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Approfondimenti

Europa, Stati Uniti e intelligenza artificiale: il futuro tra democrazia, sovranità digitale e nuovo ordine globale

Al Senato un confronto promosso dal gruppo del Partito Democratico sulle trasformazioni internazionali, tecnologiche e democratiche che ridefiniscono il rapporto transatlantico. Al centro degli interventi il ruolo dell’Europa, la crisi dell’ordine multilaterale, la regolazione dell’intelligenza artificiale e la costruzione di una cittadinanza digitale fondata su diritti, dati e partecipazione.

Il rapporto tra Europa, Stati Uniti e intelligenza artificiale non riguarda più soltanto la cooperazione internazionale o l’evoluzione tecnologica, bensì la capacità delle democrazie di governare un cambiamento che incide su economia, sicurezza, lavoro, informazione, diritti e qualità della vita. È questo il terreno sul quale si è sviluppato il seminario “Costruire il domani”, promosso al Senato dal gruppo del Partito Democratico, con la partecipazione di esponenti politici, studiosi, giornalisti, rappresentanti istituzionali e imprenditori. L’iniziativa ha collocato la riflessione sul futuro dentro una fase segnata dalla crisi dell’ordine internazionale, dal mutamento del rapporto transatlantico, dalla crescita dei nazionalismi e dall’affermazione di nuove infrastrutture digitali capaci di condizionare le scelte pubbliche e private. Ne è derivato un confronto articolato, nel quale la tecnologia è stata affrontata non come ambito separato dalla politica, ma come nuova dimensione del potere.

Il futuro come questione politica

Ad aprire i lavori è stato Francesco Boccia, il quale ha ricondotto l’iniziativa a un percorso di approfondimento avviato dal gruppo parlamentare del Partito Democratico per leggere le principali trasformazioni politiche, internazionali e tecnologiche in corso e tradurle, successivamente, in proposte di iniziativa parlamentare. La scelta di partire dal rapporto tra Unione Europea e Stati Uniti è stata collegata alla necessità di comprendere una fase che non può essere considerata una semplice parentesi congiunturale, bensì un passaggio destinato a incidere sugli equilibri democratici, economici e istituzionali dei prossimi anni.

Nel suo intervento, Boccia ha richiamato il ruolo delle istituzioni davanti a processi che avanzano spesso con maggiore rapidità rispetto alla capacità normativa di governarli. L’esempio dei veicoli senza conducente ha mostrato con chiarezza questa distanza: la tecnologia è già disponibile, mentre il quadro regolatorio fatica ancora a definire responsabilità, sicurezza e condizioni di utilizzo. Da qui l’esigenza di una politica che non si limiti a rincorrere l’innovazione, ma sappia orientarla, stabilendone finalità, regole e limiti affinché il cambiamento tecnologico resti compatibile con l’interesse pubblico e con la tutela dei cittadini.

Il confronto si è sviluppato lungo due direttrici strettamente collegate. La prima ha riguardato il rapporto tra Europa e Stati Uniti dentro un ordine internazionale sempre più instabile, segnato dal ritorno dei nazionalismi, dalla crisi del multilateralismo e dalla necessità per l’Unione europea di definire una propria autonomia politica e strategica. La seconda ha riguardato l’intelligenza artificiale, non più intesa come semplice innovazione tecnologica, ma come infrastruttura destinata a incidere sulla partecipazione democratica, sulla cittadinanza digitale, sull’organizzazione economica e sulla distribuzione del potere. La tecnologia, pertanto, è stata collocata al centro della riflessione politica, come uno dei terreni sui quali si misura oggi la qualità delle democrazie contemporanee.

Collegato da Bruxelles, Nicola Zingaretti ha aperto la prima parte del confronto portando l’attenzione sul clima politico che attraversa le istituzioni europee. Il Parlamento europeo è stato rappresentato come uno dei luoghi nei quali si concentra una battaglia decisiva per il futuro dell’integrazione, in una fase in cui le forze euroscettiche e nazionaliste crescono in molti Paesi membri e condizionano l’orientamento dei governi. Il punto centrale riguarda la difficoltà dell’Unione di affermarsi come soggetto autonomo proprio nel momento in cui le trasformazioni globali richiederebbero maggiore coesione, capacità decisionale e una più netta assunzione di responsabilità comune.

