Copia/incolla disponibile con abbonamento Enterprise

Approfondimenti

Verso un Manifesto della Fertilità 2030: dalla denatalità a una politica nazionale della salute riproduttiva

Alla Camera dei deputati istituzioni, demografi, medici, ricercatori e rappresentanti della società civile hanno discusso le trasformazioni demografiche dell’Italia. Prevenzione dell’infertilità, accesso alla procreazione medicalmente assistita, stabilità lavorativa e superamento delle disuguaglianze territoriali sono stati posti al centro del dibattito. Il Manifesto della Fertilità 2030 punta a trasformare il sostegno alla genitorialità in una politica strutturale, stabile e accessibile.

Rappresentanti delle istituzioni, studiosi di demografia, specialisti della medicina della riproduzione, giuristi, professionisti sanitari ed esponenti della società civile si sono riuniti in occasione del Congresso nazionale AIFE, intitolato “Verso un Manifesto della Fertilità 2030”, per affrontare le trasformazioni demografiche del Paese e il futuro della salute riproduttiva. Al centro dei lavori sono stati posti il calo delle nascite, la prevenzione dell’infertilità, l’accesso alla procreazione medicalmente assistita, le condizioni economiche e lavorative delle famiglie, la tutela dei diritti individuali e la sostenibilità del sistema sociale. La fertilità è stata, pertanto, analizzata come una questione che supera l’ambito strettamente sanitario, poiché coinvolge il welfare, la formazione, l’organizzazione dei servizi e la capacità delle istituzioni di creare condizioni favorevoli alla realizzazione dei progetti di genitorialità. L’obiettivo del confronto è stato quello di elaborare una proposta rivolta alla politica, affinché le misure a sostegno della natalità non restino frammentarie o limitate alla durata delle singole legislature, bensì confluiscano in una strategia nazionale stabile e orientata al 2030.

La fertilità come tema istituzionale e sociale

La salute riproduttiva è entrata nel dibattito come una questione che riguarda l’intero sistema delle politiche pubbliche, poiché non può essere circoscritta alla sola dimensione clinica o all’attività dei centri specializzati. Ad aprire i lavori è stato il vicepresidente della Camera Giorgio Mulè, il quale ha collegato la tutela della vita e il diritto alla salute alla necessità di sostenere la natalità, richiamando l’attenzione sul ruolo ormai strutturale assunto dalla procreazione medicalmente assistita nella società italiana.

La crescita del ricorso alle tecniche di PMA, secondo il vicepresidente, non può essere interpretata come un fenomeno marginale, poiché riflette la trasformazione dei percorsi familiari, l’innalzamento dell’età nella quale viene ricercato il primo figlio e la progressiva contrazione delle nascite successive. La procreazione medicalmente assistita diventa pertanto uno strumento attraverso il quale osservare le difficoltà incontrate dalle persone nel conciliare il desiderio di genitorialità con il lavoro, la stabilità economica, la formazione e i tempi biologici.

La dimensione sanitaria è stata collegata a quella costituzionale, giacché la protezione della persona e della salute attraversa diversi articoli della Carta fondamentale, pur non traducendosi in un’esplicita formulazione del diritto alla procreazione. Il tema, tuttavia, non è stato ricondotto alla sola affermazione astratta di un principio, bensì alla necessità di rendere disponibili cure appropriate, prevenzione e informazioni scientificamente corrette.

Nel messaggio inviato al congresso, il ministro della Salute Orazio Schillaci ha indicato nella costruzione delle condizioni necessarie alla realizzazione dei progetti di vita e di genitorialità una responsabilità condivisa dall’intera società. Il Ministero, ha ricordato, è impegnato nella promozione di corretti stili di vita, nella prevenzione e nel rafforzamento della salute riproduttiva lungo tutto il corso dell’esistenza, mentre l’inserimento delle prestazioni di PMA nei livelli essenziali di assistenza è stato presentato come un passaggio destinato a ridurre le disparità territoriali.

A delineare la missione dell’associazione è stata la presidente AIFE Laura Rienzi, la quale ha descritto un’organizzazione nata per riunire professionisti con competenze diverse, pazienti, giuristi e persone direttamente coinvolte nei percorsi di procreazione medicalmente assistita. Informazione, prevenzione, ricerca, formazione ed equità di accesso costituiscono i principali assi di un programma che intende intervenire prima che la fertilità si trasformi in infertilità e, quando la patologia si manifesta, garantire cure di qualità indipendentemente dalla regione di residenza e dalle risorse economiche disponibili.

