Dalla previdenza alla famiglia, dal lavoro alla digitalizzazione, l’Istituto si conferma una delle principali infrastrutture sociali del Paese. Nel confronto alla Camera, il presidente Gabriele Fava e il ministro Marina Calderone hanno richiamato la necessità di rendere i diritti sociali più accessibili, effettivi e vicini alla vita dei cittadini.
Alla Camera dei deputati è stato presentato il XXV Rapporto annuale dell’INPS, dedicato all’evoluzione del welfare nazionale e alle principali trasformazioni che attraversano il mercato del lavoro, il sistema previdenziale, le politiche per la famiglia e l’accesso ai servizi pubblici. Il documento restituisce una lettura ampia del ruolo dell’Istituto nella tenuta sociale del Paese, evidenziando come previdenza e assistenza siano sempre più legate alla qualità dell’occupazione, alla partecipazione di giovani e donne al mercato del lavoro, alla sostenibilità delle pensioni e alla capacità delle amministrazioni di rendere effettivi i diritti dei cittadini. Al centro degli interventi, il passaggio dell’INPS da ente erogatore di prestazioni a vera infrastruttura sociale, chiamata a operare tra digitalizzazione, prossimità territoriale, utilizzo dei dati, intelligenza artificiale, politiche attive e strumenti di accompagnamento lungo le diverse fasi della vita.
Alla Camera il rapporto dell’Istituto, tra welfare e responsabilità pubblica
La presentazione del XXV Rapporto annuale dell’Istituto Nazionale della Previdenza Sociale ha offerto alla Camera dei deputati un’occasione di confronto sullo stato del welfare italiano e sulle trasformazioni che attraversano lavoro, previdenza, assistenza, famiglie e pubblica amministrazione. L’appuntamento, alla presenza del presidente dell’INPS, professor avvocato Gabriele Fava, del ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali Marina Calderone, del presidente Rizzetto e delle autorità presenti, ha confermato il ruolo centrale dell’Istituto nella tenuta del sistema nazionale di protezione sociale.
In apertura è stato ricordato come il dialogo tra Parlamento e INPS consenta di approfondire temi di rilievo primario per il Paese, a partire dall’assistenza sociale, dalla previdenza e dalla capacità del sistema pubblico di rispondere alle esigenze di cittadini, famiglie, lavoratori, pensionati e imprese. L’attività dell’Istituto, infatti, non si esaurisce nell’erogazione delle prestazioni, ma riguarda la concreta fruibilità dei diritti previsti dalla legislazione, affinché le misure approvate dal legislatore possano tradursi in risposte effettive e tempestive.
Nel saluto istituzionale è stata sottolineata anche l’importanza degli interventi normativi degli ultimi anni, dai congedi parentali al bonus giovani e al bonus donne, fino alle misure in materia di disabilità e agli interventi previdenziali finalizzati a mitigare gli effetti dell’inflazione sul potere d’acquisto dei pensionati. È stato inoltre richiamato il rafforzamento dei servizi digitali, indicato come uno degli strumenti attraverso cui l’INPS può rendere più diretto e immediato il rapporto con la popolazione, soprattutto in una fase nella quale l’accesso ai servizi pubblici rappresenta una componente essenziale della cittadinanza sociale.
Il rapporto, giunto alla venticinquesima edizione, è stato presentato non come una semplice raccolta di dati amministrativi, bensì come una lettura delle trasformazioni profonde che interessano il Paese. Gabriele Fava ha collocato l’Istituto davanti a un passaggio che non riguarda soltanto l’organizzazione interna, ma il modo in cui una grande amministrazione pubblica comprende il tempo in cui opera e si attrezza per governarlo. L’INPS, ha spiegato, è chiamato a evolvere da erogatore di prestazioni a infrastruttura attiva del welfare nazionale, capace di costruire percorsi, connessioni e soluzioni.
