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Approfondimenti

Sicurezza sul lavoro, oltre mille morti l’anno: al Senato il confronto sull’efficacia delle politiche di prevenzione

Dal ruolo degli incentivi INAIL ai controlli nelle imprese, fino all’impiego dell’intelligenza artificiale per individuare i territori più esposti. Il seminario promosso dall’Ufficio valutazione impatto del Senato e da ASVAPP ha esaminato dati, studi e strumenti per comprendere quali interventi siano realmente in grado di ridurre gli infortuni e le malattie professionali.

La sicurezza sul lavoro continua a rappresentare una delle questioni più delicate per il sistema produttivo italiano. Nonostante il progressivo miglioramento delle condizioni di lavoro, l’evoluzione della normativa e gli investimenti nella prevenzione, il numero delle vittime rimane elevato. Nel 2025 le denunce di infortunio con esito mortale sono state 1.189, mentre le malattie professionali denunciate hanno superato quota 98 mila. Numeri che impongono di interrogarsi sull’efficacia degli strumenti adottati e sulla capacità delle istituzioni di intervenire prima che si verifichino incidenti.

A questi interrogativi è stato dedicato il seminario Promuovere la sicurezza nei luoghi di lavoro: problemi, soluzioni e risultati, organizzato dall’Ufficio valutazione impatto (UVI) del Senato in collaborazione con ASVAPP, nell’ambito della convenzione sottoscritta nel 2025 per promuovere la cultura della valutazione delle politiche pubbliche.

L’iniziativa, introdotta da Chiara Goretti, ha riunito rappresentanti istituzionali, esperti dell’INAIL e ricercatori impegnati nello studio degli effetti delle misure di prevenzione. Al centro del confronto, una distinzione essenziale: conoscere la dimensione di un problema non significa necessariamente sapere quali politiche siano efficaci per risolverlo. Per compiere questo passaggio occorrono dati affidabili, valutazioni rigorose e strumenti capaci di distinguere gli effetti degli interventi da quelli prodotti da altri fattori.

La prevenzione al centro dell’attività parlamentare

La necessità di rafforzare il coordinamento tra le istituzioni e di orientare le politiche verso la prevenzione è stata richiamata dal senatore Tino Magni, presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sulle condizioni di lavoro in Italia, sullo sfruttamento e sulla sicurezza nei luoghi di lavoro.

Secondo Magni, l’Italia dispone già di un impianto legislativo avanzato, a partire dal decreto legislativo 81 del 2008. Il problema riguarda soprattutto la capacità di tradurre le disposizioni normative in risultati concreti. La persistenza di una media di circa tre morti al giorno dimostra, a suo giudizio, che l’azione pubblica deve concentrarsi maggiormente sulla prevenzione, senza limitarsi alla repressione delle violazioni.

La Commissione ha sviluppato un’attività di approfondimento attraverso missioni territoriali, incontri con le istituzioni competenti e confronti con le parti sociali. Una delle priorità individuate riguarda il coordinamento tra servizi sanitari regionali, Ispettorato nazionale del lavoro, autorità giudiziarie e altri organismi responsabili dei controlli. In questo ambito, Magni ha richiamato il ruolo delle prefetture come possibili sedi di raccordo operativo.

Un ulteriore elemento riguarda l’organizzazione del lavoro. La diffusione degli appalti, delle catene di subappalto e del lavoro somministrato può rendere più complessa l'individuazione delle responsabilità e ostacolare una formazione realmente efficace. Il presidente della Commissione ha insistito sulla necessità che la formazione non si riduca a un adempimento burocratico, ma si svolga concretamente nei luoghi di lavoro, tenendo conto delle mansioni e dei rischi effettivi.

Tra le esperienze esaminate figura quella della linea M4 della metropolitana di Milano, oggetto di uno studio condotto anche grazie alla collaborazione con il Politecnico di Milano. Il caso è stato richiamato come esempio di organizzazione preventiva della sicurezza attraverso il coinvolgimento sistematico dei diversi soggetti interessati.

Particolare attenzione è stata riservata ai cosiddetti near miss, i mancati infortuni. Registrare e analizzare gli episodi che avrebbero potuto provocare conseguenze gravi permette infatti di individuare situazioni pericolose prima che producano danni.

