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Approfondimenti

La sanità del futuro: dalla cura alla presa in carico, una nuova alleanza tra pubblico e privato

Prevenzione, innovazione e integrazione dei servizi al centro del confronto alla Camera dei Deputati sul futuro del Servizio Sanitario Nazionale. Istituzioni, società scientifiche, strutture sanitarie, imprese e assicurazioni si interrogano su un modello capace di coniugare universalità, sostenibilità e qualità dell’assistenza.

Durante la conferenza “La sanità del futuro: sinergie vincenti tra pubblico e privato”, promossa da APS Angels alla Camera dei Deputati in occasione della Giornata mondiale della sicurezza del paziente, si è discusso delle trasformazioni necessarie affinché il Servizio Sanitario Nazionale possa affrontare l’invecchiamento della popolazione, la crescita della cronicità, l’innovazione tecnologica e farmacologica, le liste d’attesa e la crescente domanda di assistenza. Hanno preso parte al confronto rappresentanti delle istituzioni, delle società scientifiche, delle strutture sanitarie private accreditate, del mondo assicurativo e socioassistenziale, i quali hanno individuato nella prevenzione, nella misurazione degli esiti, nell’organizzazione territoriale e nella collaborazione strutturata tra pubblico e privato alcuni degli strumenti attraverso i quali rafforzare il sistema, preservandone i principi di universalità ed equità.

Un Servizio Sanitario Nazionale da rafforzare attraverso nuove forme di collaborazione

La sostenibilità della sanità italiana non riguarda soltanto la disponibilità delle risorse economiche, bensì la capacità di organizzare quelle risorse affinché possano tradursi in qualità delle cure, sicurezza, tempestività e continuità assistenziale. È stato questo uno dei temi centrali dell'incontro, durante il quale è emersa con chiarezza la necessità di superare una lettura rigidamente contrapposta del rapporto tra pubblico e privato. La trasformazione demografica, l’aumento delle patologie croniche, lo sviluppo di terapie sempre più sofisticate e il crescente bisogno di prestazioni territoriali richiedono, infatti, un sistema nel quale competenze e responsabilità differenti possano concorrere verso obiettivi comuni.

Nel messaggio inviato ai partecipanti, il Presidente del Senato Ignazio La Russa ha indicato nella collaborazione tra istituzioni, mondo politico, università, comunità medico-scientifica e imprese una leva attraverso la quale affrontare alcune delle principali trasformazioni della sanità contemporanea, dalla sostenibilità economica alla transizione tecnologica, mantenendo al centro la sicurezza del paziente.

Un orientamento analogo è stato espresso nel messaggio del ministro della Salute Orazio Schillaci, che ha ribadito come il Servizio Sanitario Nazionale, fondato sui principi di universalità, uguaglianza ed equità, debba rimanere il pilastro della tutela della salute, mentre l'apporto del privato può svilupparsi secondo una logica di complementarità, soprattutto negli ambiti della prevenzione, della ricerca, dell'innovazione tecnologica e dell'appropriatezza clinica.

La questione, pertanto, non consiste nel definire quale dei due modelli debba prevalere. Occorre piuttosto stabilire come governare l'integrazione, individuando responsabilità, standard qualitativi, modalità di accesso e criteri con i quali misurare i risultati prodotti. È proprio sul superamento delle contrapposizioni ideologiche che si è soffermato il senatore Marco Scurria, richiamando le potenzialità di un sistema nel quale pubblico e privato mettano reciprocamente a disposizione capacità organizzative e professionali.

Scurria ha inoltre richiamato le misure adottate negli ultimi anni sul finanziamento della sanità, sulla digitalizzazione, sulla riqualificazione delle strutture e sulle liste d’attesa, sottolineando, in particolare, l’importanza della condivisione dei dati sanitari e della continuità informativa tra strutture differenti. La sua qualifica di senatore nella XIX legislatura risulta confermata dalla documentazione ufficiale del Senato.