Il lavoro come base reale del patto previdenziale
Il primo asse del rapporto riguarda il lavoro, indicato come fondamento della sostenibilità previdenziale e come elemento centrale nella vita delle persone. L’Italia registra oggi livelli occupazionali elevati, con un tasso di occupazione che ha superato stabilmente il 63%, mentre nel 2025 la platea dei lavoratori assicurati presso l’INPS raggiunge circa 27,2 milioni di persone. Si tratta di un dato che non fotografa soltanto una dimensione amministrativa, ma la base concreta su cui si regge il patto previdenziale del Paese.
Fava ha evidenziato come il lavoro dipendente a tempo indeterminato abbia conosciuto una fase di consolidamento, pur dentro una trasformazione più ampia della composizione del mercato del lavoro. Il lavoro cresce, cambia natura, invecchia nella sua struttura demografica, dipende in misura crescente dal contributo dei lavoratori stranieri e vede mutare il rapporto tra lavoro autonomo tradizionale, professioni, collaborazioni e gestione separata. Tra il 2019 e il 2025, secondo i dati contenuti nel rapporto, i lavoratori extraeuropei sono aumentati di oltre il 35%, mentre oggi un lavoratore dipendente su sette è straniero.
Il dato, secondo il presidente dell’INPS, deve essere letto con serietà, fuori da contrapposizioni ideologiche, perché evidenzia come una quota crescente della capacità produttiva e della base contributiva dipenda anche dalla capacità di governare i flussi migratori, orientarli verso i fabbisogni del sistema produttivo e accompagnarli con percorsi di formazione, legalità, integrazione e lavoro regolare. L’integrazione, affinché sia autentica e sostenibile, deve fondarsi sul rispetto delle regole, della Costituzione e dei valori civili del Paese, non come chiusura identitaria, bensì come patto di convivenza, responsabilità e appartenenza.
Accanto a questo fenomeno, la crescita di professionisti e collaboratori segnala una trasformazione profonda del lavoro contemporaneo, nel quale autonomia, flessibilità e nuove competenze rappresentano elementi sempre più diffusi. Tuttavia, se non adeguatamente regolata, la flessibilità può produrre discontinuità reddituale, carriere intermittenti e contribuzioni deboli. Il punto richiamato dalla relazione è che la previdenza non nasce al momento della pensione, ma nel primo contratto, nella prima retribuzione, nella continuità dei versamenti, nella qualità del lavoro, nella produttività e nella partecipazione di giovani e donne al mercato occupazionale.
La sostenibilità previdenziale non si costruisce soltanto modificando requisiti, finestre o coefficienti, ma si forma prima di tutto dentro il mercato del lavoro. Se il lavoro è debole, la previdenza diventa fragile; se i salari restano bassi, i contributi saranno insufficienti; se giovani e donne restano ai margini, il sistema perde base produttiva, capacità contributiva e coesione sociale.
Per questo l’INPS, pur non sostituendosi alle politiche del lavoro, può svolgere una funzione essenziale attraverso il proprio patrimonio informativo, leggendo le trasformazioni occupazionali prima che diventino criticità e mettendo in evidenza il legame tra dinamiche del presente e pensioni del futuro.
La transizione demografica rappresenta uno dei nodi più complessi per il welfare italiano, l’Italia è un Paese che invecchia, fa meno figli, vive più a lungo e continua ad affidare alle famiglie una parte rilevante della cura quotidiana di bambini, anziani, persone con disabilità e soggetti non autosufficienti. La denatalità, è stato sottolineato, non è soltanto un fenomeno statistico, ma una domanda sul futuro della comunità nazionale, perché interroga la capacità del Paese di sostenere chi genera, cresce, educa e assiste.
La famiglia è stata indicata come uno dei pilastri della protezione sociale italiana non per ragioni retoriche, ma perché al suo interno vengono assorbite molte fragilità economiche e sociali. Proprio per questo, il lavoro di cura non può essere considerato una responsabilità esclusivamente privata, ma deve essere riconosciuto come una funzione sociale essenziale, capace di contribuire al benessere collettivo e alla coesione del Paese. La famiglia, tuttavia, non può essere lasciata sola, soprattutto quando le trasformazioni demografiche rendono più pesante il carico assistenziale e più fragile l’equilibrio tra vita privata e lavoro.