Dalla riflessione è emersa una lettura articolata della fase europea, costruita attorno a tre passaggi principali. Il primo riguarda la discontinuità rispetto all’ordine politico nato dopo la Seconda guerra mondiale, poiché in molti governi e in ampie parti delle opinioni pubbliche si rafforzano forze che non considerano l’Europa una dimensione politica comune, bensì uno strumento di protezione delle identità nazionali. Il secondo passaggio riguarda gli Stati Uniti, dove l’attuale amministrazione viene letta come espressione di una visione non più orientata ad agire dentro un ordine internazionale condiviso, ma a sostituirlo con un assetto fondato prevalentemente sui rapporti di forza.

Il terzo elemento conduce invece al digitale, ambito nel quale l’Unione europea sta provando a costruire un proprio spazio regolatorio, industriale e strategico.

In questo scenario, l’Europa non può essere relegata al ruolo di soggetto che definisce regole mentre altri concentrano innovazione, capitali e infrastrutture. I principali regolamenti europei sul digitale, dal Digital Services Act al Chips Act, insieme alle nuove iniziative su cloud e intelligenza artificiale, sono stati ricondotti alla costruzione di un modello capace di tutelare dignità umana, libertà di mercato e libertà di opinione davanti alla crescita di monopoli e oligopoli tecnologici.

L’autonomia strategica europea, dunque, non coincide con una chiusura autarchica, ma con la possibilità di disporre di strumenti, regole, investimenti e indirizzi propri, affinché il continente possa partecipare alla trasformazione digitale senza subirne passivamente gli equilibri.

Dalla crisi dell’ordine internazionale alla sovranità algoritmica

La riflessione introduttiva di Barbara Carfagna ha portato il confronto sul terreno in cui oggi prende forma l’idea stessa di futuro. Per gran parte del Novecento, quel luogo è stato identificato con lo Stato e con le istituzioni pubbliche, chiamate a definire regole, interessi collettivi e traiettorie di sviluppo. La rivoluzione digitale ha progressivamente spostato questo baricentro verso le piattaforme private, diventate spazi nei quali miliardi di persone si informano, discutono, costruiscono relazioni e orientano comportamenti individuali e collettivi.

Con l’intelligenza artificiale, tuttavia, il passaggio appare ancora più profondo. Non si tratta più soltanto di piattaforme che organizzano contenuti e conversazioni, ma di infrastrutture capaci di elaborare dati, anticipare scenari, influenzare decisioni e incidere sulla costruzione delle aspettative. Il futuro, dunque, non viene più soltanto immaginato o regolato dalle istituzioni, bensì può essere previsto, orientato e in parte condizionato da sistemi tecnologici che concentrano informazioni, capacità di calcolo e potere decisionale.

Il riferimento a piattaforme predittive, a sistemi di scommessa sugli eventi futuri e a documenti che collegano sovranità istituzionale, software, dati e intelligenza artificiale ha introdotto uno dei punti più rilevanti del confronto: la sovranità non dipende più soltanto da confini, leggi e apparati amministrativi, ma anche dall’architettura digitale attraverso la quale istituzioni, imprese e comunità organizzano le proprie decisioni.

In questa trasformazione si produce una convergenza nuova tra potere pubblico e potere privato. I grandi attori tecnologici, che per anni hanno chiesto meno Stato e meno vincoli, cominciano a chiedere Stati più forti per proteggere infrastrutture strategiche, filiere industriali e primati tecnologici. La questione posta, dunque, non è più soltanto chi governa la tecnologia, ma chi partecipa alla costruzione del bene comune in una società attraversata dall’intelligenza artificiale.

La relazione tra Stati Uniti, Europa e ordine internazionale è stata affrontata anche attraverso il contributo di Lucia Goracci, la quale ha ricondotto il discorso al Medio Oriente e alle crisi in Iran, Israele e Palestina. La giornalista ha descritto un Iran attraversato da due immagini parallele: da un lato la narrazione ufficiale di un Paese che non si considera sconfitto e che prova a esibire capacità bellica e determinazione; dall’altro i vuoti di una società segnata da repressione, incertezza e disillusione.

Nel racconto di Goracci, la guerra non ha conseguito gli obiettivi dichiarati e ha indebolito ulteriormente un’opposizione già fragile, la quale aveva in parte immaginato di poter contare su un intervento esterno per aprire una fase di transizione. Al contrario, il conflitto ha rimosso anche l’ultima forma di sicurezza che una parte della popolazione poteva ancora riconoscere al potere iraniano, lasciando intatti i nodi del programma nucleare, della stabilità regionale e dello stretto di Hormuz.

Più problematico ancora, nella sua analisi, il ruolo dell’Unione Europea rispetto al conflitto israelo-palestinese. L’Europa appare incapace di definire una linea comune non solo sul piano politico, ma anche nelle misure concrete: dalle sanzioni ai coloni più estremisti al blocco dei prodotti provenienti dagli insediamenti. La difficoltà di scegliere tra unanimità e maggioranza qualificata nelle decisioni di politica estera mostra un limite strutturale dell’azione europea, proprio mentre la crisi richiederebbe iniziativa diplomatica, coerenza e capacità di intervento.