Magni ha inoltre affrontato le opportunità offerte dall’intelligenza artificiale, citando la possibilità di sviluppare sistemi capaci di impedire l’avvio di macchinari quando non risultino soddisfatte determinate condizioni di sicurezza. L’utilizzo delle tecnologie di monitoraggio deve tuttavia essere conciliato con la tutela della libertà individuale e dei diritti dei lavoratori.

La Commissione sta approfondendo anche il fenomeno del caporalato, ormai presente in settori diversi dall’agricoltura e spesso intrecciato con condizioni di vulnerabilità abitativa, linguistica e sociale. Magni ha annunciato l’intenzione di fare il punto su questo filone di attività entro gennaio.

I dati INAIL: diminuiscono gli infortuni storici, crescono quelli in itinere

L’evoluzione del fenomeno è stata ricostruita da Silvia D’Amario, coordinatrice generale della Consulenza statistico-attuariale dell’INAIL, attraverso una lettura delle statistiche dal 2008 al 2025.

Nel periodo considerato, le denunce complessive di infortunio si sono ridotte del 38%, mentre quelle relative ai soli lavoratori sono diminuite del 41%. La contrazione più significativa riguarda gli incidenti avvenuti in occasione di lavoro, passati da oltre 773 mila a circa 415 mila, con una riduzione del 46%.

Diversa è la dinamica degli infortuni in itinere, cioè quelli verificatisi durante gli spostamenti tra abitazione e luogo di lavoro. Nel 2025 sono state registrate 104.417 denunce, con un aumento del 5% rispetto al 2008. La loro incidenza sul totale degli infortuni denunciati dai lavoratori è passata dall’11% al 20%.

Anche le denunce di infortunio mortale risultano diminuite nel lungo periodo, con una riduzione del 26%. Il dato del 2025, pari a 1.189 casi, conferma tuttavia la difficoltà di scendere stabilmente sotto la soglia delle mille vittime annue. Il picco registrato nel 2020, con oltre 1.700 denunce mortali, è stato fortemente influenzato dall’emergenza pandemica.

La riduzione degli infortuni trova conferma anche negli indicatori di frequenza elaborati dall’INAIL. Confrontando i trienni 2000-2002 e 2021-2023, la frequenza infortunistica risulta diminuita del 68,5% in agricoltura e del 61% nell’industria e nei servizi. Nelle costruzioni il valore è passato da circa 58 a 18 infortuni indennizzati ogni mille addetti.

Questi miglioramenti sono stati accompagnati dall’introduzione di macchinari più sicuri, dall’automazione dei processi produttivi e dall’ampliamento degli strumenti di prevenzione. Tra questi figurano i bandi ISI, le riduzioni dei premi assicurativi riconosciute alle imprese che realizzano interventi aggiuntivi rispetto agli obblighi di legge e i sistemi certificati di gestione della salute e sicurezza.

D’Amario ha richiamato uno studio condotto dall’INAIL con Accredia, secondo il quale le imprese dotate di sistemi certificati di gestione della sicurezza presentano una frequenza infortunistica inferiore di oltre il 20% e una gravità degli incidenti ridotta di quasi il 30% rispetto alle aziende prive di tali sistemi.

Il costo sociale ed economico degli infortuni e delle malattie professionali resta comunque considerevole. Secondo una stima dell’INAIL riferita al 2023, ammonta a 49 miliardi di euro, pari al 2,3% del PIL nazionale. Rispetto alla precedente valutazione riferita al 2009, il costo stimato è diminuito di 14 miliardi, a fronte di un aumento di 4,4 miliardi della spesa per prevenzione.

La situazione delle malattie professionali presenta caratteristiche differenti. Nel 2025 le denunce hanno superato quota 98 mila, presentate da poco più di 63 mila lavoratori, poiché una stessa persona può denunciare più patologie. Il 71% delle malattie denunciate riguarda l’apparato muscoloscheletrico e l’85% dei lavoratori interessati ha più di cinquant’anni.

La crescita delle denunce, ha spiegato D’Amario, deve essere interpretata anche alla luce dell’ampliamento delle tutele, della maggiore sensibilizzazione e dell’invecchiamento della popolazione lavorativa. Accanto ai rischi tradizionali assumono inoltre crescente rilevanza quelli psicosociali, collegati ai carichi di lavoro, alla precarietà, al monitoraggio digitale e alla difficoltà di separare vita professionale e privata. Nel 2025 le denunce relative ai disturbi psichici e comportamentali hanno registrato un incremento del 32%, pur rimanendo numericamente contenute.