Il divario tra desiderio di genitorialità e possibilità di realizzarlo

Il punto di partenza demografico è rappresentato dalla continua riduzione delle nascite. Nel 2025 l’Italia ha registrato circa 355 mila nuovi nati, mentre il numero medio di figli per donna è sceso a 1,14, raggiungendo un nuovo minimo storico. Il dato, tuttavia, non può essere spiegato esclusivamente attraverso una presunta rinuncia alla genitorialità, poiché riflette anche la diminuzione della popolazione femminile in età feconda, la posticipazione delle nascite e la difficoltà di trasformare le intenzioni riproduttive in scelte concretamente sostenibili.

A ricostruire la dinamica della popolazione italiana è stata Cinzia Castagnaro, ricercatrice senior dell’Istat, la quale ha ricordato come il declino demografico abbia assunto una forma strutturale a partire dal 2014. La contrazione delle nascite convive con una longevità elevata, la quale rappresenta un risultato positivo, ma determina uno squilibrio crescente tra le generazioni quando non viene accompagnata dal rinnovamento della popolazione.

La piramide demografica si è progressivamente rovesciata: la base formata dai giovani è diventata più stretta, mentre è aumentato il numero delle persone nelle fasce d’età più avanzate. Secondo le proiezioni illustrate, il rapporto tra anziani e giovani è destinato a crescere ulteriormente nei prossimi venticinque anni, con conseguenze sulla sanità, sull’assistenza, sul sistema previdenziale e sulla capacità di sostenere i servizi pubblici.

La riduzione delle nascite dipende per circa due terzi dalla struttura della popolazione, poiché rispetto agli anni precedenti vi sono meno donne nelle fasce di età potenzialmente riproduttive. Il restante terzo è legato alla diminuzione della fecondità, la quale si accompagna a un progressivo spostamento in avanti dell’età della maternità. L’Italia è infatti tra i Paesi europei nei quali il primo figlio arriva più tardi, mentre una quota crescente delle nascite interessa donne con più di quarant’anni.

L’analisi sulle intenzioni di fecondità ha consentito di distinguere il desiderio dalla sua realizzazione. Tra le donne senza figli, soltanto una quota limitata afferma che la maternità non rientra nel proprio progetto di vita, mentre numerose persone rinunciano o rimandano per ragioni connesse all’età, alla salute, alla mancanza di un partner, all’instabilità lavorativa e alle condizioni economiche. Anche quando l’intenzione di avere un figlio entro tre anni viene espressa con certezza, meno della metà riesce a concretizzarla nel periodo indicato.

Il lavoro e l’istruzione risultano fattori decisivi, contrariamente alla rappresentazione secondo la quale l’occupazione femminile ostacolerebbe la natalità, i dati illustrati durante il congresso indicano che un titolo di studio elevato e una posizione lavorativa stabile aumentano la probabilità di realizzare un progetto genitoriale. Non è pertanto l’uscita delle donne dal mercato del lavoro a favorire le nascite, bensì la disponibilità di reddito, autonomia, servizi e condizioni che permettano di conciliare responsabilità professionali e familiari.

L’essere in coppia costituisce un elemento favorevole, soprattutto tra i più giovani e tra coloro che devono ancora affrontare il passaggio alla prima genitorialità, tuttavia non elimina gli ostacoli economici e biologici. Dopo i quarant’anni il margine temporale si riduce sensibilmente, poiché la possibilità di rinviare ulteriormente la decisione viene limitata dalle caratteristiche della fertilità umana. L’istruzione e il lavoro, dunque, trasformano il desiderio in possibilità, mentre l’informazione consente di compiere le scelte con maggiore consapevolezza.

La procreazione assistita diventa parte della natalità italiana

All’interno di una società nella quale le decisioni familiari vengono posticipate, la procreazione medicalmente assistita assume una rilevanza demografica crescente. Daniele Vignoli, professore ordinario di Demografia all’Università degli Studi di Firenze, ha rilevato una distanza tra il corso della vita sociale e quello biologico: l’ingresso stabile nel mercato del lavoro, l’autonomia abitativa e la costruzione di una relazione duratura si collocano sempre più avanti nel tempo, mentre la capacità riproduttiva non si modifica secondo lo stesso calendario.