Quello della sicurezza del paziente diventa un criterio attraverso il quale leggere l'intero processo di trasformazione. Se la collaborazione tra soggetti differenti deve produrre valore, essa non può limitarsi all'aumento del numero delle prestazioni disponibili, poiché deve determinare percorsi assistenziali più coerenti, ridurre la frammentazione e consentire al cittadino di essere accompagnato lungo le diverse fasi della propria storia clinica. È qui che assume rilievo il passaggio dalla semplice erogazione di una cura alla presa in carico della persona, tema destinato a ritornare trasversalmente nei diversi interventi della giornata.

Prevenire prima di curare: misurare il rischio e costruire percorsi assistenziali

Una sanità capace di intervenire prima che la malattia manifesti le proprie conseguenze più severe potrebbe contribuire non soltanto a migliorare la qualità della vita delle persone, ma anche a ridurre nel tempo la pressione sulle strutture ospedaliere e sulle risorse pubbliche. Tuttavia, affinché ciò avvenga, la prevenzione deve cessare di essere considerata esclusivamente come una successione di campagne informative e trasformarsi in un percorso organizzato, misurabile e verificabile.

Su questo aspetto si è concentrato il professor Bruno Amato, presidente nazionale della Società Italiana di Flebologia e docente di chirurgia vascolare all'Università Federico II di Napoli. Dopo aver richiamato il ruolo centrale del sistema pubblico e la presenza significativa delle strutture private accreditate, Amato ha posto l'attenzione sulla quota di spesa sostenuta direttamente dalle famiglie e sulla possibilità che fondi sanitari, mutue e assicurazioni contribuiscano maggiormente all'organizzazione di alcuni percorsi. 

La misurazione diviene essenziale poiché consente di comprendere se gli interventi producano realmente una riduzione degli eventi evitabili, delle recidive, della disabilità e delle ospedalizzazioni. Secondo Amato, proprio la disponibilità di indicatori e outcome può permettere di trasformare il rapporto tra sistema sanitario, società scientifiche e assicurazioni.

Quest'ultime potrebbero evolvere da una funzione prevalentemente rimborsuale verso un ruolo maggiormente orientato all'organizzazione di programmi di screening, follow-up e gestione del rischio, mentre alle società scientifiche spetterebbe il compito di definire standard, aggiornare le linee guida, qualificare i centri e contribuire alla valutazione dei risultati.

L'importanza di intervenire prima che il rischio divenga patologia è stata approfondita dal professor Massimo Chessa, presidente nazionale della Società Italiana di Cardiologia Pediatrica, il quale ha scelto di spiegare il problema attraverso la storia esemplificativa di “Luca”, un bambino di dieci anni sovrappeso, con alimentazione irregolare e ridotta attività fisica. Non un paziente malato, dunque, bensì una persona nella quale è già possibile individuare una traiettoria di rischio che, qualora non venisse modificata, potrebbe condurre in età adulta allo sviluppo di patologie cardiovascolari.

Il punto decisivo non consiste semplicemente nell'intercettare il rischio: il pediatra, la scuola, lo specialista, il centro sportivo e le tecnologie di monitoraggio possono fornire numerose informazioni, tuttavia, se tali informazioni rimangono separate, il sistema rischia di produrre interventi frammentati e scarsamente coordinati. Occorre pertanto costruire un percorso nel quale la governance rimanga pubblica, affinché siano garantiti universalità e criteri condivisi, mentre strutture e professionisti privati possano contribuire attraverso tecnologie, prossimità e capacità organizzativa. Identificare, definire il rischio, intervenire, seguire nel tempo e valutare diventano così passaggi consecutivi di un unico processo.

Chessa ha richiamato i costi connessi all'obesità e alle sue conseguenze, osservando come anche una riduzione circoscritta del rischio potrebbe liberare risorse rilevanti. Pertanto, la domanda non dovrebbe essere soltanto quanto costi prevenire, bensì quanto costi non prevenire. È un cambiamento culturale significativo, giacché sposta l'attenzione dalla prestazione immediata alla storia sanitaria dell'individuo e alla possibilità di accompagnarlo dalla fase pediatrica all'età adulta attraverso programmi di transizione e follow-up.

