Il 16 luglio 2025 si è celebrato a Roma, presso la sala Zuccari a Palazzo Giustiniani, il quinto anniversario della Community Donne Protagoniste in Sanità, un appuntamento nato per valorizzare il ruolo delle donne nei processi di cambiamento del Servizio sanitario nazionale e per promuovere una nuova cultura della leadership, fondata su competenze, collaborazione, innovazione e inclusione.
La celebrazione dei cinque anni della Community “Donne Protagoniste in Sanità” è stata un momento di confronto e riflessione dedicato al ruolo delle donne nella trasformazione del sistema sanitario. Una giornata ricca di testimonianze che ha attraversato alcuni dei temi più rilevanti per il futuro della sanità: la presenza femminile nella ricerca scientifica, le difficoltà nell’accesso ai ruoli di responsabilità, la conciliazione tra vita professionale e personale, la crescita delle competenze STEM e digitali, fino ad arrivare al valore dell’umanizzazione delle cure. L’iniziativa, organizzata su iniziativa della senatrice Mariolina Castellone, ha messo in evidenza come il percorso verso una reale parità non riguardi soltanto il numero delle donne presenti nei diversi settori, ma soprattutto la capacità del sistema di riconoscere pienamente competenze, capacità innovative e leadership. La sfida non è semplicemente garantire maggiore presenza femminile, ma costruire organizzazioni nelle quali il talento possa emergere senza essere condizionato da stereotipi culturali. La giornata è stata coordinata dalla dottoressa Monica Calamai, direttrice generale e promotrice della community “Donne Protagoniste in Sanità”, che negli anni ha contribuito a creare uno spazio stabile di confronto tra professioniste, istituzioni, ricerca e mondo sanitario, con l’obiettivo di promuovere una cultura organizzativa più inclusiva e orientata al cambiamento.
La storia della Community: cinque anni di rete e cambiamento
La giornata è stata introdotta dai saluti istituzionali di Mariolina Castellone, Vice Presidente del Senato della Repubblica, e di Matteo Rosso, membro della XII Commissione Affari Sociali della Camera dei Deputati. Gli interventi hanno evidenziato come il tema della leadership femminile non rappresenti soltanto una questione di equità, ma un elemento strategico per la qualità e la capacità innovativa dei sistemi sanitari. La presenza delle donne nei ruoli decisionali, infatti, significa ampliare prospettive, competenze e modalità di gestione, contribuendo a costruire organizzazioni più capaci di rispondere ai bisogni complessi della società.
A raccontare il percorso della Community è stata Monica Calamai, ripercorrendo le tappe di un progetto nato con l’obiettivo di creare una rete nazionale di professioniste impegnate nella sanità e di favorire lo scambio di esperienze tra donne chiamate ogni giorno a ricoprire ruoli di responsabilità. La Community è diventata negli anni un luogo di confronto sui temi della leadership, della carriera, della ricerca, dell’innovazione digitale, della conciliazione vita-lavoro e della trasformazione organizzativa del sistema sanitario.
Leadership femminile: competenze, stili e nuovi modelli organizzativi
Uno dei momenti centrali della giornata è stato l’intervento dal titolo “Istruzioni non convenzionali ma quasi scientifiche per dirigere: i punti di forza della leadership femminile”, affidato a Federico Lega, Professore Ordinario di Politica e Management sanitario e Coordinatore del Centro di Ricerca Health Administration dell’Università Statale di Milano. Lega ha affrontato il tema della leadership attraverso una prospettiva manageriale e organizzativa, analizzando come alcune caratteristiche frequentemente associate alla leadership femminile, come capacità relazionale, ascolto, gestione dei gruppi, orientamento alla collaborazione, possano rappresentare elementi di valore per organizzazioni sanitarie sempre più complesse. Il confronto è stato arricchito dal dialogo con Paolo Bordon, Direttore Generale del Dipartimento Sanità e Servizi Sociali della Regione Liguria.