Schlein: un modello europeo per la tecnologia

Nel passaggio dedicato alle responsabilità della politica davanti alle trasformazioni in corso, Elly Schlein ha richiamato la necessità di costruire un futuro diverso da quello prodotto dai nazionalismi, dalla chiusura protezionistica e dalla frammentazione degli interessi nazionali. Il mondo precedente, ha osservato, non tornerà, e proprio per questo la questione non consiste nel rimpiangere l’ordine che ha segnato il secondo dopoguerra, bensì nel definire quale assetto politico, economico e sociale sia possibile costruire davanti alla crisi delle relazioni internazionali e all’indebolimento delle sedi multilaterali.

La segretaria del Partito Democratico ha indicato il nazionalismo come una forza che, nella storia europea, ha prodotto conflitto e che oggi torna a manifestarsi attraverso muri, dazi e contrapposizioni tra Paesi. Tuttavia, ha distinto il rapporto storico con gli Stati Uniti dalla fase politica rappresentata dall’amministrazione Trump, sottolineando che l’America non può essere ridotta al suo attuale presidente.

Da questa distinzione deriva, secondo Schlein, la necessità di un modello europeo capace di mantenere aperti canali di dialogo e cooperazione con quei Paesi e con quelle società che si riconoscono ancora in un ordine fondato su democrazia, diritto internazionale e collaborazione, anziché su forza, chiusura e competizione permanente.

Sul piano tecnologico, la necessità di rafforzare l’integrazione europea è stata collegata alla costruzione di strumenti comuni di ricerca, sviluppo e capacità industriale. In questa direzione si inserisce la proposta di un CERN europeo per l’intelligenza artificiale, pensato come centro autonomo, finanziato in modo stabile dagli Stati e capace di riunire competenze scientifiche, ricerca avanzata e applicazioni utili al sistema produttivo.

La scelta indicata è quella di una via europea all’innovazione, distinta sia dal modello statunitense, nel quale il processo tecnologico è guidato prevalentemente dalle grandi imprese private e dalla logica del profitto, sia da quello cinese, caratterizzato da un forte controllo statale e da garanzie democratiche più fragili. L’intelligenza artificiale dovrebbe dunque essere orientata al rafforzamento del modello sociale europeo, contribuendo a migliorare pubblica amministrazione, sanità, contrasto all’evasione fiscale e qualità dei servizi, senza favorire una nuova concentrazione di potere, ricchezza e conoscenza.

La questione della competitività europea è stata affrontata da Francesco Grillo, docente all’Università Bocconi e visiting fellow allo European University Institute, attraverso una lettura che ha collegato innovazione, struttura industriale e capacità strategica del continente. La trasformazione digitale, nella sua analisi, non può essere considerata soltanto una nuova rivoluzione industriale, poiché modifica in profondità il modo in cui le società raccolgono informazioni, le trasformano in conoscenza e le utilizzano per produrre valore economico, decisioni pubbliche e potere.

Uno dei passaggi centrali ha riguardato il divario tra le grandi imprese tecnologiche globali e i mercati europei. La distanza tra la capitalizzazione delle principali aziende digitali e quella delle piazze finanziarie del continente restituisce una vulnerabilità che non è solo economica, ma anche politica e industriale. L’assenza quasi totale di imprese europee tra i maggiori gruppi mondiali segnala infatti una difficoltà più ampia: senza campioni tecnologici, infrastrutture proprie e capacità di investimento, l’Europa rischia di dipendere da altri attori nei settori che orientano crescita, sicurezza, informazione e innovazione.

Questa fragilità, tuttavia, è stata messa in relazione anche con una vulnerabilità speculare degli Stati Uniti, dove la concentrazione di valore nelle grandi piattaforme e l’espansione dei mercati finanziari possono alimentare squilibri difficili da governare. L’Europa conserva ancora un patrimonio distintivo nella qualità della vita, nel modello sociale, nella capacità di attrarre persone, competenze e talenti, ma deve trasformare questi elementi in forza competitiva.

Energia, difesa e controllo dell’informazione diventano pertanto ambiti decisivi, nei quali la dipendenza europea non può più essere considerata sostenibile. In particolare, l’accelerazione sulle rinnovabili è stata ricondotta non soltanto alla transizione climatica, ma anche alla sicurezza economica, alla riduzione delle dipendenze esterne e alla possibilità di costruire una maggiore autonomia strategica.