L’indagine presentata ha evidenziato una diffusa sovrastima dell’età fino alla quale la fertilità femminile rimarrebbe sostanzialmente invariata. Molte persone ritengono di avere davanti una finestra riproduttiva più ampia di quella effettiva, mentre il calo della fertilità comincia prima e diventa progressivamente più rilevante con l’avanzare dell’età. Tale percezione non cambia in misura significativa in base al titolo di studio o alla condizione professionale, il che rende necessaria una campagna informativa rivolta all’intera popolazione.

Il contributo della PMA alla fecondità è cresciuto nel corso dell’ultimo decennio, soprattutto per le prime nascite e tra le donne con più di quarant’anni. Secondo i dati illustrati, nel 2024 una parte considerevole dei primi figli nati da madri appartenenti alle fasce d’età più avanzate è stata concepita attraverso tecniche di procreazione medicalmente assistita. Il ricorso ai trattamenti, tuttavia, non risulta distribuito in modo uniforme, poiché varia sensibilmente tra le regioni e tra le diverse condizioni sociali.

L’accesso è più elevato nei territori nei quali il reddito medio è maggiore, l’occupazione femminile è più diffusa e i servizi sanitari risultano più facilmente raggiungibili. Le liste di attesa, la distanza dai centri, i costi e la disponibilità di strutture pubbliche o convenzionate producono dunque una geografia diseguale, all’interno della quale la possibilità di intraprendere e completare un trattamento può dipendere dalla capacità economica della famiglia.

Una conferma del peso assunto dalla PMA è arrivata da Maurizio Guido, responsabile del Registro nazionale della procreazione medicalmente assistita, il quale ha illustrato i dati raccolti sull’attività dei centri italiani. Nel 2024 sarebbero state trattate circa 92 mila coppie attraverso oltre 115 mila cicli, mentre i bambini nati vivi grazie alle tecniche di procreazione assistita sarebbero stati circa 17.600, pari a poco meno del 5% del totale delle nascite.

L’attività del Registro consente di monitorare l’efficacia e la sicurezza dei trattamenti, la diffusione dei centri e la tipologia delle prestazioni offerte. I dati mostrano un miglioramento dei tassi di successo, una riduzione delle gravidanze multiple e un utilizzo più appropriato delle tecniche di congelamento e vitrificazione, mentre resta elevata l’età media delle donne che arrivano ai centri, collocata attorno ai 37 anni.

La PMA non è stata presentata come una politica demografica sostitutiva del welfare o dell’uguaglianza di genere, poiché non può compensare da sola la carenza di lavoro stabile, servizi per l’infanzia e sostegni alla famiglia. Essa costituisce, tuttavia, una parte ormai strutturale della natalità italiana e deve pertanto essere inserita in un sistema sanitario capace di garantire informazioni, diagnosi tempestive, cure appropriate e continuità assistenziale. Il Registro nazionale, attraverso la raccolta e l’analisi dei dati, rappresenta uno degli strumenti utilizzabili dalle istituzioni per programmare gli interventi e verificare le disuguaglianze.

Francia e Spagna, due modelli europei a confronto

Il congresso ha dedicato una parte della discussione alle esperienze europee, partendo dalla Francia, tradizionalmente considerata uno dei Paesi dotati di un sistema articolato di politiche familiari. Anche la società francese, tuttavia, sta attraversando un progressivo calo delle nascite e un’accelerazione dell’invecchiamento, fenomeni i quali hanno condotto il Governo a elaborare una strategia nazionale di adattamento demografico.

Corinne Ciliberto, rappresentante dell’Ufficio Affari sociali dell’Ambasciata di Francia in Italia, ha ricordato che gli strumenti economici, pur contribuendo a migliorare le condizioni delle famiglie, non sono sufficienti quando non vengono accompagnati da servizi, congedi, stabilità professionale e possibilità di conciliare il lavoro con le responsabilità di cura. La politica francese non mira pertanto a imporre un numero di nascite, bensì a consentire alle persone che desiderano diventare genitori di realizzare il proprio progetto in condizioni sostenibili.

Assegni familiari, sostegni legati alla nascita, congedi parentali e servizi per la prima infanzia costituiscono la base del modello transalpino. Le riforme più recenti hanno previsto il rafforzamento dell’informazione sulla salute sessuale e riproduttiva, la diagnosi precoce dell’infertilità, il miglioramento dell’accesso alle cure e il sostegno alla ricerca, oltre all’introduzione di ulteriori periodi di congedo retribuito per entrambi i genitori.