Il rapporto tra istituzioni e valorizzazione del talento femminile è stato al centro dell’intervento di Massimo Nicolò, Assessore alla Sanità, Politiche socio-sanitarie, Sociale e Terzo Settore della Regione Liguria.Nel dialogo con Monica Calamai è emersa la necessità di costruire politiche capaci di accompagnare concretamente le donne nei percorsi professionali, superando ostacoli culturali e organizzativi ancora presenti.
Leadership femminile in sanità: esperienze e testimonianze
La sessione dedicata alla leadership femminile, moderata da Monica Calamai, ha riunito professioniste provenienti da ambiti differenti della sanità e dell’innovazione. Sono intervenute: Pierpaola D’Alessandro, Vice Direttrice Generale Vicaria di Roma Capitale; Isabella Mastrobuono, Referente innovazione digitale e ricerca della MelittaKlinik di Bolzano e componente dell’Osservatorio sui fondi sanitari integrativi per Regioni e Province autonome del Ministero della Salute; Sila Mochi, esperta di sostenibilità aziendale e co-fondatrice di #Inclusionedonna; Carlotta Patrone, Direttrice del Plesso Villa Scassi dell’IRCCS AOU Liguria; Laura Patrucco, Presidente dell’ASSD – Associazione Scientifica Sanità Digitale; Carola Salvato, Vice Presidente di DIPLOMATIA, Co-Project Leader della MEDITEH Beyond Health Policy Commission e Presidente di GWPR Italia. Il confronto ha evidenziato come oggi la leadership femminile non debba essere interpretata soltanto come accesso delle donne ai ruoli apicali, ma come capacità di trasformare i modelli organizzativi, promuovere nuove competenze e costruire sistemi più aperti e inclusivi.
La ricerca scientifica e il valore del merito
Uno dei momenti centrali della giornata è stato dedicato alla presenza delle donne nel mondo della ricerca e dell’accademia. Il confronto ha evidenziato una situazione caratterizzata da grandi competenze femminili, ma anche dalla permanenza di ostacoli culturali che rendono più complesso il raggiungimento dei ruoli apicali. La riflessione è partita da un dato concreto: nelle carriere scientifiche il valore di una ricercatrice dovrebbe essere misurato attraverso indicatori oggettivi, come produzione scientifica, pubblicazioni, citazioni, capacità progettuale e risultati ottenuti. Eppure, ancora oggi, molte professioniste con curriculum di altissimo livello incontrano maggiori difficoltà nel percorso verso posizioni di leadership. La professoressa Laura Rasero, professoressa associata del dipartimento di Scienze Della Salute presso l'Università degli Studi di Firenze, ha sottolineato come anche le professioni sanitarie abbiano dovuto affrontare un lungo percorso per superare stereotipi storicamente radicati. In particolare, ha evidenziato come la professione infermieristica abbia spesso dovuto confrontarsi con una rappresentazione culturale riduttiva, legata al concetto di ruolo ausiliario, nonostante oggi i professionisti infermieri ricoprano incarichi dirigenziali, accademici e di ricerca. Secondo la professoressa Rasero, una delle principali difficoltà riguarda ancora la necessità di affermare una leadership paritaria in contesti sanitari complessi, dove professionisti con percorsi formativi differenti devono collaborare alla pari. La competenza, tuttavia, rappresenta il principale strumento per superare queste barriere: quando una professionista porta dati, risultati scientifici e capacità di analisi, il riconoscimento del valore diventa più forte rispetto agli stereotipi.