Bandi ISI, gli incentivi alla sicurezza riducono gli infortuni nelle imprese

L’efficacia degli incentivi economici è stata approfondita da Valentina Battiloro, direttrice di ASVAPP, che ha illustrato i risultati di una valutazione controfattuale sui bandi ISI dell’INAIL.

L’intervento ha preso le mosse dal portale IPSE, dedicato alla raccolta e alla divulgazione delle conoscenze sull’efficacia delle politiche pubbliche. Il progetto permette di consultare schede sintetiche che ricostruiscono i problemi affrontati, le soluzioni sperimentate e i risultati ottenuti attraverso studi di valutazione.

Battiloro ha individuato tre principali strumenti attraverso i quali le istituzioni possono promuovere la sicurezza: informazione e formazione, obblighi e controlli, incentivi economici. Si tratta di approcci differenti, che possono essere utilizzati congiuntamente, ma la cui efficacia deve essere verificata attraverso analisi specifiche.

La formazione mira a modificare conoscenze e comportamenti di lavoratori e datori di lavoro. Le ispezioni e le sanzioni aumentano invece il costo delle violazioni, mentre gli incentivi riducono l’onere economico degli investimenti necessari a migliorare la sicurezza.

Proprio su quest’ultima categoria si è concentrata la valutazione dei bandi ISI, introdotti dall’INAIL nel 2010 per sostenere finanziariamente le imprese che investono nella prevenzione.

Lo studio presentato ha esaminato un gruppo di società di capitali beneficiarie di contributi destinati all’acquisto, alla sostituzione o all’adeguamento di macchinari. La metodologia ha confrontato l’evoluzione degli infortuni nelle imprese finanziate con quella di aziende simili che avevano presentato domanda senza ottenere il contributo.

Per rendere attendibile il confronto sono state utilizzate tecniche statistiche di abbinamento tra imprese, considerando caratteristiche come dimensione, settore economico e redditività, insieme a un’analisi dell’andamento degli infortuni nel tempo.

I risultati indicano una riduzione di 240 infortuni ogni 100 mila lavoratori nel periodo di osservazione 2015-2019. Restringendo l’analisi agli anni 2016-2019, quando gli investimenti finanziati erano pienamente operativi, la riduzione stimata raggiunge 278 infortuni ogni 100 mila dipendenti.

Lo studio suggerisce pertanto che gli incentivi abbiano prodotto un miglioramento significativo nelle imprese esaminate, con effetti che diventano più marcati quando i nuovi macchinari entrano pienamente in funzione.

L’analisi ha inoltre individuato un’associazione tra rischio infortunistico, indebitamento e investimenti tecnologici. Le imprese maggiormente indebitate tendono a registrare più infortuni, mentre quelle che investono in tecnologie avanzate presentano livelli di rischio inferiori.

Battiloro ha comunque richiamato la necessità di distinguere i risultati osservati in uno specifico gruppo di imprese dalla loro possibile applicazione all’intero sistema produttivo. Una politica efficace in determinate condizioni potrebbe infatti produrre risultati differenti in altri settori o contesti.

Ispezioni e controlli: le esperienze statunitensi e gli effetti sulla sicurezza

Il ruolo delle ispezioni è stato approfondito da Luca Mo Costabella, di ASVAPP, attraverso due studi condotti negli Stati Uniti sulle attività dell’Occupational Safety and Health Administration (OSHA), l’agenzia responsabile della tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro.

La prima esperienza riguarda un programma federale rivolto agli stabilimenti con almeno venti dipendenti, appartenenti a settori ad alto rischio e caratterizzati da precedenti livelli elevati di infortuni.

Il programma prevedeva l’invio di lettere alle imprese per segnalare criticità e richiamare l’attenzione sulla possibilità di successive ispezioni. La valutazione ha confrontato stabilimenti destinatari della sola comunicazione, stabilimenti sottoposti anche a controllo e un gruppo che non aveva ricevuto nessuno dei due interventi.

Le stime hanno indicato effetti contenuti delle lettere e una possibile riduzione degli infortuni nei casi in cui alla comunicazione seguiva un’ispezione. Tuttavia, i risultati non sono risultati statisticamente significativi, impedendo di trarre conclusioni sufficientemente solide sull’efficacia del programma.