La continuità rappresenta uno degli elementi distintivi di tale sistema. Le politiche familiari francesi sono state mantenute nel tempo nonostante l’alternanza tra maggioranze politiche differenti, permettendo alle persone di programmare le proprie decisioni sulla base di regole relativamente stabili. La genitorialità richiede infatti un orizzonte lungo, mentre misure temporanee o frequentemente modificate possono ridurre la fiducia delle famiglie e rendere più incerta la pianificazione.

Il confronto con la Spagna ha riguardato soprattutto l’accesso alle tecniche di procreazione assistita. Antonio Pellicer, professore ordinario di Ostetricia e Ginecologia all’Università di Valencia, ha descritto un sistema nel quale la PMA ha raggiunto una diffusione sensibilmente superiore a quella italiana, favorita da una legislazione più aperta, dalla presenza del servizio pubblico e da una maggiore conoscenza delle possibilità offerte dalla medicina riproduttiva.

Secondo i dati presentati, in Spagna vengono effettuati circa 200 mila cicli all’anno e approssimativamente il 12% dei bambini nasce attraverso tecniche di PMA. Il sistema spagnolo consente inoltre l’accesso alle donne singole e alle coppie formate da persone dello stesso sesso, mentre la preservazione della fertilità attraverso la crioconservazione degli ovociti è maggiormente diffusa rispetto all’Italia.

Le differenze non dipendono esclusivamente dalla capacità tecnica dei centri, poiché coinvolgono la normativa, l’informazione, il finanziamento pubblico e il riconoscimento dei diversi modelli familiari. Francia e Spagna hanno seguito percorsi differenti, tuttavia entrambe le esperienze indicano che la natalità non può essere sostenuta attraverso un singolo incentivo, bensì mediante politiche continuative nelle quali sanità, lavoro, servizi e diritti procedano in modo coordinato.

La Legge 40 e il percorso dei diritti

La regolamentazione italiana della procreazione medicalmente assistita continua a essere fondata sulla Legge n. 40 del 2004, la quale nel corso degli anni è stata modificata attraverso numerosi interventi della Corte costituzionale e della giurisdizione ordinaria. A ricostruire tale evoluzione è stata Filomena Gallo, avvocata e segretaria dell’Associazione Luca Coscioni, la quale ha ricordato come diversi divieti siano stati superati non mediante una revisione organica del Parlamento, bensì attraverso i ricorsi promossi dalle persone direttamente interessate.

L’obbligo di produrre un numero limitato di embrioni, il trasferimento contemporaneo degli embrioni ottenuti, il divieto di fecondazione eterologa e l’esclusione delle coppie fertili portatrici di patologie genetiche sono alcuni degli aspetti sui quali è intervenuta la Corte costituzionale. Le decisioni hanno progressivamente riaffermato la centralità della salute della donna, dell’autonomia professionale del medico e della possibilità di utilizzare le tecniche per evitare la trasmissione di gravi patologie.

Il percorso giudiziario ha richiesto anni, mentre il tempo ha un peso determinante nelle scelte riproduttive. Alcune persone, nell’attesa delle decisioni, hanno dovuto rinunciare al proprio progetto oppure si sono rivolte a strutture estere, affrontando costi e difficoltà aggiuntive. Per tale ragione è stata sollecitata un’assunzione di responsabilità da parte del legislatore, affinché l’accesso alle cure non dipenda esclusivamente dalla capacità di sostenere una causa o un viaggio sanitario.

Tra i divieti ancora presenti vi è quello che impedisce alle donne singole e alle coppie dello stesso sesso di accedere alla PMA in Italia. La Corte costituzionale ha riconosciuto la necessità di tutelare i bambini nati all’estero all’interno di famiglie con due madri, tuttavia ha rimesso al Parlamento la decisione sull’ampliamento della platea delle persone ammesse ai trattamenti, precisando che non esistono impedimenti costituzionali assoluti alla modifica.

Per superare questa esclusione è stata promossa una proposta di legge di iniziativa popolare, sostenuta anche da AIFE, la quale mira a consentire l’accesso alle persone maggiorenni che necessitano delle tecniche. La raccolta delle firme è stata indicata come uno strumento attraverso il quale portare il tema nella prossima legislatura e sollecitare le forze politiche a pronunciarsi durante la definizione dei propri programmi.

