Al centro del confronto il ruolo delle tecnologie digitali, della formazione terapeutica e della presa in carico territoriale.
Al Senato si è svolta una conferenza stampa dedicata al rapporto tra diabete, innovazione tecnologica ed equità di accesso alle cure, con un focus specifico sulla Calabria e sull’avvio di un network operativo regionale. Nel corso dell’incontro, rappresentanti istituzionali, associazioni di pazienti, mondo clinico e industria hanno evidenziato la necessità che le nuove tecnologie non restino una possibilità legata al territorio di residenza, bensì diventino strumenti ordinari di cura, prevenzione e sostenibilità del Servizio sanitario nazionale.
Dal Senato alla Calabria, l’avvio di un percorso operativo
Diabete, sanità digitale ed equità di accesso alle cure sono stati al centro della conferenza stampa ospitata al Senato, dedicata al ruolo dell’innovazione tecnologica nella presa in carico dei pazienti e nella sostenibilità del Servizio sanitario nazionale. L’iniziativa ha richiamato l’attenzione su una questione che non riguarda soltanto l’evoluzione degli strumenti terapeutici, bensì la capacità delle istituzioni di garantire pari opportunità di cura su tutto il territorio.
Seguito anche attraverso i canali digitali e rilanciato da Radio Radicale, l’incontro è stato indicato come la prima tappa di un percorso destinato a proseguire in Calabria, dove il tema dell’accesso alle nuove tecnologie assume un rilievo particolarmente concreto.
L’iniziativa si è aperta con i saluti del senatore Adriano Paroli, vicecapogruppo di Forza Italia al Senato, che ha reso possibile lo svolgimento della conferenza nella sede parlamentare e ha confermato il proprio sostegno al percorso avviato. Nel corso dell’apertura sono stati richiamati anche i saluti dell’onorevole Roberto Pella, presidente dell’Intergruppo parlamentare diabete e obesità, da tempo impegnato sul tema della presa in carico delle cronicità e del rafforzamento delle politiche sanitarie dedicate.
Sin dalle prime battute, il confronto ha assunto una doppia dimensione: istituzionale, perché l’accesso all’innovazione richiede indirizzi chiari e continuità nell’agenda pubblica; territoriale, perché proprio nelle aree segnate da maggiori complessità sanitarie, come la Calabria, emerge con più forza il divario tra disponibilità delle tecnologie e possibilità effettiva per i pazienti di beneficiarne.
A introdurre i lavori è stata Silvia Vono, presidente di Magna Grecia APS e referente FAND Calabria, che ha ricondotto il significato dell’iniziativa anche alla propria esperienza personale di persona con diabete di tipo 1. Nel suo intervento, il tema dell’innovazione è stato collegato alla necessità di rendere più equo l’accesso alle cure, soprattutto nei territori in cui le difficoltà del sistema sanitario incidono maggiormente sulla vita quotidiana dei pazienti.
La tecnologia, ha sottolineato, non può essere considerata un lusso, bensì uno strumento democratico per ridurre le distanze, migliorare l’assistenza e impedire che la qualità della cura sia determinata dal codice postale di appartenenza. Il percorso avviato al Senato proseguirà alla Cittadella regionale di Catanzaro con l’evento “Innovazione, Assistenza e Territorio”, concepito come momento di avvio di un network operativo per la gestione del diabete in Calabria.
L’obiettivo è mettere in relazione associazioni, medici, istituzioni locali e soggetti del sistema sanitario, affinché si possa costruire una rete capace di dare risposte ai pazienti e alle famiglie, ma anche di sostenere concretamente i professionisti impegnati ogni giorno nella gestione della cronicità diabetica. Il collegamento tra il confronto al Senato e l’appuntamento in Calabria assume dunque il valore di un percorso operativo, che parte dal riconoscimento istituzionale del problema e punta a tradursi in interventi territoriali, organizzativi e assistenziali.
La voce dei pazienti e il nodo dell’equità
Il primo intervento tecnico è stato affidato a Manuela Bertaggia, presidente FAND, la quale ha posto al centro il punto di vista delle persone con diabete e il ruolo delle associazioni dei pazienti nella lettura dei bisogni, delle criticità e delle disuguaglianze ancora presenti nei percorsi di cura.
