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Approfondimenti

La vita restituita: alla Camera il racconto di Riccardo Mencaglia tra responsabilità, memoria e servizio

Alla Camera dei Deputati la presentazione del volume La vita restituita. Radici, responsabilità e postura di Riccardo Mencaglia ha offerto l’occasione per un confronto sul valore delle seconde possibilità, sul rapporto con la malattia, sulla memoria e sul significato dell’impegno pubblico. Con l’autore sono intervenuti il sottosegretario all’Interno Emanuele Prisco e Aurora Caporossi, fondatrice di ComeStai, in un dialogo moderato da Alessandro Cascianelli.

Una vicenda personale segnata da un aneurisma cerebrale e dalla possibilità, inattesa, di tornare alla propria vita senza conseguenze fisiche è diventata per Riccardo Mencaglia il punto di partenza di una riflessione più ampia sul modo di vivere gli affetti, il volontariato e la politica. Alla Camera dei Deputati, la presentazione del suo libro ha messo al centro tre parole - radici, responsabilità e postura - attorno alle quali si è sviluppato un confronto che ha unito esperienza personale, salute mentale, comunicazione e servizio alle istituzioni.

Una vita interrotta e poi restituita

Ci sono esperienze che interrompono improvvisamente la continuità della vita e costringono a misurarsi con ciò che, fino a quel momento, era apparso naturale e acquisito. È da una di queste fratture che nasce La vita restituita, il volume di Riccardo Mencaglia, presentato alla Camera dei Deputati con l’obiettivo di trasformare una vicenda personale in un racconto capace di parlare anche agli altri. Ad aprire l’incontro è stato il sottosegretario di Stato al Ministero dell’Interno Emanuele Prisco, che ha ricordato come il libro intrecci volontariato, professione, famiglia e impegno politico, tutti aspetti riletti alla luce di un evento drammatico che ha modificato profondamente lo sguardo dell’autore sulla propria esistenza.

Il passaggio decisivo risale al 30 novembre 2019, quando Mencaglia fu colpito da un aneurisma cerebrale mentre si trovava in casa. Un episodio improvviso, rispetto al quale, come ha ricordato lo stesso autore, la possibilità di sopravvivere senza conseguenze fisiche rappresenta una condizione tutt’altro che scontata. Il ritorno alla normalità non coincise, tuttavia, con un semplice recupero della quotidianità precedente. Con il trascorrere dei mesi emerse progressivamente la consapevolezza di avere ricevuto una seconda possibilità, alla quale corrispondeva una nuova responsabilità: non sprecare ciò che era stato restituito.

Da questa consapevolezza è maturato un modo diverso di vivere i rapporti personali e la dimensione pubblica. Mencaglia ha spiegato di essersi sempre considerato una persona incline alla socialità, all’associazionismo e al rapporto con gli altri, ma l’esperienza della malattia avrebbe amplificato questa inclinazione, trasformandola in una esigenza più netta di restituzione. Non soltanto ricevere nuovamente la propria vita, dunque, bensì provare a restituire qualcosa alla famiglia, alla comunità e alle persone incontrate lungo il percorso. Una scelta che, nelle parole dell’autore, si oppone all’alternativa di chiudersi dopo avere sperimentato direttamente la fragilità dell’esistenza.

Tra le parole che compongono il sottotitolo del libro, postura è forse quella che più chiaramente supera la dimensione autobiografica per assumere un significato collettivo. Non si tratta soltanto di una posizione fisica, bensì del modo con cui ciascuno sceglie di stare davanti agli eventi, alle difficoltà, agli altri e alle responsabilità che gli vengono affidate. È proprio su questa idea che si è soffermata Aurora Caporossi, fondatrice della start-up ComeStai, attiva nell'ambito dei disturbi del comportamento alimentare e dell'obesità, nonché Cavaliere al Merito della Repubblica.