Più netti sono stati gli esiti del secondo studio, relativo alle ispezioni condotte in California senza preavviso. La valutazione ha analizzato gli stabilimenti sottoposti a controllo confrontandoli con strutture simili, ricostruendo l’andamento degli infortuni lungo un arco temporale pluriennale.

Nel primo anno successivo all’ispezione è stata stimata una riduzione del 15% del tasso di infortuni e di circa il 30% dei relativi costi assicurativi. A quattro anni dal controllo, le riduzioni stimate raggiungevano rispettivamente il 27% e il 56%.

Lo studio ha inoltre esaminato le possibili conseguenze delle ispezioni sulla performance economica delle imprese, senza individuare effetti negativi statisticamente significativi su occupazione, salari, fatturato e sopravvivenza aziendale.

Questi risultati suggeriscono che controlli efficaci possano migliorare la sicurezza senza compromettere necessariamente l’attività produttiva. Non consentono però di stabilire automaticamente che gli stessi effetti si manifesterebbero nel sistema italiano.

Mo Costabella ha sottolineato che le valutazioni disponibili sono ancora relativamente poche e che occorre approfondire quali caratteristiche delle ispezioni, dalle modalità di selezione delle imprese all’intensità dei controlli, incidano maggiormente sui risultati.

Intelligenza artificiale e sicurezza sul lavoro: prevedere i territori più a rischio

Un approccio differente è stato illustrato da Marco Letta, che ha presentato uno studio realizzato con Augusto Cerqua, Costanza Giannantoni e Gabriele Pinto, in collaborazione con l’Ufficio valutazione impatto del Senato.

La ricerca ha esaminato la possibilità di utilizzare modelli di machine learning per prevedere il rischio di decessi sul lavoro nei diversi territori italiani e verificare se le risorse pubbliche destinate alla prevenzione raggiungano effettivamente le aree maggiormente esposte.

L’analisi si è concentrata sui decessi avvenuti in occasione di lavoro, escludendo gli incidenti in itinere. La scelta è stata motivata anche dalla necessità di ridurre gli effetti della sottosegnalazione degli infortuni, un fenomeno che può compromettere la qualità dei dati soprattutto nei territori caratterizzati da una maggiore diffusione del lavoro sommerso.

I ricercatori hanno costruito un insieme informativo composto da oltre 160 variabili socioeconomiche, demografiche, politiche e geografiche, riferite ai sistemi locali del lavoro individuati dall’ISTAT.

Attraverso dati relativi agli anni precedenti, i modelli sono stati utilizzati per prevedere il numero di decessi nei singoli territori, confrontando successivamente le previsioni con i valori effettivamente registrati.

I risultati hanno evidenziato una correlazione superiore a 0,92 tra decessi osservati e previsti. Rispetto ad alcuni metodi tradizionali, basati sui dati dell’anno precedente o sulle medie storiche, l’errore previsionale si è ridotto di oltre il 44%.

Una volta verificata la capacità predittiva, i ricercatori hanno confrontato la distribuzione territoriale del rischio con quella dei finanziamenti erogati attraverso i bandi ISI.

È emerso un allineamento soltanto parziale: alcuni territori classificati ad alto rischio non risultavano destinatari di risorse proporzionalmente maggiori, mentre altre aree con livelli di rischio inferiori ricevevano finanziamenti relativamente più consistenti.

L’approfondimento del meccanismo di assegnazione ha mostrato che la ripartizione iniziale delle risorse tra le regioni, effettuata dall’INAIL, risultava fortemente associata al rischio territoriale. Il disallineamento aumentava invece nelle successive fasi di assegnazione, influenzate anche dalle domande presentate dalle imprese.

La ricerca ha individuato inoltre una correlazione tra maggiori finanziamenti e minore mortalità nelle aree considerate ad alto rischio. Letta ha precisato che questa relazione non dimostra un rapporto di causalità: non è possibile affermare, sulla base di tale analisi, che l’aumento dei fondi abbia direttamente determinato la riduzione dei decessi.

L’utilizzo dell’intelligenza artificiale potrebbe dunque contribuire a migliorare l’individuazione dei territori prioritari, affiancando gli strumenti già utilizzati dalle istituzioni. Il ricercatore ha però richiamato la necessità di garantire trasparenza e comprensibilità dei modelli, soprattutto quando le loro previsioni concorrono a orientare decisioni pubbliche che incidono sulla distribuzione delle risorse.