Innovazione e medicina rigenerativa: restituire qualità agli anni di vita

L’allungamento dell’aspettativa di vita ha modificato profondamente i bisogni della popolazione. Vivere più a lungo rappresenta una conquista, tuttavia pone la medicina dinanzi a una questione ulteriore: fare in modo che gli anni guadagnati possano essere vissuti mantenendo autonomia, capacità funzionale e relazioni sociali. La risposta sanitaria, pertanto, non può limitarsi a prolungare la sopravvivenza, ma deve cercare di preservare quanto più possibile la qualità della vita.

È su questa dimensione che si è soffermato il professor Massimo Danese, presidente della Società Italiana di Medicina e Chirurgia Rigenerativa. Il progressivo deterioramento dei tessuti, la fragilità e le patologie cronico-degenerative possono trovare nella medicina rigenerativa uno degli ambiti di sviluppo della medicina contemporanea, poiché essa studia la possibilità di utilizzare componenti biologiche dello stesso organismo per favorire processi riparativi e rigenerativi. Il corpo viene così considerato non soltanto come destinatario della terapia, bensì come elemento attivo del processo terapeutico.

Danese ha richiamato, fra gli altri, il fenomeno dell’inflammaging, ossia il processo infiammatorio cronico connesso all'invecchiamento, nonché le applicazioni della medicina rigenerativa nelle patologie vascolari e nelle lesioni associate al diabete. Il problema clinico, ha osservato, non consiste soltanto nel salvare un arto o superare una fase critica della malattia, poiché bisogna interrogarsi su quale vita venga restituita alla persona dopo il trattamento. Da questa considerazione discende la necessità di integrare terapie tradizionali, innovazione biologica, ricerca e percorsi di riabilitazione.

La collaborazione tra pubblico e privato può avere in tale ambito una funzione particolarmente rilevante, purché poggi su evidenze scientifiche, formazione e verifica degli esiti. Danese ha individuato nel coinvestimento tra soggetti pubblici e privati, nella creazione di reti formative nazionali e nell'introduzione di meccanismi di rimborso collegati al raggiungimento di obiettivi qualitativi alcuni degli elementi sui quali lavorare. Il criterio fondamentale rimane, tuttavia, la capacità di dimostrare che l'innovazione produca un miglioramento misurabile per il paziente.

Il rapporto fra innovazione tecnologica e prevenzione è stato ulteriormente approfondito dal professor Eugenio Caradonna, Senior Scientific Advisor presso il Centro Diagnostico Italiano del Gruppo Bracco. Gli investimenti privati nella ricerca, ha osservato, non possono esaurirsi nello sviluppo di una nuova tecnologia, poiché devono comprendere anche la formazione degli specialisti, l'implementazione operativa e la successiva valutazione dei risultati.

Tra gli strumenti emergenti figurano i biomarcatori, i quali possono consentire di distinguere l'età cronologica da quella biologica e di approfondire il profilo di rischio individuale. Il principio sottostante è quello di una medicina sempre meno fondata su categorie generiche e sempre più capace di analizzare le caratteristiche specifiche dell'individuo, individuando precocemente condizioni sulle quali sia possibile intervenire. Ricerca pubblica, investimenti privati e decisione politica sono pertanto chiamati a dialogare affinché le innovazioni validate possano entrare effettivamente nei percorsi di prevenzione e cura.

La sanità territoriale e il ruolo delle strutture private accreditate

La relazione tra pubblico e privato assume caratteristiche particolarmente concrete quando viene osservata nei territori, dove i bisogni assistenziali devono confrontarsi quotidianamente con la disponibilità di personale, la distribuzione delle strutture, la distanza dai grandi poli ospedalieri e la necessità di assicurare continuità nelle reti cliniche. Il privato accreditato, pertanto, non interviene necessariamente come sistema parallelo al pubblico, poiché in numerosi casi opera direttamente all'interno della programmazione del Servizio Sanitario Nazionale.