Nel suo contributo, l’equità di accesso all’innovazione nella cronicità diabetica è stata indicata come uno dei principali banchi di prova dell’efficacia delle politiche sanitarie nazionali. Per diffusione, complessità gestionale e impatto sulla vita quotidiana dei pazienti, il diabete richiama infatti molti degli obiettivi indicati dal PNRR: rafforzamento dell’assistenza territoriale, presa in carico della cronicità e riduzione delle disuguaglianze.
Negli ultimi anni, ha osservato Bertaggia, l’innovazione farmacologica, tecnologica e organizzativa ha modificato profondamente la gestione del diabete, migliorando gli esiti clinici, riducendo le complicanze, limitando gli accessi al pronto soccorso e incidendo in modo significativo sulla qualità della vita.
Tuttavia, la disponibilità di strumenti innovativi non si traduce automaticamente in un accesso uniforme. Persistono infatti disomogeneità significative tra i territori, che riguardano i tempi di adozione delle innovazioni, i criteri di accesso, i percorsi prescrittivi e la presenza effettiva di servizi territoriali capaci di accompagnare i pazienti nell’utilizzo delle tecnologie.
Per la presidente FAND, tali disuguaglianze non producono soltanto ingiustizia sociale, ma anche inefficienza del sistema sanitario. Un accesso tardivo o limitato all’innovazione può determinare un aumento delle complicanze, dei ricoveri evitabili, della perdita di produttività e delle condizioni di invalidità. Pertanto, garantire equità di accesso significa rendere realmente operativi i livelli essenziali di assistenza e ridurre la distanza tra sistema sanitario e cittadini.
Particolare attenzione è stata dedicata al DM77 e alle case di comunità, che dovrebbero rappresentare uno snodo essenziale nella riorganizzazione dell’assistenza territoriale. Secondo Bertaggia, tuttavia, questo modello rischierebbe di restare incompleto qualora non fossero garantite alcune condizioni minime: accesso alle tecnologie innovative, presenza stabile di un diabetologo integrato nella rete territoriale, lavoro in équipe e disponibilità di infermieri dedicati all’educazione terapeutica. Senza questi elementi, ha avvertito, il rischio sarebbe quello di costruire un modello efficace soltanto sulla carta, lasciando invece irrisolte le disuguaglianze tra cittadini di aree diverse.
Bertaggia si è soffermata anche sulla partecipazione attiva delle persone con diabete nei percorsi assistenziali, evidenziando come il paziente non possa essere considerato soltanto destinatario delle cure, bensì soggetto coinvolto nella costruzione delle risposte sanitarie. Le associazioni dei pazienti, proprio perché radicate nei territori e a contatto quotidiano con le difficoltà delle persone, rappresentano un osservatorio diretto sulle criticità ancora presenti nell’accesso all’innovazione.
Per questo, secondo la presidente FAND, il loro coinvolgimento deve diventare stabile nei processi decisionali, nei tavoli istituzionali e nella definizione dei percorsi di cura, affinché le evidenze cliniche ed economiche siano integrate anche dall’esperienza concreta di chi convive ogni giorno con la malattia.
La cronicità diabetica come questione di sistema
Luigi Morgese, Senior Director Italy di Medtronic Diabetes, ha affrontato il tema della sostenibilità richiamando la natura cronica del diabete e la necessità di una gestione continuativa, fondata su accesso alle cure, monitoraggio, controllo e presa in carico strutturata. Il punto centrale, ha osservato, è superare una lettura della malattia limitata al costo immediato, affinché prevenzione, tecnologie e riduzione delle complicanze vengano considerate investimenti capaci di generare valore nel tempo. In una patologia che accompagna la persona lungo tutto l’arco della vita, l’innovazione può dunque contribuire a migliorare gli esiti clinici, a ridurre gli eventi evitabili e a rendere più sostenibile la spesa sanitaria futura.
Morgese ha richiamato alcuni numeri presentati nel corso dell’incontro: circa quattro milioni di persone con diabete in Italia, di cui 3,5 milioni con diabete di tipo 2 e circa 247mila con diabete di tipo 1. Lo stesso dato relativo al diabete di tipo 1, ha osservato, non appare tuttavia pienamente consolidato, poiché diverse fonti ufficiali restituiscono valori differenti. Da qui la necessità di conoscere meglio la popolazione interessata, raccogliere dati omogenei e costruire piattaforme informative condivise, affinché istituzioni, industria, professionisti sanitari e associazioni possano lavorare su basi conoscitive più solide.
