50 miliardi di dollari di contratti siglati tra gli alleati: il bilancio del summit tra unità politica e burden shifting.
Si è svolto ad Ankara il vertice NATO che ha segnato un passaggio importante nel rapporto tra Stati Uniti ed Europa sul fronte della difesa: gli alleati, in particolare quelli europei, hanno preso coscienza della necessità di assumere un ruolo più importante nella difesa convenzionale del vecchio continente, in un processo definito "burden shifting", ovvero di redistribuzione degli oneri.
Il vertice sarà ricordato anche come un'importante tappa per l'industria della difesa: sono stati siglati contratti per 50 miliardi di dollari tra i Paesi alleati, a cui si aggiungono altri 40 miliardi destinati alle difese antidrone nei prossimi cinque anni.
In occasione della conclusione del vertice, il progetto culturale ed editoriale Formiche Airpress ha organizzato un Webinar per riflettere sull’Alleanza Atlantica, la difesa, la situazione geopolitica e il ruolo dell’Italia e dell’Europa. Al talk, moderato dalla direttrice di Formiche e Airpress Flavia Giacobbe, sono intervenuti Lorenzo Cesa, Presidente della Delegazione italiana presso l'Assemblea parlamentare della NATO, e Michele Valensise, Presidente dell’Istituto Affari Internazionali.
La sede del vertice e il divario di spesa tra gli alleati
La scelta della sede che ha ospitato il summit non è stata casuale: la Turchia, pur ai margini dell'Europa, resta un membro fondamentale dell'Alleanza, nonostante le criticità legate ai rapporti con la Russia e alle tensioni con Cipro e Grecia. Inoltre, Roma e Ankara condividono un obiettivo comune, quello di dare peso al fianco sud della NATO e al Mediterraneo, con una convergenza che si riflette anche sul piano industriale, come dimostra l'accordo che è stato stipulato tra Baykar e Leonardo per la produzione di droni.
Sul piano degli impegni di spesa, il vertice ha mostrato come i Paesi dell'area nord ed est dell’Europa abbiano preso sul serio l'obiettivo fissato lo scorso anno in occasione del summit dell'Aja. Germania, Paesi baltici, Paesi nordici e Polonia hanno infatti già superato il test dell'aumento del budget per la difesa. Il resto dei Paesi, Italia compresa, procede invece più lentamente.
Un confronto positivo sul piano politico: riaffermato l'articolo 5
Nonostante le premesse non fossero incoraggianti, il vertice di Ankara ha portato a un rafforzamento dell'Alleanza, con la riaffermazione dell'articolo 5 come elemento essenziale della NATO fin dal primo punto del documento finale. È il bilancio tracciato da Lorenzo Cesa, presidente della delegazione italiana presso l'Assemblea Parlamentare della NATO, secondo cui l'aspetto più significativo del summit è stata l'unità politica tra i 32 Paesi membri, sancita dal documento approvato e sottoscritto da tutti i capi di Stato.
Le discussioni ad Ankara hanno permesso di presentare una NATO coesa e capace di assumersi responsabilità importanti in un momento delicato per gli equilibri internazionali: è la lettura offerta dall'ambasciatore Michele Valensise, secondo cui gli europei stanno rispondendo con maggiore incisività agli impegni assunti al vertice dell'Aja del 2025, in un contesto segnato da un graduale ma sempre più evidente disimpegno americano.
Investimenti in difesa: costo o opportunità per l'industria?
Il tema della difesa richiede oggi alla politica di "parlare il linguaggio della verità", superando le polemiche interne sui costi impiegati: "Il tema della difesa è altrettanto importante come quello della salute e del welfare", ha dichiarato Cesa, sottolineando come oggi si assista a scenari di guerra in cui i primi obiettivi ad essere colpiti siano le infrastrutture più sensibili di un Paese come centrali elettriche, dissalatori, strade, ponti e ospedali.
Il rafforzamento della difesa non riguarda quindi solo i sistemi d'arma, ma anche la sicurezza informatica e la protezione delle infrastrutture strategiche. Riguardo all’importanza della cybersicurezza, Cesa ha ricordato che il nostro Paese riceve quotidianamente attacchi da parte di Paesi stranieri e ha espresso la necessità di una classe politica pronta a riconoscere il problema e ad investire per risolverlo.
Ad Ankara è stato inoltre avviato un lavoro di coordinamento tra le industrie della difesa dei 32 Paesi membri, per superare la frammentazione dei sistemi in uso e potenziare il comparto industriale nazionale. Il capitolo delle cooperazioni industriali fa parte di un più ampio disegno di rafforzamento delle capacità di difesa, ormai riconosciuto come esigenza condivisa: lo ha spiegato l'ambasciatore Valensise, evidenziando come il vertice abbia segnato anche il passaggio da un'attenzione eccessiva alle percentuali di spesa a una maggiore attenzione sulle capacità effettive. Un esempio citato riguarda la frammentazione produttiva europea rispetto agli Stati Uniti: a fronte di un solo modello di carro armato prodotto oltreoceano, in Europa se ne contano circa 27 versioni diverse, con evidenti sprechi di risorse. Per l'ambasciatore, la collaborazione industriale di Ankara rappresenta più un punto di partenza che un punto di arrivo e, affinché possano essere davvero efficienti, i programmi nazionali di riarmo dovranno essere sempre più coordinati a livello europeo.
Ucraina e Iran: il ruolo dell'Europa tra sostegno militare e stabilizzazione
Negli ultimi due anni l'Europa ha compiuto passi significativi sul fronte della difesa, riducendo progressivamente il divario di spesa con gli Stati Uniti: è quanto sottolineato da Cesa, che ha ribadito come sostenere l'Ucraina equivalga a difendere la sicurezza collettiva europea, in un contesto di aggressione ingiustificata.
Sul fronte iraniano, Cesa ha ricordato come la chiusura dello Stretto di Hormuz riguardi direttamente gli interessi europei, con la NATO, e in particolare le componenti navali, già al lavoro per predisporre un dispositivo di sminamento in vista di una possibile riapertura in sicurezza dell'area.
Da oltre un anno e mezzo l'Europa fornisce sostegno militare all'Ucraina in maniera autonoma rispetto agli Stati Uniti: mentre Washington svolge un ruolo di supporto soprattutto sul piano dell'intelligence, l’Europa ha scelto di offrire un aiuto ancora più incisivo. Lo ha ricordato l'ambasciatore Valensise, precisando come l'obiettivo del sostegno europeo resti quello di costruire le condizioni per un negoziato vero, e non per una resa.
Per quanto riguarda la crisi in Iran, l'ambasciatore ha ricordato il peso dell'esclusione dell’Europa dai processi di consultazione avvenuti nei mesi scorsi, auspicando un maggiore coinvolgimento europeo nella fase post-crisi. Come ha sottolineato Valensise, nonostante gli attacchi di questi giorni, si è in una fase negoziale, durante la quale ci si augura che l’Europa possa avere una voce più forte, anche in virtù dell'esperienza italiana in materia di sminamento degli stretti marittimi, tenendo presente che l’obiettivo che accomuna tutti i Paesi è quello di stabilizzare un'area così turbolenta nell'interesse dell'economia, degli scambi e della sicurezza generale.