Il valore delle strutture accreditate non dovrebbe tuttavia esaurirsi nell'erogazione delle prestazioni comprese nei budget assegnati. È quanto ha sostenuto l'avvocato Luca Castorina, consigliere di amministrazione del Gruppo Sanitario Morgagni di Catania, illustrando alcune esperienze maturate nell'ambito della formazione universitaria e dell'assistenza in rete. La collaborazione con le Università di Catania e Kore di Enna, attraverso i tirocini degli specializzandi e degli studenti di medicina, mostra infatti come le tecnologie, gli spazi clinici e le professionalità di una struttura privata possano essere messe a disposizione anche della formazione del capitale umano sanitario.

Un secondo esempio riguarda la partecipazione del Centro Cuore Morgagni alla rete siciliana per l'emergenza dell'infarto miocardico; in patologie tempo-dipendenti, la prossimità territoriale può incidere direttamente sulla possibilità di intervenire rapidamente; pertanto, l'inserimento di strutture accreditate nelle reti pubbliche può contribuire ad ampliare la capacità di risposta nei territori nei quali raggiungere tempestivamente un grande ospedale risulta più complesso.

La sanità territoriale richiede modelli organizzativi nei quali le competenze possano muoversi anziché costringere continuamente il paziente a spostarsi verso i grandi centri. Su questo principio è intervenuto l'ingegnere Alessandro Bartuccio, CEO e co-founder di Brexia Medical Care Hub, illustrando un modello di rete nel quale tecnologia e organizzazione clinica consentano allo specialista presente in una determinata sede di mettere le proprie competenze a disposizione di pazienti assistiti altrove.

La logica è quella di far viaggiare la competenza verso il paziente, attraverso refertazioni condivise, second opinion e percorsi clinici integrati. Una struttura territoriale, in tal modo, non dovrebbe necessariamente possedere fisicamente ogni specializzazione, poiché potrebbe essere inserita in una rete nella quale i professionisti collaborino a distanza e le informazioni cliniche possano essere condivise tempestivamente. Tale organizzazione può risultare particolarmente importante nei territori periferici, nei quali concentrare stabilmente tutte le competenze specialistiche sarebbe difficilmente sostenibile.

Rimane, ciononostante, imprescindibile il ruolo pubblico, il Servizio Sanitario Nazionale deve mantenere le funzioni di programmazione, regolazione e garanzia dell'accesso, mentre l'apporto privato può contribuire alla capacità produttiva, tecnologica e organizzativa. La vera questione diventa pertanto definire regole stabili, interoperabilità e standard comuni, affinché l'integrazione non produca ulteriori frammentazioni.

La collaborazione pubblico-privato non rappresenta soltanto un modello teorico, alcune esperienze già avviate mostrano quali opportunità, ma anche quali complessità organizzative, possano derivare dalla condivisione di servizi, professionalità e responsabilità tra amministrazioni pubbliche e operatori privati.

Un caso concreto è stato presentato da Davide Vecchi, presidente del Consorzio Insieme e presidente del consiglio di amministrazione della società consortile che opera nell'ospedale di Tortona. L'esperienza è nata dalla necessità dell'ASL di Alessandria di rispondere alla carenza di personale sanitario qualificato, evitando la riduzione dei servizi e cercando contemporaneamente di limitare la mobilità sanitaria verso altri territori. Il pubblico ha individuato bisogni, obiettivi e strumenti, mentre attraverso una procedura ad evidenza pubblica è stato selezionato il partner privato incaricato di contribuire al rilancio di alcune attività ospedaliere.

Il progetto ha riguardato la continuità del servizio medico nel pronto soccorso, l'attivazione di un reparto di recupero e rieducazione funzionale e lo sviluppo di una piattaforma ambulatoriale, prevedendo al tempo stesso che una parte del valore generato dalle attività private venisse retrocessa al soggetto pubblico. Il modello si fonda, dunque, su una distinzione delle responsabilità accompagnata però da un'organizzazione comune, poiché il paziente non dovrebbe percepire la frammentazione dei soggetti coinvolti, bensì sperimentare un percorso assistenziale unitario.