Partendo dalla propria esperienza personale e professionale, Caporossi ha ricondotto la postura anche al rapporto con la salute mentale. Chi affronta un disturbo alimentare, ha spiegato, arriva spesso nei luoghi di cura con paura, diffidenza e una difficoltà profonda nel riconoscere la necessità di essere aiutato. Nei disturbi del comportamento alimentare, infatti, ciò che per l'esterno rappresenta una patologia può essere percepito da chi ne soffre come una soluzione o un elemento rassicurante. Per questo motivo la richiesta di aiuto assume un valore decisivo: è il momento in cui quella postura chiusa può gradualmente cambiare, accompagnando la persona verso un percorso di cura e una diversa relazione con se stessa.

L’esperienza personale, quando viene raccontata, può inoltre diventare uno strumento capace di ridurre la solitudine. Caporossi ha insistito proprio su questo aspetto, osservando come le storie possano mettere in relazione persone che apparentemente hanno vissuto vicende molto differenti, ma che condividono la necessità di ripensare il proprio rapporto con la vita. Nel dialogo con Mencaglia è emerso così un punto comune: restituire agli altri una possibilità ricevuta, affinché un’esperienza individuale non rimanga chiusa nel perimetro privato, ma possa diventare occasione di consapevolezza anche per chi attraversa una condizione di fragilità.

Le istituzioni, il dissenso e il rispetto

La postura assume un significato ancora diverso quando entra nello spazio delle istituzioni. Mencaglia, consigliere comunale a Perugia dopo un lungo percorso politico e associativo, ha ricondotto la propria esperienza pubblica a un principio che considera preliminare rispetto a qualsiasi differenza politica: il rispetto delle istituzioni. Essere chiamati a ricoprire un ruolo pubblico significa, secondo l’autore, ricordarsi costantemente da dove si viene, chi ha affidato quella responsabilità e quali aspettative, paure e speranze siano state consegnate a chi rappresenta una comunità.

Il dissenso, pertanto, non viene negato né ridimensionato. Al contrario, può essere pieno e anche molto netto, purché non si trasformi nella delegittimazione personale dell’avversario. Mencaglia ha descritto una politica che non abbia bisogno di urlare, screditare o denigrare per affermare le proprie posizioni, poiché la forza di un’idea dovrebbe derivare dalla sua capacità di essere sostenuta e argomentata. Parlare di progetti, valori e visioni, anziché contro le persone, diventa così parte integrante di quella postura che il libro propone come criterio di comportamento pubblico.

Lo stesso tema è stato ripreso da Prisco, che ha richiamato il deterioramento del confronto soprattutto negli spazi digitali, dove l’espressione di un’opinione politica può trasformarsi rapidamente in un attacco personale. Il sottosegretario ha sottolineato come la responsabilità di chi opera nelle istituzioni debba poggiare sul riconoscimento della dignità delle persone e sul rispetto del cittadino, titolare della sovranità popolare. Il confronto tra idee diverse rimane dunque una ricchezza, purché non perda il limite oltre il quale la critica politica diventa aggressione personale o coinvolge impropriamente la dimensione privata e familiare.

Lo stesso principio della responsabilità è stato esteso, nel corso dell’incontro, alla comunicazione sanitaria. In un ambito delicato come quello della salute mentale e dei disturbi alimentari, il modo in cui vengono costruiti e diffusi i messaggi può avere conseguenze concrete sulla percezione della malattia e sulla decisione di chiedere aiuto. Caporossi ha spiegato come una comunicazione corretta non costituisca soltanto un elemento reputazionale per una realtà sanitaria, ma possa diventare una vera forma di prevenzione.

Conoscere una patologia, riconoscerne i segnali e riuscire a darle un nome consente infatti di circoscrivere il problema e individuare più rapidamente un possibile percorso di cura. Al contrario, una comunicazione semplificata o costruita sulla ricerca di visibilità rischia di favorire l’autodiagnosi e una patologizzazione indiscriminata di comportamenti e stati emotivi. L’esempio delle liste di sintomi diffuse sui social è servito proprio a mostrare quanto una comunicazione apparentemente immediata possa diventare fuorviante quando sostituisce la valutazione clinica.

La prevenzione, inoltre, ha ricadute sul sistema sanitario nel suo complesso, poiché un riconoscimento precoce può consentire di intervenire prima e limitare il ricorso a forme di assistenza più intensive. Per questo, ha osservato Caporossi, la comunicazione dovrebbe costruire un ambiente più informato e consapevole, capace di orientare le persone verso servizi adeguati senza alimentare paure, semplificazioni o rappresentazioni distorte. Anche qui la postura evocata dal libro acquista dunque una dimensione concreta: scegliere le parole giuste significa assumersi la responsabilità degli effetti che quelle parole possono produrre.