Sicurezza, NATO e nuova dimensione della deterrenza

La dimensione della sicurezza ha rappresentato uno dei passaggi centrali del dialogo tra Bill de Blasio e Marcos Perestrello, guidato da Barbara Carfagna e dedicato al modo in cui tecnologia, difesa e relazioni transatlantiche si intrecciano nel nuovo scenario internazionale. Il punto di partenza è stato il mutamento delle minacce: la sicurezza continua a riguardare la possibilità di vivere in pace, stabilità e protezione, tuttavia oggi non si misura più soltanto attraverso confini, eserciti e deterrenza militare tradizionale.

Nella lettura di Perestrello, semiconduttori, cloud, dati, intelligenza artificiale, materie prime critiche e infrastrutture tecnologiche sono ormai parte integrante della sicurezza nazionale e collettiva. La protezione delle democrazie occidentali passa dunque anche dalla capacità di garantire autonomia, continuità operativa e controllo su quei sistemi che sostengono economia, difesa, comunicazioni e servizi essenziali.

Il rafforzamento europeo non deve tradursi in protezionismo, ma in capacità di cooperare da una posizione meno dipendente. La NATO, in questa visione, non può più essere considerata soltanto un’alleanza militare tradizionale: la superiorità tecnologica è sempre stata un elemento decisivo nella storia della difesa, e oggi assume una centralità ancora maggiore, come mostra anche l’esperienza ucraina.

Dal versante statunitense, Bill de Blasio ha ricondotto il tema della sicurezza a una dimensione sempre più legata all’economia reale, alla condizione della classe media e alla percezione del futuro da parte delle nuove generazioni. Negli Stati Uniti, ha osservato, il dibattito sulla sicurezza non può più essere separato dal peggioramento delle condizioni materiali, dall’incertezza del lavoro e dalla perdita di fiducia di molti giovani nella possibilità di costruire un percorso stabile.

In questo scenario, l’intelligenza artificiale è destinata a diventare uno dei principali temi politici dei prossimi anni, poiché inciderà direttamente su occupazione, privacy, democrazia e distribuzione del potere decisionale. La crescente diffidenza verso le grandi piattaforme tecnologiche nasce dalla percezione che i dati personali siano trasformati in valore economico privato e che una parte del futuro lavorativo venga sottratta alle nuove generazioni. Da qui la necessità di un più forte presidio pubblico e di un nuovo equilibrio tra cittadini, imprese tecnologiche e istituzioni, affinché l’innovazione non produca ulteriore concentrazione di potere, ma resti compatibile con la tutela dei diritti e con la qualità della democrazia.

A chiudere la prima sessione è stato Alessandro Alfieri, il quale ha ricondotto il confronto alla ridefinizione dell’ordine internazionale. Gli Stati Uniti e la Cina, ha spiegato, stanno provando a riscrivere l’assetto uscito dalla Seconda guerra mondiale, mentre le istituzioni multilaterali attraversano una crisi di rappresentanza e di efficacia. Tuttavia, la risposta non può essere l’abbandono del multilateralismo.

Alfieri ha richiamato il ruolo delle agenzie delle Nazioni Unite, dall’UNHCR alle missioni internazionali, ricordando come in molte aree di crisi la presenza multilaterale rappresenti ancora l’unico presidio operativo e umanitario. La difesa del multilateralismo deve dunque procedere insieme alla costruzione di un’autonomia strategica europea, affinché il rapporto con gli Stati Uniti possa diventare più maturo, paritario e fondato su una comunità di valori.

Il tema della difesa europea è stato affrontato come percorso graduale. Non si tratta di sostituire dall’oggi al domani la NATO, bensì di rafforzare il pilastro europeo, sviluppare capacità comuni e costruire un’agenda condivisa tra i Paesi disponibili. Il superamento dell’unanimità e il ricorso a cooperazioni rafforzate sono stati indicati come passaggi necessari per evitare che l’Europa resti ferma alla sola dichiarazione di preoccupazione davanti alle crisi internazionali.

Nicita e la cittadinanza digitale

La seconda sessione, dedicata a intelligenza artificiale, partecipazione democratica e nuova cittadinanza digitale, è stata aperta da Antonio Nicita, il quale ha affrontato il tema della sovranità tecnologica europea. La prima condizione indicata è la scala: nell’economia dei dati, volume e varietà sono decisivi, e per questo la sovranità digitale non può essere nazionale. Deve essere europea, giacché solo una dimensione continentale consente investimenti, competenze e infrastrutture adeguate.