Il quadro nazionale, secondo Morgese, resta frammentato non soltanto nella misurazione del fenomeno, ma anche nella capacità di garantire accesso uniforme alle tecnologie più evolute. Nel caso del diabete di tipo 1, è stato segnalato come solo una quota minoritaria di persone acceda oggi ai sistemi più innovativi, mentre la parte prevalente continua a utilizzare approcci più tradizionali. Pur in presenza di eccellenze cliniche diffuse, questo dato è stato definito subottimale rispetto alla media di altri Paesi europei, indicando la necessità di un lavoro comune per generare migliori condizioni di accesso.
Sul piano della sostenibilità, il diabete è stato descritto non solo come una voce di spesa, ma come un ambito nel quale la prevenzione delle complicanze può generare valore per l’intero sistema sanitario. L’impatto complessivo della patologia è stato stimato in circa 20 miliardi di euro, di cui 10,4 miliardi riconducibili a costi indiretti, mentre una quota rilevante delle risorse viene assorbita dalla gestione degli eventi e delle complicanze.
Per questo, ha evidenziato Morgese, il punto non è limitarsi a misurare quanto costi il diabete, bensì valutare quali benefici clinici, sociali ed economici possano derivare da un investimento tempestivo nelle tecnologie e nei percorsi di prevenzione. Migliori esiti di salute significano infatti meno complicanze, minori accessi ospedalieri e una maggiore sostenibilità complessiva del sistema.
Il contributo di Medtronic Diabetes ha dunque inserito la questione tecnologica all’interno di una riflessione più ampia sul Servizio sanitario nazionale. L’innovazione, se adeguatamente adottata, può contribuire a tutelare sia la persona sia il sistema, perché riduce eventi evitabili, alleggerisce la pressione sugli ospedali e consente di trasformare parte della spesa sanitaria in investimento di lungo periodo.
Tecnologie AID, controllo glicemico e valore clinico
La professoressa Elena Succurro, docente dell’Università di Catanzaro e responsabile dell’ambulatorio Diabete e Nuove Tecnologie, ha approfondito gli aspetti clinici legati all’utilizzo dei sistemi più avanzati per il controllo glicemico, riportando il tema dell’innovazione alla quotidianità delle persone che convivono con il diabete.
Nel suo intervento, numeri, indicatori e tecnologie sono stati ricondotti alla finalità principale della presa in carico: migliorare la qualità della vita dei pazienti, prevenire le complicanze e garantire percorsi di cura capaci di accompagnare nel tempo una condizione cronica che richiede attenzione costante.
Succurro ha ricordato che un diabete non adeguatamente controllato si associa a un incremento significativo delle complicanze micro e macrovascolari. Tra queste rientrano i danni alla retina, le patologie vascolari periferiche, le amputazioni degli arti inferiori, l’infarto del miocardio e gli eventi cerebrovascolari. Il compenso glicemico ottimale, al contrario, è associato a una riduzione importante di tali rischi. Tradizionalmente, l’indicatore di riferimento è l’emoglobina glicata, che misura l’andamento medio della glicemia negli ultimi tre mesi e che, in base all’età, alla durata della malattia e alle caratteristiche della persona, consente di definire target personalizzati.
Accanto all’emoglobina glicata, ha spiegato la professoressa, oggi assume un ruolo crescente il Time in Range, ossia il tempo trascorso dalla persona con diabete all’interno dell’intervallo glicemico considerato adeguato. Questo indicatore può essere rilevato grazie ai sistemi di monitoraggio continuo della glicemia, che permettono di osservare l’andamento del glucosio nell’arco delle ventiquattro ore e di valutare in modo più puntuale la qualità del controllo glicemico. L’obiettivo indicato dalle linee guida è raggiungere almeno il 70% di tempo in range, poiché anche un aumento del 10% può tradursi in una riduzione rilevante del rischio di complicanze.