L’assegno unico e universale è stato richiamato come uno dei pilastri del sistema, con oltre sei milioni di nuclei familiari raggiunti nel 2025, dieci milioni di figli interessati e trasferimenti alle famiglie per circa 20 miliardi di euro l’anno. Accanto a questo strumento si collocano il bonus maternità, il bonus asilo nido, i congedi parentali, le misure per la disabilità e gli interventi legati alla cura. Il punto, tuttavia, non è più soltanto sommare prestazioni, bensì costruire percorsi capaci di accompagnare le persone nei diversi passaggi della vita.
In questa direzione si inserisce il nuovo portale della famiglia e della genitorialità, presentato come un cambio di grammatica amministrativa. Non una semplice piattaforma digitale, ma uno spazio nel quale oltre quaranta prestazioni INPS e circa trecento servizi di altre pubbliche amministrazioni vengono raccolti e organizzati non secondo l’organigramma della pubblica amministrazione, ma secondo la vita concreta delle persone.
Diventare genitori, crescere un figlio, affrontare una disabilità, cercare servizi di prossimità o presentare una domanda sono passaggi che richiedono strumenti leggibili e accessibili, affinché il cittadino non debba inseguire l’amministrazione, ma trovi un’amministrazione capace di organizzarsi intorno ai suoi bisogni.
Il tema della natalità, tuttavia, non può essere affrontato soltanto con trasferimenti monetari. La decisione di avere un figlio dipende anche dalla stabilità del lavoro, dalla possibilità di conciliare tempi professionali e familiari, dalla disponibilità di servizi per l’infanzia, dalla distribuzione dei carichi di cura tra madri e padri e dalla condizione economica delle giovani generazioni.
L’aumento dell’utilizzo del bonus asilo nido, passato dal 4% dei potenziali beneficiari nel 2017 a oltre il 35% nel 2025, indica un avanzamento significativo, ma mostra anche come le famiglie con ISEE più basso continuino spesso a utilizzare meno la misura, soprattutto nei territori in cui l’offerta di servizi è più debole e il lavoro femminile più instabile.
Pensioni e generazioni, la biografia contributiva del Paese
Le dinamiche demografiche si riflettono inevitabilmente sul sistema previdenziale: parlare di pensioni significa affrontare età, requisiti, spesa e sostenibilità, ma la relazione ha richiamato la necessità di non fermarsi alla superficie del dato. La pensione non è soltanto una prestazione finale, ma il risultato di una storia di lavoro, di versamenti, interruzioni, salari, carriere e discontinuità che accompagnano la persona lungo l’intero arco della vita professionale.
Al 31 dicembre 2025 l’INPS registra 16,4 milioni di pensionati, 21 milioni di pensioni e una spesa lorda pari a 371 miliardi di euro. Numeri che misurano la responsabilità dell’Istituto, ma che raccontano anche decenni di lavoro, trasformazioni industriali, mobilità sociale, disuguaglianze e differenze tra percorsi individuali. Le pensioni di oggi riflettono le carriere di ieri, mentre quelle di domani saranno il risultato del lavoro, dei salari e della continuità contributiva delle generazioni attualmente attive.
Per questa ragione, il divario pensionistico tra uomini e donne non può essere letto soltanto come effetto della normativa previdenziale, poiché nasce prima, dentro carriere più frammentate, salari più bassi, part-time spesso non scelti, maternità, cura familiare e minore continuità contributiva. La sostenibilità del sistema non è dunque un equilibrio contabile separato dalla vita reale, ma una responsabilità tra generazioni, chiamata a garantire chi oggi è in pensione senza scaricare sulle generazioni attive un assetto insostenibile.
Il vero modo di difendere le pensioni, è stato evidenziato, non consiste nel separarle dal resto delle politiche pubbliche, ma nel ricostruirne il legame con il lavoro, i giovani, le donne, le imprese e la crescita. La previdenza deve essere pensata come un percorso e non soltanto come una prestazione finale. Un giovane che entra oggi nel mercato del lavoro dovrebbe comprendere fin dall’inizio che ogni contratto, ogni interruzione, ogni periodo di inattività e ogni contributo versato o non versato contribuiscono a costruire una parte della sua autonomia futura.