Alla dimensione giuridica si è affiancata la testimonianza di Martina Veltroni, documentarista e produttrice, la quale ha raccontato il percorso intrapreso per diventare madre da sola. Dopo avere crioconservato i propri ovociti in Italia, la decisione di avviare una gravidanza ha richiesto il ricorso a strutture straniere, numerosi viaggi, diversi tentativi e un considerevole impegno economico, poiché la normativa italiana non le consentiva di ricevere il trattamento nel proprio Paese.

Il racconto ha reso visibili le conseguenze concrete delle differenze normative. Effettuare un percorso di PMA lontano dalla propria rete familiare, dai medici di riferimento e dall’ambiente nel quale si vive aggiunge difficoltà a un trattamento già complesso sul piano fisico ed emotivo. L’accesso all’estero rimane inoltre più semplice per chi dispone di risorse economiche, flessibilità lavorativa e competenze linguistiche, producendo un’ulteriore selezione sociale.

La discussione non ha negato la complessità delle questioni etiche e giuridiche, bensì ha evidenziato la necessità di affrontarle attraverso regole chiare e aggiornate. Quando la società e la medicina cambiano più rapidamente della normativa, il rischio è quello di trasferire all’estero decisioni e trattamenti che riguardano cittadini italiani, lasciando irrisolti i problemi relativi all’assistenza, alla sicurezza e al riconoscimento delle famiglie.

Prevenzione, preservazione ed equità nel Manifesto 2030

Il Manifesto della Fertilità 2030 nasce dall’intenzione di riunire in un’unica proposta le diverse dimensioni emerse durante la giornata. Il segretario generale AIFE Dario Ginefra ha spiegato che il documento non intende rappresentare una rivendicazione corporativa degli operatori della PMA, bensì offrire alla politica una traccia destinata alla prossima legislatura, affinché la salute riproduttiva venga inserita stabilmente nell’agenda istituzionale.

La prima direttrice riguarda l’informazione. La scarsa conoscenza dei tempi biologici, dei fattori di rischio e delle possibilità di preservazione della fertilità rende più difficile assumere decisioni consapevoli, soprattutto quando il progetto genitoriale viene rinviato per ragioni di studio, lavoro o stabilità personale. L’educazione alla salute riproduttiva dovrebbe pertanto cominciare prima dell’emergere dell’infertilità e accompagnare uomini e donne durante le diverse fasi della vita.

Un secondo asse concerne la crioconservazione degli ovociti: nel dibattito è stato sottolineato come il social freezing rimanga, in Italia, molto meno diffuso rispetto ad altri Paesi europei e sia generalmente sostenuto in modo diretto dalle persone interessate, salvo le situazioni collegate a patologie o trattamenti medici che possono compromettere la fertilità. L’eventuale ampliamento del sostegno pubblico richiede criteri clinici, informazione corretta e una valutazione delle risorse, affinché la preservazione non diventi un’opportunità riservata soltanto a chi dispone di redditi elevati.

Filippo Maria Ubaldi, Rocco Rago e Nicola Colacurci hanno richiamato la necessità di elaborare un piano nazionale della salute riproduttiva, il quale distingua il sostegno alle scelte individuali da un’impostazione meramente pronatalista. La finalità non dovrebbe essere quella di orientare i comportamenti privati, bensì di rimuovere gli ostacoli che impediscono alle persone di realizzare un desiderio già presente, garantendo al contempo prevenzione, cure e assistenza dopo la nascita.

L’equità territoriale costituisce un passaggio imprescindibile. Il riconoscimento delle prestazioni nei livelli essenziali di assistenza non è sufficiente quando permangono differenze nei tempi di attesa, nella disponibilità dei centri, nei criteri di accesso e nella qualità delle prestazioni. Una politica nazionale richiede pertanto standard comuni, investimenti, formazione degli operatori e sistemi di monitoraggio in grado di individuare le aree nelle quali i diritti rimangono soltanto formalmente riconosciuti.

Anche la qualità scientifica è stata posta al centro del documento. La medicina della riproduzione coinvolge ginecologi, embriologi, endocrinologi, andrologi, nutrizionisti, psicologi e altre professionalità, poiché la presa in carico non può limitarsi all’esecuzione della tecnica. Ricerca, multidisciplinarità e aggiornamento devono accompagnare l’espansione dell’accesso, affinché l’universalità delle prestazioni non determini una riduzione degli standard assistenziali.