Le linee guida richiamate nel corso dell’intervento raccomandano l’utilizzo di microinfusori e sistemi automatici, in particolare nelle persone con diabete di tipo 1 scompensato, ma considerano l’impiego delle nuove tecnologie anche in pazienti con diabete di tipo 2 e comorbidità che non riescano a raggiungere un adeguato compenso glicemico. I sistemi AID, cioè i sistemi automatici di somministrazione insulinica integrati con il monitoraggio continuo, consentono di aumentare il tempo trascorso nei valori normali, ridurre le iperglicemie e prevenire le ipoglicemie, che rappresentano eventi non soltanto clinicamente rilevanti, ma anche fortemente impattanti sulla quotidianità delle persone.
Il valore clinico si lega dunque al valore economico. Succurro ha indicato una riduzione media dei costi legati alle complicanze per ogni incremento del Time in Range, spiegando che ridurre ospedalizzazioni, comorbidità ed eventi acuti significhi anche ridurre la spesa sanitaria. Tuttavia, il punto centrale resta la qualità della vita: l’obiettivo della cura delle malattie croniche non è soltanto prolungare gli anni di vita, ma aumentare gli anni vissuti in buona salute.
Succurro ha richiamato anche il contributo dei sistemi automatici più avanzati, tra cui il MiniMed 780G, indicato come una tecnologia in grado di favorire un migliore compenso glicemico e di contribuire alla riduzione delle complicanze acute e croniche. Un passaggio specifico è stato dedicato alla chetoacidosi diabetica, complicanza acuta ad alta gravità che può manifestarsi all’esordio del diabete di tipo 1 o comparire anche nelle fasi successive della malattia.
In questo ambito, la possibilità di disporre di sistemi capaci di monitorare in modo continuativo l’andamento della glicemia e di intervenire per limitarne l’aumento rappresenta un elemento rilevante sia sul piano clinico, perché riduce il rischio di eventi severi, sia sul piano organizzativo ed economico, perché può contribuire a contenere i costi legati alle complicanze nel medio periodo.
La Calabria e il rischio di una sanità a geografia variabile
Il richiamo alla Calabria ha dato al confronto una dimensione concreta, collegando il tema dell’equità di accesso alle cure alle difficoltà che caratterizzano alcuni territori nella presa in carico delle cronicità. Silvia Vono ha evidenziato come, in una regione segnata da dinamiche sanitarie complesse, l’innovazione debba tradursi in strumenti realmente disponibili per i pazienti e non restare una possibilità limitata alle aree con maggiore capacità organizzativa.
La tecnologia, ha sottolineato, non può essere considerata un privilegio, bensì un mezzo per ridurre le distanze, rafforzare l’assistenza e garantire che la qualità delle cure non dipenda dal luogo di residenza.
Anche la professoressa Succurro ha insistito sulla necessità che non vi siano discriminazioni tra pazienti con le stesse condizioni cliniche ma residenti in regioni diverse. Il riferimento al confronto tra Calabria e Sicilia ha reso evidente il problema: persone che vivono in territori geograficamente vicini possono avere accessi differenti a tecnologie e percorsi di cura, nonostante condividano bisogni clinici analoghi. Questa differenza, se non affrontata, rischia di tradursi in una forma di disuguaglianza sostanziale, con effetti non solo sulla salute, ma anche sulla mobilità sanitaria e sulla fiducia dei cittadini nel sistema pubblico.
La Calabria ha l’opportunità di ridurre tali disuguaglianze attraverso un modello più innovativo, moderno e sostenibile. Il network operativo annunciato alla Cittadella regionale di Catanzaro nasce dunque con l’obiettivo di mettere insieme competenze cliniche, esperienza associativa, supporto istituzionale e contributo tecnologico, affinché il territorio possa dotarsi di strumenti capaci di accompagnare i pazienti nella gestione quotidiana della malattia.
L’elemento territoriale non è stato presentato come un limite, bensì come il punto da cui partire per costruire una risposta più aderente ai bisogni reali. Le case di comunità, la rete diabetologica, l’educazione terapeutica e la presenza di professionisti integrati rappresentano gli snodi attraverso cui la presa in carico può diventare effettiva. Tuttavia, affinché ciò avvenga, non basta introdurre nuove strutture; occorre definire percorsi, responsabilità, competenze e strumenti, evitando che la riorganizzazione resti priva di contenuto operativo.