L’educazione previdenziale assume quindi una funzione strategica, non serve soltanto a spiegare il funzionamento tecnico del sistema, ma a rendere le persone più consapevoli, più libere e più capaci di orientarsi. Entrare nelle scuole, nelle università, nei centri di formazione e nelle imprese significa avvicinare le nuove generazioni a un tema che spesso viene percepito come lontano, ma che incide direttamente sulla libertà futura di ciascuno. Una previdenza compresa, ha indicato la relazione, è una previdenza più forte.
L’INPS come officina del welfare, tra digitale e prossimità
Uno dei passaggi centrali del Rapporto riguarda la trasformazione dell’INPS da ente erogatore di prestazioni a infrastruttura sociale del Paese. L’Istituto resta il presidio nazionale della previdenza sociale, ma la sua missione storica si colloca oggi in uno scenario più ampio, nel quale lavoro, famiglia, imprese, territori, dati e diritti si incontrano in modo sempre più stretto. Essere infrastruttura sociale significa diventare il luogo in cui il cittadino incontra i propri diritti, l’impresa incontra la legalità contributiva, il territorio incontra lo Stato e la famiglia incontra il sostegno pubblico.
La relazione ha utilizzato l’immagine dell’officina del welfare per descrivere un’Istituzione che non si limita a erogare prestazioni, ma lavora percorsi, connessioni e soluzioni. Non un terminale burocratico, dunque, ma un motore pubblico capace di ricomporre dati, prestazioni e diritti in percorsi di tutela effettiva. Il welfare generativo delineato da Fava non interviene soltanto quando il bisogno si è già manifestato, ma prova a intercettarlo prima; non si limita a compensare una fragilità, ma cerca di abilitare la persona; non distribuisce soltanto risorse, ma costruisce accesso, autonomia, partecipazione e fiducia.
Per realizzare questo passaggio servono strumenti tecnologici, organizzativi e professionali, nei primi due anni del nuovo corso sono stati rafforzati la piattaforma INPS, l’app mobile, il portale per i giovani, il portale per la famiglia e la genitorialità, le comunicazioni personalizzate, l’interoperabilità e l’utilizzo dei dati. Nel 2025 il sistema MyINPS ha raggiunto quasi un miliardo di servizi digitali erogati in ambiente autenticato; l’app ha registrato 5,5 milioni di download in un anno e oltre 300 milioni di accessi autenticati; il portale per i giovani ha raggiunto tre milioni di accessi, mentre il portale per la famiglia e la genitorialità ha superato 500mila accessi in quattro mesi.
Il passaggio indicato non è soltanto tecnologico, ma culturale: l’Istituto sta andando verso una logica per eventi della vita, nella quale il cittadino non debba conoscere la struttura interna della pubblica amministrazione per ottenere ciò che gli spetta. La burocrazia, spesso, chiede alle persone di imparare la propria lingua; il nuovo welfare, al contrario, dovrebbe imparare la lingua della vita, presentandosi secondo bisogni comprensibili, percorsi chiari e strumenti accessibili.
Il digitale, tuttavia, non può bastare: una piattaforma moderna può restare lontana da chi non ha competenze, connessione, strumenti o fiducia. Per questo la prossimità territoriale è stata indicata come una dimensione essenziale della trasformazione. L’accordo con l’ANCI per lo sviluppo di punti utenti evoluti presso i comuni delle aree interne e delle isole minori risponde alla necessità di portare i servizi anche dove non esiste una sede fisica dell’Istituto, affinché la distanza geografica non diventi esclusione amministrativa. La prossimità non è nostalgia dello sportello, bensì garanzia concreta che chi è più fragile, più lontano o meno attrezzato non venga lasciato solo.