Fare memoria per non perdere il senso delle cose

Il ritorno alla vita quotidiana comporta, tuttavia, anche un rischio: quello che la normalità riprenda progressivamente il sopravvento e renda meno nitida la consapevolezza maturata durante un passaggio decisivo. Per Mencaglia, proprio per evitare che ciò accada diventa necessario fare memoria, cioè fermarsi, tornare con il pensiero all’esperienza vissuta e verificare se ciò che si fa sia ancora coerente con ciò che si è compreso.

Fare memoria significa anche correggere il rapporto con il tempo. L’autore ha raccontato come persino l’impegno sociale, politico o associativo possa trasformarsi in una sequenza continua di appuntamenti, nella quale la quantità delle presenze rischia di prevalere sulla qualità di ciò che viene realmente restituito.

Ridurre qualche volta gli impegni e dedicare più attenzione a quelli scelti può pertanto diventare una forma di responsabilità, poiché consente di preservare il significato dell’azione e di non trasformare la disponibilità verso gli altri in una corsa priva di consapevolezza.

Su questa necessità di fermarsi è tornata anche Caporossi, raccontando i propri momenti di discontinuità personale: il disturbo alimentare e, successivamente, la perdita del padre. Eventi diversi, ma capaci entrambi di interrompere il ritmo ordinario e costringere a rileggere la strada percorsa. Il presente non è stato descritto come un punto di arrivo, bensì come una nuova partenza, nella quale ritrovare anche lo stupore per gli aspetti più semplici della vita e provare a vivere maggiormente il momento, sottraendosi alla continua anticipazione di ciò che deve ancora accadere.

La politica come servizio alla comunità

Nella parte conclusiva dell’incontro il tema della restituzione si è legato direttamente alla politica. Per Prisco, l’impegno pubblico può avere senso soltanto quando conserva la natura del servizio, indipendentemente dal fatto che venga esercitato dentro o fuori le istituzioni. La politica, ha osservato, può esprimersi anche nelle associazioni, nel volontariato e nelle molte forme attraverso le quali una persona decide di dedicare tempo ed energie alla propria comunità. Ciò che cambia sono gli strumenti, non la finalità.

Le radici personali e collettive diventano allora il punto dal quale orientare l’azione, evitando che la responsabilità pubblica si trasformi in una dimensione separata dalla propria identità.

Prisco ha ricordato il lungo impegno di Mencaglia anche nel sociale, sottolineando come la volontà di dare qualcosa alla comunità precedesse l’esperienza della malattia, pur avendo trovato in essa una nuova intensità. Il servizio non nasce quindi necessariamente da un evento eccezionale, ma può appartenere alla storia di una persona e rafforzarsi quando un passaggio della vita impone di comprenderne più profondamente il significato.

Per Mencaglia, questa responsabilità non può essere separata dalla capacità di dare risposte concrete. Chi riceve la fiducia di una comunità non raccoglie soltanto consenso, ma anche ansie, progetti, paure e speranze. Per questo la politica richiede presenza, studio e ascolto, affinché le domande ricevute possano essere trasformate in valutazioni e, quando possibile, in decisioni. Anche un diniego, se motivato e fondato, diventa parte di quel rapporto di rispetto che dovrebbe legare chi rappresenta una comunità alle persone che gli affidano una parte delle proprie aspettative.

È qui che il racconto della vita restituita trova la sua conclusione più compiuta. Guardare indietro non significa, nelle parole richiamate durante l’incontro, rimanere legati al passato, bensì guardare avanti con maggiore responsabilità. La nascita dei figli dopo la malattia, il rapporto con la famiglia, il volontariato e l’impegno pubblico si ricompongono così in una stessa traiettoria: la consapevolezza che quanto viene affidato da una comunità, grande o piccola che sia, meriti ascolto, rispetto e dignità. E che proprio da questa capacità di restituire possa prendere forma un modo più consapevole di abitare la vita e le istituzioni.

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