Carriera scientifica e vita personale: il tema della conciliazione
Un altro tema ampiamente discusso è stato quello della conciliazione tra carriera e vita personale. La ricerca, così come la sanità, richiede dedizione, continuità e grande investimento personale. Tuttavia, questo impegno spesso si intreccia con responsabilità familiari che continuano a gravare in misura maggiore sulle donne. La professoressa Daniela Massi, docente di Anatomia Patologica presso il Dipartimento di Scienze della Salute dell’Università degli Studi di Firenze, ha portato una riflessione personale e professionale sul tema della produttività scientifica femminile e della gestione delle diverse fasi della vita. Partendo dalla propria esperienza, ha evidenziato come nel percorso accademico il problema non sia soltanto l’accesso alla carriera, ma soprattutto la possibilità di mantenerla e svilupparla nel tempo. Le fasi della vita di una donna possono essere caratterizzate da esigenze diverse: inizialmente la gestione dei figli, successivamente il supporto ai genitori anziani e il ruolo di caregiver. La professoressa Massi ha richiamato l’importanza di politiche sociali capaci di sostenere concretamente le famiglie, superando un modello ancora troppo spesso basato su una responsabilità genitoriale prevalentemente femminile.
Il tema è stato ripreso anche dalla dottoressa Giulia Gasparini, ricercatrice a tempo determinato presso il Dipartimento di Scienze della Salute dell’Università degli Studi di Genova e dirigente medico convenzionato presso la Clinica Dermatologica dell’Ospedale Policlinico San Martino di Genova. La dottoressa Gasparini, giovane ricercatrice e neomamma, ha raccontato il cambiamento vissuto con la maternità: dopo un percorso professionale intenso e fortemente orientato alla ricerca, il periodo della gravidanza e dell’allattamento l’ha portata a vivere una sospensione temporanea della propria attività scientifica. La sua testimonianza ha evidenziato un elemento fondamentale: il carico mentale e organizzativo della genitorialità continua a essere distribuito in modo non equilibrato. Non riguarda soltanto il tempo dedicato ai figli, ma anche la gestione quotidiana di appuntamenti, organizzazione familiare e responsabilità invisibili. Tra le possibili soluzioni è stata indicata una maggiore condivisione della responsabilità genitoriale, anche attraverso strumenti come una paternità più presente e strutturata, affinché la maternità non rappresenti un elemento penalizzante nella carriera.
Pregiudizi quotidiani e necessità di riconoscere il valore professionale
La dottoressa Lorenza Landi, responsabile delle sperimentazioni cliniche dell’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena di Roma, ha portato una testimonianza particolarmente significativa sul tema dei pregiudizi ancora presenti nei contesti professionali. Raccontando la propria esperienza nella gestione della ricerca clinica oncologica, ha spiegato come spesso le difficoltà non siano rappresentate da episodi espliciti di discriminazione, ma da piccoli comportamenti quotidiani che rischiano di diventare normalità. Essere percepita inizialmente come “la giovane donna” invece che come responsabile di una struttura o professionista esperta rappresenta un esempio di come alcuni stereotipi continuino a influenzare la percezione del ruolo femminile. Secondo la dottoressa Landi, la risposta non può essere cercare continuamente approvazione, ma costruire giorno dopo giorno competenza, credibilità e risultati. “Se si parla di lavoro, bisogna essere valutati per il lavoro”, è il principio emerso dalla sua testimonianza: il valore professionale deve essere riconosciuto indipendentemente dal genere.
Un contributo importante è arrivato anche dalla professoressa Luana Calabrò, nominata proprio nella giornata dell’evento professoressa ordinaria di Oncologia presso l’Università degli Studi di Ferrara. Nel suo messaggio rivolto alla community, la professoressa Calabrò ha raccontato un percorso costruito attraverso scelte coraggiose, cambiamenti e ricerca continua della crescita professionale. La sua esperienza nell’oncologia e nella ricerca traslazionale dimostra come il percorso verso ruoli apicali richieda determinazione, capacità di uscire dalla propria zona di comfort e disponibilità a cogliere opportunità anche lontane dal percorso iniziale. Il suo messaggio alle giovani ricercatrici è stato chiaro: non aspettare di sentirsi completamente pronte prima di candidarsi a ruoli di responsabilità. Spesso sono proprio le donne a sottovalutare le proprie competenze. La leadership femminile, ha sottolineato, non deve essere interpretata come imitazione di modelli esistenti, ma come capacità di portare modalità proprie: ascolto, collaborazione, costruzione dei gruppi e valorizzazione delle persone.