Nicita ha respinto l’idea di una tecnologia neutrale. Gli algoritmi non si limitano a eseguire funzioni, ma incorporano scelte, regole, priorità e modelli di comportamento. Quando si disegna un algoritmo, si decide come parte, dove arriva e quali effetti produce. Per questo la regolazione non è esterna all’innovazione: è parte della sua struttura.

Il GDPR, il Digital Markets Act, il Digital Services Act e il Data Act sono stati indicati come passaggi rilevanti, ma non sufficienti. Molti dati che generano valore non sono infatti oggetto di relazioni contrattuali esplicite: voce, volto, comportamenti, movimenti, preferenze e interazioni quotidiane possono rivelare identità, abitudini e orientamenti. Il rischio è che un dato privato, una volta rivelato in un ambiente digitale, venga riappropriato dalle piattaforme e trasformato in valore privato. La sfida della cittadinanza digitale consiste dunque nel riconoscere agli utenti il controllo sui propri dati, affinché libertà, diritti e innovazione possano essere tenuti insieme.

Impresa, dignità e controllo dell’intelligenza artificiale

Il rapporto tra intelligenza artificiale, lavoro e impresa è stato affrontato da Brunello Cucinelli e Andrea Pezzi, con due sensibilità diverse ma convergenti sulla centralità dell’essere umano. Cucinelli ha insistito sulla necessità di recuperare gentilezza, garbo, equilibrio e dignità nei luoghi di lavoro e nelle relazioni sociali. L’intelligenza artificiale, nella sua lettura, può essere una collaboratrice dotata di grande capacità di memoria e calcolo, ma non può sostituire la creatività, la follia, l’intuizione e la dimensione umana.

Il punto non è dunque avere paura della tecnologia, bensì evitare che il lavoro perda senso e che la relazione tra persone venga ridotta a scambio funzionale. La questione salariale, la dignità dell’operaio, la qualità degli ambienti di lavoro e il rispetto dei tempi di vita sono stati presentati come elementi essenziali di un’impresa capace di restare umana anche dentro la trasformazione digitale.

Pezzi ha invece concentrato l’attenzione sui rischi di appropriazione dei dati e del know-how da parte delle grandi piattaforme di intelligenza artificiale. Le imprese che inseriscono contratti, listini, documenti e processi nei sistemi di AI rischiano di alimentare gratuitamente modelli che in futuro potranno sostituirle. Da qui la proposta di introdurre principi come la non appropriazione computazionale, il segreto computazionale per legge, la presunzione di riservatezza by default e l’attribuzione di una responsabilità umana ai sistemi artificiali. La politica, secondo Pezzi, deve ricordare all’economia che il limite di ogni crescita è la dignità dell’essere umano.

Le conclusioni di Francesco Boccia hanno riportato il confronto al compito politico del Partito Democratico e alla necessità di trasformare le analisi emerse in iniziative parlamentari. Il rapporto tra Europa e Stati Uniti, ha spiegato, deve essere letto distinguendo le scelte delle amministrazioni dai legami tra popoli. I presidenti passano, i popoli restano: questa formula ha sintetizzato la volontà di mantenere vivo il rapporto transatlantico, pur dentro una fase di profonda tensione.

Boccia ha individuato nella relazione tra potere tecnologico e cittadinanza la nuova questione democratica del XXI secolo. Se nel Novecento il nodo centrale era il rapporto tra capitale e lavoro, oggi il funzionamento della democrazia dipende anche dal modo in cui vengono distribuiti potere digitale, controllo dei dati, accesso alla conoscenza e capacità di orientare l’innovazione.

La proposta di un CERN europeo per l’intelligenza artificiale è stata rilanciata come investimento comune in ricerca pubblica, capacità di calcolo, dati e modelli aperti. L’innovazione, ha spiegato Boccia, deve essere considerata un bene comune e non un monopolio tecnologico. Allo stesso tempo, i nuovi diritti universali devono affiancare quelli già consolidati: scuola, sanità, trasporti e assistenza restano fondamentali, ma accanto a essi emergono trasparenza degli algoritmi, controllo democratico dei dati, accesso universale alla conoscenza e tutela del lavoro davanti alla trasformazione tecnologica.

La chiusura ha restituito il senso complessivo del seminario. Costruire il domani non significa affidare alla tecnologia il compito di decidere il futuro, bensì usare la tecnologia per rafforzare democrazia, partecipazione, cooperazione e progresso sociale. L’intelligenza artificiale può diventare una leva di emancipazione solo se resta dentro una cornice politica capace di proteggere la dignità delle persone, la sovranità delle istituzioni e la libertà dei cittadini.

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