Il sostegno alla fertilità richiede inoltre politiche del lavoro e della famiglia coerenti. Occupazione stabile, accesso alla casa, servizi educativi, congedi condivisi e parità tra uomini e donne non rappresentano misure esterne alla salute riproduttiva, bensì condizioni che incidono direttamente sulla possibilità di diventare genitori. La PMA può offrire una risposta all’infertilità, tuttavia non può sostituire un ambiente sociale nel quale la genitorialità sia compatibile con l’autonomia e la continuità professionale.

La sfida indicata alla Camera consiste dunque nel passare da interventi episodici a una politica strutturale, sottratta alle oscillazioni delle maggioranze e costruita su un orizzonte temporale sufficientemente lungo. Il Manifesto della Fertilità 2030 si propone di collegare prevenzione, assistenza sanitaria, diritti, welfare e conoscenza scientifica, affinché il desiderio di avere un figlio non venga ostacolato dal reddito, dal luogo di residenza, dall’assenza di informazioni o da una normativa non più adeguata alla realtà sociale.

La denatalità rimane un fenomeno complesso, il quale non può essere risolto attraverso una singola misura né attribuito a un cambiamento uniforme dei valori individuali. I dati illustrati durante il congresso indicano che molte persone continuano a desiderare figli, ma incontrano difficoltà nel trovare il tempo, la sicurezza e le condizioni sanitarie necessarie per averli. Intervenire su tale distanza significa riconoscere la libertà di chi non intende diventare genitore e, nello stesso tempo, rendere effettiva quella di chi desidera costruire una famiglia.

Il percorso verso il 2030 passa pertanto dalla capacità delle istituzioni di assumere la salute riproduttiva come materia trasversale, nella quale le competenze del Ministero della Salute si intrecciano con quelle relative al lavoro, all’istruzione, alle politiche sociali e all’organizzazione territoriale. Soltanto una responsabilità condivisa potrà trasformare la fertilità da questione affrontata quando insorge una patologia a elemento stabile della programmazione pubblica e della tutela della persona.

Take the Date è un prodotto di Nomos

Take the Date è il portale che promuove gli eventi istituzionali e pubblici di rilievo che si tengono ogni giorno in Italia. Nato da un progetto di Nomos Centro Studi Parlamentari azienda leader nel settore delle relazioni istituzionali.

Nomos

Iscriviti a Take The Date

Free

Per Privati

Gratis

  • Consultazione di 8 eventi nella home page e nelle sezioni dedicate
  • Iscrizione alla newsletter generica, che verrà inviata con cadenza settimanale 
  • Inserimento gratuito dei tuoi eventi
  • Sponsorizzazione dei tuoi eventi (si applicano costi e condizioni)

Professional

Per Professionisti

€200/anno+IVA

  • Consultazione di tutti gli eventi
  • Iscrizione alla newsletter generica, che verrà inviata con cadenza settimanale 
  • Iscrizione a 2 newsletter tematiche 
  • Inserimento gratuito dei tuoi eventi
  • Sponsorizzazione dei tuoi eventi con uno sconto del 10%
  • Accesso all’archivio storico degli eventi
  • Accesso all’agenda istituzionale 
  • Visualizzazione completa di tutti gli eventi nella Home Page e nelle aree tematiche

Enterprise

Per Aziende

€300/anno+IVA

  • Consultazione di tutti gli eventi
  • Iscrizione alla newsletter generica, che verrà inviata con cadenza settimanale  
  • Iscrizione a tutte le newsletter tematiche
  • Alert ultimi eventi inseriti
  • Inserimento gratuito dei tuoi eventi
  • Sponsorizzazione dei tuoi eventi con uno sconto del 20%
  • Accesso all’archivio storico degli eventi
  • Accesso all’agenda istituzionale
  • Visualizzazione completa di tutti gli eventi nella Home Page e nelle aree tematiche
  • Area riservata con calendario interno, archivio e alert personalizzati
  • Copia/Incolla abilitato
  •  

Nato da un’iniziativa di Nomos Centro Studi Parlamentari - società di consulenza specializzata in public affairs, advocacy, lobbying e monitoraggio istituzionale e comunicazione - Take The Date è il primo portale che promuove tutti gli eventi di rilievo istituzionale e pubblico, che si tengono ogni giorno in Italia.

SOCIAL