Il tema del privato sociale è stato approfondito da Marco Santoro, presidente della cooperativa sociale Il Gabbiano 2.0, il quale ha richiamato le esperienze maturate nell'ambito degli ospedali di comunità e dei nuovi servizi territoriali. Le strutture realizzate o rinnovate attraverso gli investimenti pubblici richiedono, infatti, personale sanitario e sociosanitario capace di renderle operative. È una questione destinata a essere sempre più rilevante, poiché la sanità territoriale non può essere identificata soltanto con nuovi edifici: ha bisogno di medici, infermieri, operatori sociosanitari, assistenti sociali e professionisti in grado di garantire continuità.

La sfida consiste nel costruire una vera filiera dell'assistenza, collegando l'ospedale ad alta intensità, gli ospedali di comunità, le strutture riabilitative, le RSA e l'assistenza domiciliare. Il progressivo invecchiamento della popolazione rende sempre meno sostenibile una sanità concentrata prevalentemente sull'episodio acuto. Dopo la dimissione, infatti, molte persone necessitano di riabilitazione, monitoraggio, assistenza domiciliare e supporto sociale. È proprio lungo questa continuità che il confine tra sanità e assistenza tende progressivamente a ridursi.

Assicurazioni e welfare: dal rimborso della malattia alla gestione della salute

Il crescente ricorso alla spesa sanitaria privata costituisce uno dei fenomeni attraverso i quali leggere le trasformazioni del sistema. Una quota considerevole delle prestazioni acquistate direttamente dai cittadini non passa attraverso forme collettive di intermediazione, con conseguenze sia sulla capacità negoziale delle famiglie sia sulla possibilità di organizzare percorsi sanitari coerenti. Il tema, pertanto, non riguarda semplicemente l'aumento delle polizze assicurative, bensì la funzione che assicurazioni e fondi potrebbero assumere all'interno di un sistema maggiormente coordinato.

Ne ha parlato Gianluca Graziani, rappresentante del mondo assicurativo coinvolto nell'organizzazione dell'incontro, partendo da una distinzione significativa: curare e prendersi cura non sono la stessa cosa. Un paziente può aver superato una fase acuta e risultare clinicamente stabilizzato, ma continuare ad avere bisogno per mesi o anni di assistenza domiciliare, infermieristica, riabilitazione e monitoraggio. È proprio nella continuità successiva alla cura che può svilupparsi una collaborazione più articolata tra Servizio Sanitario Nazionale, assicurazioni, strutture private e servizi sociali.

Secondo Graziani, uno dei principali elementi acquistati oggi attraverso la sanità privata è il tempo di accesso alle prestazioni, un fenomeno delicato, poiché rischia di ampliare le differenze tra chi possiede le risorse per sostenere direttamente una spesa e chi deve attendere i tempi dell'offerta pubblica. L'intermediazione collettiva, attraverso fondi e assicurazioni, potrebbe contribuire ad aumentare la mutualità, a organizzare l'accesso e a esercitare una maggiore capacità negoziale sui costi delle prestazioni, purché non si traduca semplicemente in un trasferimento della spesa dal cittadino alla compagnia.

Il cambiamento più significativo dovrebbe riguardare il passaggio dal rimborso della malattia alla gestione della salute, ciò significa investire nella prevenzione, analizzare l'evoluzione demografica e anticipare rischi che non possono essere compresi osservando soltanto le prestazioni rimborsate negli anni precedenti. Società scientifiche e assicurazioni potrebbero pertanto collaborare per sviluppare programmi costruiti sulle evidenze e sui fattori di rischio, mentre il welfare aziendale potrebbe diventare uno degli strumenti attraverso i quali ampliare l'accesso alla prevenzione e alle prestazioni programmate.