Dalla misurazione alla valutazione: come migliorare le politiche pubbliche

La discussione conclusiva è stata affidata a Matteo Picchio, dell’Università Politecnica delle Marche, che ha ricondotto gli studi presentati alle diverse fasi del processo di valutazione delle politiche pubbliche.

Il primo passaggio consiste nella misurazione del fenomeno, attraverso dati che consentano di comprendere dimensioni, caratteristiche ed evoluzione degli infortuni. Segue la previsione, utile a individuare i soggetti e i territori maggiormente esposti. La terza fase riguarda la realizzazione degli interventi, mentre l’ultima consiste nella valutazione dei risultati effettivamente prodotti.

Secondo Picchio, previsione e valutazione causale rispondono a domande differenti. Un modello predittivo può indicare dove il rischio sia maggiore, ma non può stabilire se un determinato incentivo, controllo o programma formativo sarà efficace in quel contesto.

Per rispondere a quest’ultima domanda occorre ricostruire che cosa sarebbe accaduto in assenza dell’intervento, utilizzando metodologie controfattuali capaci di isolare gli effetti della politica da quelli di altri fattori.

Il relatore ha richiamato la rilevanza dei risultati ottenuti dagli studi sugli incentivi ISI, sottolineando tuttavia i limiti legati alla composizione delle imprese esaminate e alle ipotesi metodologiche necessarie per identificare gli effetti causali.

Analoghe cautele riguardano le ispezioni. La letteratura scientifica disponibile è concentrata prevalentemente negli Stati Uniti, dove alcuni studi hanno individuato effetti significativi e duraturi sulla riduzione degli infortuni. Rimane invece limitata la conoscenza degli effetti prodotti dai controlli nel sistema italiano.

Una delle principali difficoltà riguarda la disponibilità dei dati. Per sviluppare valutazioni più approfondite servirebbero informazioni accessibili e sistematiche sulle ispezioni effettuate nelle singole imprese, sulle caratteristiche degli interventi e sui risultati successivi.

Picchio ha inoltre ricordato che il rischio infortunistico può essere influenzato da politiche che non hanno direttamente come obiettivo la sicurezza sul lavoro. Le dinamiche della domanda, la pressione competitiva, l’automazione, le condizioni ambientali e l’organizzazione produttiva possono incidere sull’esposizione dei lavoratori ai rischi.

La valutazione delle politiche di prevenzione richiede pertanto una conoscenza più ampia dei fattori economici e sociali che contribuiscono a determinare gli incidenti.

Il ruolo del Parlamento e la necessità di sperimentare gli interventi

Il seminario ha evidenziato il contributo che la collaborazione tra istituzioni parlamentari, enti pubblici e comunità scientifica può offrire alla progettazione delle politiche di sicurezza.

La convenzione tra UVI e ASVAPP e l’utilizzo del portale IPSE rispondono proprio all’esigenza di rendere accessibili ai decisori pubblici le conoscenze disponibili sull’efficacia degli interventi, distinguendo le misure sostenute da evidenze robuste da quelle per le quali sono necessari ulteriori approfondimenti.

Le esperienze illustrate hanno mostrato risultati incoraggianti per alcuni strumenti, come gli incentivi agli investimenti in macchinari più sicuri e determinate modalità di controllo delle imprese. Al tempo stesso, hanno messo in evidenza le difficoltà di trasferire automaticamente questi risultati a contesti differenti e la necessità di disporre di dati più dettagliati.

Il tema richiama anche il metodo di lavoro proposto dalla Commissione parlamentare d’inchiesta: sperimentare le soluzioni, verificarne gli effetti e utilizzare i risultati per orientare eventuali modifiche normative.

La disponibilità di tecnologie predittive, sistemi di gestione della sicurezza e strumenti di analisi statistica amplia le possibilità di intervento, ma non elimina la responsabilità delle istituzioni di scegliere misure appropriate, valutarne l’attuazione e correggerle quando necessario.

Il punto di partenza rimane quello richiamato da Magni nel suo intervento: la tutela della vita e della salute delle persone deve precedere le esigenze di produttività e redditività. Una priorità che richiede di tradurre le conoscenze disponibili in interventi verificabili, capaci di prevenire gli incidenti prima che si trasformino in nuove vittime.

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