Dati, intelligenza artificiale e legalità contributiva
I dati dell’INPS sono stati descritti come una delle più grandi infrastrutture conoscitive del Paese. Non un archivio statico, ma un patrimonio capace di raccontare lavoro, redditi, famiglie, contributi, prestazioni, pensioni, imprese, territori e fragilità. Se governati con sicurezza, trasparenza e responsabilità pubblica, questi dati possono consentire il passaggio da un welfare che si limita a certificare il bisogno a un welfare che lo comprende, anticipando rischi e orientando meglio i cittadini.
L’intelligenza artificiale si colloca dentro questa trasformazione come strumento pubblico, non come moda tecnologica né come sostituzione della decisione umana. Può contribuire a migliorare la qualità dei servizi, semplificare il linguaggio, ridurre gli errori, personalizzare le comunicazioni, rafforzare i controlli, prevenire le frodi e ridurre il mancato accesso alle prestazioni. Tuttavia, in un’istituzione pubblica, l’algoritmo non può diventare sovrano: deve restare comprensibile, controllabile e orientato alla giustizia amministrativa.
La modernizzazione dell’Istituto riguarda anche il rapporto con le imprese e la legalità contributiva, il contrasto al sommerso e all’irregolarità resta fondamentale, ma l’amministrazione moderna non può limitarsi a intervenire dopo l’erogazione delle prestazioni o quando l’anomalia sia già diventata contenzioso.
Deve invece costruire prevenzione, collaborazione e compliance, le comunicazioni di affidabilità contributiva si muovono in questa direzione, perché consentono di intercettare scostamenti, promuovere comportamenti corretti e dialogare con le imprese prima che l’irregolarità si trasformi in evasione o conflitto.
La legalità contributiva è stata indicata come una forma di giustizia, poiché protegge i lavoratori, tutela le imprese corrette, contrasta la concorrenza sleale e sostiene il bilancio previdenziale. Anche in questo caso, l’INPS non è chiamato soltanto a sanzionare, bensì a orientare il sistema verso comportamenti più solidi, rafforzando il legame tra controllo, prevenzione e responsabilità.
Alla trasformazione digitale e organizzativa si collega il tema del capitale umano. L’Istituto sta vivendo un importante ricambio generazionale, con l’ingresso di nuove competenze e nuove sensibilità digitali, mentre resta necessario custodire l’esperienza amministrativa, la memoria dei processi e la capacità di leggere i casi concreti. Nessuna piattaforma può sostituire la responsabilità di una persona che rappresenta lo Stato davanti a un cittadino, così come nessuna intelligenza artificiale può sostituire competenza, equilibrio, giudizio e cura nel rendere effettivi i diritti sociali.
Calderone: l’Istituto come presidio di effettività dei diritti
Nel suo intervento, il ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali Marina Calderone ha richiamato il valore del Rapporto annuale non come rito istituzionale, ma come momento di verifica del percorso compiuto dall’INPS e dei messaggi che una delle più grandi istituzioni previdenziali europee consegna al Paese.
Il ministro ha rivolto un ringraziamento alle donne e agli uomini dell’Istituto, dalle direzioni centrali alle articolazioni territoriali, sottolineando come la missione dell’INPS viva attraverso le persone che ogni giorno garantiscono competenza, merito e sensibilità nell’esercizio delle proprie funzioni.
Calderone ha ricordato che le attività dell’Istituto non sono semplici transazioni informatiche, ma presidio di legalità, efficienza e servizio alla popolazione. La vigilanza esercitata dal Ministero del Lavoro, ha spiegato, non è una funzione meramente formale, bensì una vigilanza attiva e proattiva, chiamata a indicare obiettivi, valori da presidiare e risultati da conseguire. Il punto resta sostenere il lavoro, sostenere le persone e fare in modo che i diritti costituzionalmente garantiti siano diritti effettivi.
Il ministro ha valorizzato i dati relativi al mercato del lavoro, richiamando l’aumento della quota dei giovani, delle donne e dei lavoratori provenienti da altri Paesi che operano in condizioni di legalità e lavoro regolare. Ha inoltre sottolineato l’aumento delle settimane lavorate e dei rapporti a tempo indeterminato, collegandoli alla stabilizzazione del lavoro e al miglioramento dei salari, pur riconoscendo che vi sia ancora un percorso da compiere per recuperare le flessioni registrate negli anni precedenti.
