speranza – ha detto – e la speranza non si può trasmettere con le bugie o con le pacche sulle spalle, ma con un progetto credibile”.

La democrazia del dopoguerra, ha ricordato, si fondava anche sull’idea che la libertà e i diritti sociali avrebbero prodotto progresso. Se questa promessa si incrina, la partecipazione si riduce.

Donne, territori, aree interne

Un altro aspetto emerso riguarda la partecipazione femminile e quella nei piccoli comuni. Chiara Braga ha richiamato i dati che mostrano livelli di astensione più alti nei comuni sotto i diecimila abitanti, spesso collocati in aree interne.

Quando territori già fragili diventano anche politicamente marginali, il rischio è duplice: meno partecipazione e meno attenzione alle loro esigenze. Lo stesso vale per il voto femminile. Se cala la partecipazione, anche la capacità di incidere su politiche di genere si riduce.

La rappresentanza non è solo un principio astratto. Incide sulle scelte concrete: servizi, welfare, diritti. Se alcune categorie si allontanano dalle urne, la politica può essere tentata di rivolgersi altrove.

Referendum e partecipazione diretta

Il rapporto dedica spazio anche allo strumento referendario. L’82% degli italiani lo considera importante. Tuttavia, la partecipazione effettiva ai referendum è spesso bassa.

Una delle ragioni indicate è la percezione di strumentalizzazione politica. Se il referendum viene vissuto come uno scontro tra schieramenti più che come decisione su un tema specifico, l’elettore può sentirsi meno coinvolto.

Eppure, proprio gli strumenti di democrazia diretta potrebbero essere uno spazio di riavvicinamento, a condizione che siano accompagnati da informazione chiara e da un dibattito meno polarizzato.

Una questione aperta

Il confronto si è chiuso con un invito a non considerare l’astensionismo come un dato inevitabile. I numeri indicano una frattura, ma anche un potenziale. Una quota significativa di astenuti si dice pronta a tornare a votare se trovasse un’offerta politica credibile.

La questione non si risolve con interventi tecnici, anche se facilitare il voto per fuorisede o italiani all’estero può avere un effetto. Il punto è più ampio: ricostruire un nesso tra partecipazione e risultato, tra voto e decisione, tra cittadino e istituzioni.

La democrazia non si indebolisce in un giorno. Si logora quando cresce l’idea che partecipare sia inutile. Riattivare quel legame richiede coerenza, responsabilità e la capacità di rendere visibili gli effetti delle scelte collettive. È un lavoro che riguarda partiti, corpi intermedi, istituzioni e società civile. E che non può essere rimandato.

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