La sfida, dunque, è rendere il territorio capace di accompagnare l’innovazione. Se i dispositivi tecnologici migliorano il controllo glicemico e riducono le complicanze, il sistema deve assicurare che essi siano prescritti, spiegati, utilizzati e monitorati in modo appropriato. Solo così l’accesso alle cure può diventare uniforme e non dipendere dalla capacità del singolo paziente di orientarsi tra differenze amministrative, tempi regionali e percorsi non sempre omogenei.
Educazione terapeutica, consapevolezza e ruolo del diabetico guida
Nella fase conclusiva dell’incontro l’attenzione si è concentrata sulla consapevolezza dei pazienti, elemento essenziale affinché l’innovazione tecnologica possa tradursi in una reale capacità di gestione della malattia. A introdurre il tema è stata Donatella Romani, la quale ha richiamato il valore dell’informazione, del counseling iniziale e del coinvolgimento attivo della persona con diabete nelle scelte che riguardano il proprio percorso di cura, comprese quelle relative alle tecnologie disponibili.
Il riferimento a un’esperienza familiare legata alla chetoacidosi diabetica ha consentito di evidenziare come, anche in presenza di una terapia già avviata, la mancanza di un’adeguata formazione possa lasciare il paziente privo degli strumenti necessari per riconoscere tempestivamente i rischi e i segnali di una possibile complicanza.
La professoressa Succurro ha definito il quesito centrale, spiegando che l’educazione terapeutica non può essere circoscritta al momento della diagnosi o ai primi passaggi del percorso assistenziale. Al contrario, deve essere ripetuta nel tempo, poiché non è possibile dare per scontato che una persona con diabete, solo perché convive da anni con la patologia, abbia sempre piena consapevolezza di ogni rischio e di ogni comportamento da adottare. Eventi come febbre, terapie con corticosteroidi, variazioni del fabbisogno insulinico o problemi di assorbimento legati al microinfusore possono infatti determinare condizioni da riconoscere rapidamente.
Le nuove tecnologie possono contribuire alla prevenzione degli episodi critici, ma il loro impiego efficace richiede tempo, spiegazione e accompagnamento. La visita ambulatoriale ordinaria, spesso compressa in tempi limitati, non sempre consente di svolgere tutta l’attività educativa necessaria, mentre la scelta di un dispositivo deve essere valutata sulla base delle caratteristiche cliniche della persona, del suo stile di vita e delle esigenze quotidiane legate alla gestione della malattia.
Ogni tecnologia presenta infatti livelli di avanzamento, funzioni e potenzialità differenti, che devono essere inseriti in un percorso di cura appropriato e non ridotti a una semplice preferenza pratica o individuale.
Il ruolo del diabetico guida rappresenta uno degli strumenti indicati per rafforzare l’educazione terapeutica e rendere più continuo il rapporto tra pazienti, associazioni e professionisti sanitari. Richiamata da Manuela Bertaggia, questa figura è composta da persone con diabete formate attraverso un percorso strutturato, in grado di affiancare l’attività dei servizi e di offrire un confronto fondato sull’esperienza diretta della malattia.
La sua funzione principale è favorire un dialogo tra pari, nel quale chi convive con il diabete possa esprimere dubbi, difficoltà e timori che talvolta emergono con maggiore fatica nello spazio ambulatoriale, contribuendo così a rendere il percorso di cura più consapevole e vicino alla vita quotidiana.
Molti pazienti, ha spiegato Bertaggia, arrivano alla visita con un carico di tensione che può rendere più difficile trattenere tutte le informazioni ricevute dal medico. Il diabetico guida, proprio perché formato attraverso un percorso specifico e distinto dal ruolo clinico, può contribuire a ridurre questa distanza, aiutando la persona a rielaborare le indicazioni, a orientarsi tra strumenti e tecnologie disponibili e a maturare una maggiore autonomia nella gestione quotidiana della malattia. Non si tratta dunque di sostituire il professionista sanitario, bensì di rafforzare il percorso di cura attraverso un supporto complementare, più vicino all’esperienza concreta dei pazienti.