Il rapporto tra previdenza e assistenza, secondo Calderone, dà la misura dell’ampiezza delle tutele offerte ai cittadini italiani, in un sistema che non tutti i Paesi possono raccontare con la stessa estensione. L’INPS, proprio per la complessità e la vastità delle missioni assegnate, deve essere pienamente consapevole del proprio ruolo: non fa le leggi e non assume la responsabilità politica delle norme, ma ha la responsabilità alta di renderle operative in tempi brevi, affinché i cittadini e le imprese possano beneficiare concretamente delle misure previste.
Un riferimento specifico è stato dedicato agli incentivi contenuti nel decreto primo maggio, che il ministro ha indicato come operativi nei termini previsti, con l’Istituto pienamente coinvolto nella loro attuazione. La capacità di tradurre una norma in una procedura efficiente, ha spiegato Calderone, dà la misura della vicinanza della pubblica amministrazione ai bisogni delle persone. Allo stesso modo, i dati dell’INPS consentono di comprendere come le norme stiano funzionando e quali questioni debbano ancora essere affrontate.
Il ministro ha poi richiamato il ruolo dell’Istituto nella piattaforma SIISL, il Sistema per l’Inclusione Sociale e Lavorativa, indicato non soltanto come strumento per l’erogazione dell’assegno di inclusione e del supporto per la formazione e il lavoro, ma come una sfida più ampia per migliorare l’efficacia delle politiche attive, valorizzare le competenze, rafforzare l’incrocio tra domanda e offerta di lavoro e rendere più qualificato il diritto al lavoro. In questa direzione, l’INPS è stato indicato come partner di eccellenza per affrontare le sfide del presente e guardare al futuro con strumenti adeguati, senza restare legati a schemi del passato.
Fiducia, diritti e welfare del futuro
La chiusura della relazione ha ricondotto i diversi ambiti del rapporto a una parola comune: responsabilità. Responsabilità verso il lavoro, le famiglie, le pensioni, i dati, i territori, il patrimonio dell’Istituto e la trasformazione organizzativa. È il modo in cui una grande istituzione pubblica decide di collocarsi dentro il proprio tempo, non per subirlo, ma per guidarlo, senza confondere il cambiamento con il disordine o la prudenza con l’immobilità.
Il welfare del futuro, secondo il messaggio emerso alla Camera, non potrà essere statico, frammentato e costruito intorno alla pratica amministrativa più che alla persona. Dovrà essere dinamico, capace di leggere le transizioni prima che diventino fratture, accompagnando il giovane che entra nel lavoro, la famiglia che genera e cura, l’impresa che vuole crescere nella legalità, il lavoratore che invecchia, il pensionato che porta con sé una storia contributiva e il cittadino che cerca una risposta senza attraversare un labirinto amministrativo.
L’INPS viene dunque chiamato a diventare il luogo in cui la complessità non sia negata, ma ordinata e governata; non soltanto l’ente nel quale le persone incontrano una procedura, bensì l’amministrazione nella quale lo Stato impara a riconoscere il momento della vita che quella procedura rappresenta.
La fiducia, è stato ricordato, non si impone e non si proclama, ma si costruisce quando un diritto diventa accessibile, quando una risposta arriva nel momento in cui serve, quando una famiglia trova sostegno, quando un giovane comprende che la previdenza riguarda la propria libertà futura e quando un cittadino fragile non deve dimostrare di esistere perché lo Stato ha imparato a vederlo.
Il XXV Rapporto annuale dell’INPS consegna pertanto un’immagine dell’Istituto come presidio pubblico chiamato a trasformare cambiamenti complessi in possibilità concrete e possibilità concrete in diritti effettivi. Il lavoro genera previdenza, la cura genera coesione, la legalità genera sostenibilità, i dati generano conoscenza e la conoscenza genera servizio. Quando il servizio produce fiducia, l’utilità pubblica di una grande istituzione non resta un principio astratto, ma diventa esperienza quotidiana per il futuro del Paese.