STEM, intelligenza artificiale e futuro della sanità digitale
La seconda parte della giornata è stata dedicata al rapporto tra donne, discipline STEM e trasformazione digitale. L’ingegnera Francesca De Giorgi, direttrice dei sistemi informativi e responsabile della trasformazione digitale della Fondazione IRCCS Istituto Neurologico Carlo Besta di Milano, ha evidenziato come il tema delle competenze tecnologiche sia strategico per il futuro della sanità. Secondo De Giorgi, la trasformazione digitale non può essere considerata soltanto un progetto informatico, ma deve diventare un cambiamento organizzativo complessivo. Servono figure capaci di integrare tecnologia, medicina, organizzazione e visione strategica. La presenza femminile nelle STEM è cresciuta negli ultimi anni, ma i numeri non sono ancora sufficienti. La sfida non riguarda soltanto aumentare il numero delle laureate, ma creare percorsi nei quali queste competenze possano arrivare ai livelli decisionali.
La dottoressa Diana Ferro, ricercatrice specialista in intelligenza artificiale in medicina presso l’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma, ha approfondito il ruolo dell’intelligenza artificiale come opportunità per costruire nuovi modelli professionali. Secondo Ferro, il futuro richiede profili ibridi, capaci di dialogare tra medicina, dati e tecnologia. L’obiettivo non è sostituire il professionista sanitario, ma metterlo nelle condizioni di utilizzare strumenti nuovi con consapevolezza. La competenza fondamentale sarà la capacità di apprendere continuamente, sviluppando una vera alfabetizzazione all’intelligenza artificiale.
Umanizzazione delle cure: il tempo della relazione è tempo di cura
La giornata si è conclusa con una riflessione sul tema dell’umanizzazione delle cure. La professoressa Rosangela Caruso, professoressa associata di Psicologia Clinica dell’Università degli Studi di Ferrara e direttrice del programma di Psiconcologia dell’AUSL di Ferrara, ha ricordato il significato profondo della parola “cura”. Curare non significa soltanto trattare una malattia, ma prendersi cura della persona nella sua totalità. Anche quando non esiste una terapia risolutiva, esiste sempre qualcosa che può essere fatto per migliorare qualità della vita, benessere e dignità.
La dottoressa Barbara Sanna, rappresentante del gruppo pazienti di Oncologia ed Ematologia e membro del Cancer Board dell’Ospedale Policlinico San Martino di Genova, ha portato la voce dei pazienti, sottolineando come prima della malattia venga sempre la persona. La diagnosi modifica identità, relazioni e progetti di vita. Per questo il tempo dedicato all’ascolto, alla relazione e alla comprensione emotiva diventa parte integrante della terapia. L’umanizzazione non può essere affidata soltanto alla sensibilità individuale degli operatori, ma deve diventare un elemento strutturale dell’organizzazione sanitaria: ambienti accoglienti, percorsi centrati sulla persona, formazione relazionale e sostegno ai professionisti.
Una sanità più inclusiva, competente e umana
La celebrazione dei cinque anni di “Donne Protagoniste in Sanità” ha mostrato come il cambiamento sia già iniziato, ma richieda un impegno continuo. La valorizzazione delle donne nella ricerca, nella tecnologia, nella leadership e nella cura non rappresenta soltanto una questione di equità, ma un investimento sulla qualità futura del sistema sanitario. Un sistema capace di riconoscere competenze diverse, favorire collaborazioni e mettere realmente la persona al centro sarà un sistema più innovativo, efficace e umano. La sfida dei prossimi anni sarà trasformare le esperienze individuali in cambiamento collettivo, affinché talento e capacità possano emergere senza barriere