Morgese si è soffermato anche sulla qualità dell’informazione, richiamando la necessità che le persone con diabete possano scegliere in modo consapevole all’interno di un percorso fondato su fonti affidabili e indicazioni corrette. Il diritto a essere protagonisti della propria cura, infatti, deve essere accompagnato da un’informazione solida, affinché la circolazione di messaggi non verificati o interpretazioni non fondate non condizioni decisioni che incidono direttamente sulla salute.
La fonte primaria dell’informazione clinica resta il medico, mentre il confronto tra pazienti, associazioni e aziende può contribuire a costruire un ecosistema responsabile, capace di favorire consapevolezza senza alimentare disorientamento o derive legate alle fake news.
Un’alleanza per trasformare l’innovazione in diritto
La conferenza stampa si è conclusa richiamando la necessità di una collaborazione stabile tra istituzioni, associazioni, clinici e industria, affinché la gestione del diabete non resti affidata a interventi frammentati o alla diversa capacità organizzativa dei singoli territori. Una cronicità così diffusa e complessa richiede infatti un modello integrato, capace di mettere a sistema dati omogenei, tecnologie accessibili, percorsi prescrittivi più semplici, una rete territoriale rafforzata e un’educazione terapeutica riconosciuta come parte essenziale della cura.
Dagli interventi è emerso un orientamento condiviso: l’innovazione deve essere riconosciuta come parte integrante del diritto alla cura e non come una possibilità legata alla maggiore efficienza organizzativa di alcuni territori o alla capacità dei singoli pazienti di accedere alle informazioni. Si tratta di un principio che riguarda il diabete di tipo 1, ma che si estende anche alle forme più complesse di diabete di tipo 2, alle persone con comorbidità e a tutti quei pazienti per i quali le nuove tecnologie possono contribuire a migliorare il controllo glicemico, prevenire le complicanze e rendere più sicuro il percorso assistenziale.
Il progetto annunciato in Calabria assume dunque un rilievo che supera la sola dimensione regionale, perché può rappresentare un banco di prova per la costruzione di un modello operativo replicabile anche in altri territori. L’obiettivo non è soltanto avviare una nuova iniziativa locale, bensì definire un metodo di lavoro fondato sulla collaborazione tra associazioni, professionisti sanitari, istituzioni e soggetti tecnologici. Perché questo percorso produca effetti concreti, sarà necessario che la sensibilizzazione si traduca in strumenti operativi, tavoli strutturati, procedure chiare e responsabilità definite, affinché l’accesso all’innovazione possa diventare parte stabile della presa in carico delle persone con diabete.
La tecnologia, come emerso più volte nel corso del confronto, non può essere considerata una risposta sufficiente se non viene inserita in un percorso strutturato che comprenda formazione, presa in carico, monitoraggio, appropriatezza prescrittiva e ascolto dei pazienti. Tuttavia, rinunciare agli strumenti oggi disponibili significherebbe limitare una parte rilevante delle possibilità offerte dall’innovazione per prevenire le complicanze, migliorare la qualità della vita delle persone con diabete e contenere i costi futuri del sistema sanitario.
Per questo, la costruzione di un modello efficace richiede la capacità di tenere insieme innovazione e prossimità, competenza clinica e partecipazione associativa, sostenibilità economica e tutela dei diritti, affinché l’accesso alle nuove tecnologie diventi parte integrante di una presa in carico più equa, continua e aderente ai bisogni reali dei pazienti.
Il percorso che collega il confronto al Senato all’appuntamento previsto alla Cittadella regionale di Catanzaro restituisce un messaggio chiaro: la sanità digitale può diventare una leva di uguaglianza soltanto se viene inserita in una rete organizzata, accessibile e capace di accompagnare concretamente i pazienti nella gestione della malattia.
Il diabete, per la sua diffusione e per l’impatto che produce sulla vita quotidiana delle persone, rappresenta dunque un banco di prova decisivo per il Servizio sanitario nazionale, chiamato a dimostrare la propria capacità di restare universalistico non solo nei principi, ma anche nella disponibilità effettiva delle soluzioni più avanzate. Garantire a ogni paziente le stesse opportunità di cura significa, infatti, rendere l’innovazione parte integrante dei percorsi assistenziali e non una possibilità condizionata dal territorio di residenza.