Particolarmente rilevante è il tema della non autosufficienza. La progressiva riduzione delle dimensioni dei nuclei familiari e l'aumento delle persone che vivono sole rendono sempre più difficile immaginare che la famiglia possa continuare a rappresentare il principale presidio informale dell'assistenza agli anziani. La domanda destinata ad assumere crescente importanza, pertanto, non sarà soltanto chi curerà una persona non autosufficiente, ma chi ne organizzerà la presa in carico, ne seguirà i bisogni e l'accompagnerà attraverso servizi sanitari, sociosanitari e assistenziali differenti.

Una rete unica per il paziente: qualità, appropriatezza e omogeneità delle cure

L'integrazione tra pubblico e privato trova la propria ragione ultima nella possibilità di migliorare concretamente l'esperienza assistenziale del cittadino. Affinché ciò avvenga, tuttavia, la collaborazione non può dipendere esclusivamente da accordi occasionali o dalla necessità di rispondere a una singola emergenza organizzativa. Deve essere accompagnata da programmazione, standard, interoperabilità dei dati, valutazione degli esiti e chiarezza delle responsabilità.

La deputata Annarita Patriarca, intervenuta nelle conclusioni dei lavori, ha ricondotto il confronto alla trasformazione demografica e all'accelerazione della ricerca scientifica, ponendo il tema della capacità del Servizio Sanitario Nazionale di garantire una presa in carico omogenea sul territorio nazionale. La qualifica parlamentare è confermata dagli atti ufficiali della Camera relativi alla XIX legislatura. L'avanzamento delle terapie, infatti, può produrre reali benefici soltanto se diagnosi, accesso ai trattamenti e continuità assistenziale non dipendano eccessivamente dal luogo nel quale il paziente vive.

Secondo Patriarca, il rapporto tra pubblico e privato dovrebbe quindi essere interpretato come una collaborazione strutturata, nella quale il criterio principale non sia semplicemente la natura giuridica del soggetto che eroga la prestazione, bensì la capacità di garantirne qualità, sicurezza, tempestività e appropriatezza all'interno di un sistema regolato. La deputata ha inoltre richiamato la necessità di integrare maggiormente il privato accreditato nella programmazione regionale e nelle reti di patologia, mentre per la sanità privata pura e integrativa ha evidenziato l'esigenza di standard di sicurezza, controlli di qualità e condivisione dei dati.

Anche la trasformazione territoriale prevista dagli investimenti del PNRR pone un problema che va oltre la realizzazione materiale delle strutture. Case e ospedali di comunità hanno bisogno di capitale umano, e proprio la disponibilità di professionisti rappresenta una delle principali condizioni affinché la nuova organizzazione dell'assistenza possa funzionare. La collaborazione tra soggetti differenti potrebbe contribuire a rispondere a tale bisogno, purché rimanga inserita in una programmazione pubblica coerente e sottoposta a meccanismi di verifica.

Il futuro del Servizio Sanitario Nazionale sembra dipendere sempre meno dalla capacità di un singolo attore di fornire autonomamente tutte le risposte e sempre più dalla costruzione di reti nelle quali competenze, dati e responsabilità possano essere condivisi. Il pubblico conserva la funzione fondamentale di garantire universalità, equità, programmazione e tutela dei bisogni essenziali; il privato accreditato può contribuire alla capacità assistenziale e territoriale; ricerca, imprese e strutture sanitarie possono accelerare l'innovazione; società scientifiche possono definire standard e misurare gli esiti; assicurazioni e fondi possono organizzare parte della domanda e sostenere percorsi di prevenzione.

Il punto di convergenza resta la persona: la sanità del futuro non sarà misurata soltanto attraverso il numero delle prestazioni erogate o le tecnologie disponibili, bensì attraverso la capacità di intercettare precocemente il rischio, garantire cure appropriate, ridurre i tempi di accesso e accompagnare il paziente lungo l'intero percorso assistenziale. La sinergia tra pubblico e privato assume valore proprio quando riesce a tradursi in questa continuità: non una sovrapposizione di sistemi, ma una rete organizzata nella quale innovazione, sostenibilità e qualità concorrano alla tutela del diritto alla salute.

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