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Impianti sportivi, la sfida tra codice degli appalti e terzo settore: il confronto al Senato

OPES e ANAC hanno riunito istituzioni, giuristi e mondo dello sport per fare chiarezza su norme, finanziamenti e gestione degli impianti.

Il 6 luglio 2026 si è svolto a Roma, presso la Sala Zuccari di Palazzo Giustiniani, il convegno “Enti e impianti sportivi, tra il nuovo Codice degli Appalti e del Terzo settore”. L’iniziativa promossa dal Senatore Speranzon e organizzata da OPES, con il patrocinio di ANAC, ha chiarito aspetti legati ad affidamenti diretti, co-progettazione e gestione degli impianti sportivi, grazie anche agli interventi del Viceministro del Lavoro e delle Politiche sociali Bellucci, dei Presidenti Buonfiglio (CONI), De Sanctis (CIP), Malagò (FIGC) e di altri rappresentanti delle istituzioni e del mondo accademico.

Il Senatore Speranzon ha aperto i lavori con un videomessaggio nel quale ha richiamato la necessità di regole più semplici e coordinate per un settore, quello dello sport e del terzo settore, definito colonna portante della coesione sociale del Paese

Un Paese diviso: i numeri dell'impiantistica sportiva

L'Italia conta oggi 78mila impianti sportivi, che salgono a 144mila se si considerano anche gli spazi di attività privi di strutture accessorie come spogliatoi e servizi: appena 1,25 impianti ogni mille abitanti, una media che nasconde un divario territoriale netto: 1,51 al nord, 1,45 al centro, appena 1,15 al sud. Lo ha ricordato il sottosegretario al Ministero dell'Ambiente e della Sicurezza Energetica, Claudio Barbaro, annunciando uno stanziamento di 100 milioni di euro, gestito insieme all'Istituto per il Credito Sportivo, con l'80% delle risorse destinato al sud e il 20% al nord: un decreto in fase di definizione, che dovrebbe estendere la platea dei beneficiari a tutti gli enti pubblici.

A questi dati si è aggiunta la fotografia tracciata dall'avvocata Valeria Panzironi di Sport e Salute: l'8% degli impianti censiti risulta inattivo (percentuale che sale al 15% al sud) e la maggior parte delle strutture risale agli anni Settanta e Ottanta, spesso realizzate come eredità di grandi eventi sportivi. Su questo fronte Sport e Salute sta portando avanti il progetto Illumina, 85 playground in altrettanti Comuni. Si tratta di luoghi sportivi creati in spazi non convenzionali, ma accessibili e aggregativi, che sono destinati alla gestione diretta degli enti locali.

Il tasso di abbandono e sotto-utilizzo è più alto nel Mezzogiorno. Lo ha confermato il presidente dell'Istituto per il Credito Sportivo, Beniamino Quintieri, sottolineando come un investimento può rispettare tutti i requisiti del codice degli appalti e risultare comunque fragile nella fase successiva alla realizzazione, se non accompagnato da una programmazione attenta all'impatto sociale. Un concetto ripreso dalla direttrice commerciale dell'Istituto, Debora Miccio, che ha illustrato la piattaforma "Delta", con cui la banca pubblica valuta il ritorno sociale degli investimenti finanziari: su oltre 3.200 progetti analizzati negli ultimi due anni, il social return on investment supera il valore di 4, ovvero ogni euro investito genera benefici sociali fino a cinque volte superiori. Dati economici più ampi sono arrivati da Flavio Siniscalchi, capo del Dipartimento per lo Sport della Presidenza del Consiglio: l'indotto del settore sportivo vale circa 32 miliardi di euro, l'1,5% del PIL, con 400mila occupati, a fronte però di un ritardo storico nell'educazione fisica scolastica (l'Italia resta ultima in Europa per ore dedicate a questa materia) e di un patrimonio edilizio dove metà delle scuole non ha una palestra e due terzi di quelle esistenti non sono accessibili alle persone con disabilità.

Due codici, un solo obiettivo: la difficile convivenza normativa

Il codice dei contratti pubblici risponde a logiche di mercato e riguarda soprattutto i grandi impianti, mentre il codice del terzo settore, in particolare l'articolo 56, disciplina l'attività sportiva senza scopo di lucro, senza però esaurire il tema dell'impiantistica di prossimità: è la distinzione di fondo tracciata dal sottosegretario Barbaro, ripresa poi da tutti i relatori successivi come cornice del dibattito. Per l'avvocata Consuelo Del Balzo di ANAC, che ha curato l'impianto scientifico dell'iniziativa, il punto di partenza è che tre grandi corpi normativi - il codice del terzo settore, la riforma dello sport e il nuovo codice dei contratti pubblici - convivono oggi sullo stesso tavolo, obbligando le amministrazioni a un esercizio di sintesi complesso ma ormai imprescindibile, a partire dall'obbligo di programmazione triennale delle opere e dei servizi.

Su un punto specifico, quello degli affidamenti diretti, l'avvocata Stefania Pensa ha insistito sulla necessità di superare una lettura ancora legata al vecchio codice degli appalti, che considerava questo strumento un'eccezione: con la riforma, ha spiegato, l'affidamento diretto è una procedura ordinaria entro le soglie previste dall'articolo 50, purché motivata e capace di dimostrare che l'operatore scelto garantisce il miglior soddisfacimento dell'interesse pubblico. Un aspetto rilevante soprattutto per interventi specialistici, come piste di atletica omologate o tatami certificati, dove il mercato degli operatori qualificati è ristretto. Ad intervenire sul tema è stato anche Ilario Sorrentino, dirigente ANAC, che ha richiamato il parere  n. 33 del 2025 dell'Autorità e segnalato criticità ricorrenti negli affidamenti diretti alle federazioni sportive, spesso privi della natura pubblicistica necessaria a giustificarli, oltre a una diffusa scarsa conoscenza del proprio patrimonio impiantistico da parte delle amministrazioni locali.

Il partenariato pubblico-privato e in particolare la finanza di progetto restano lo strumento più adatto per interventi di una certa entità, ha sostenuto il professor Alberto Zito dell'Università di Tor Vergata, definendo gli impianti sportivi vere e proprie infrastrutture sociali di rilevanza costituzionale. Zito ha però segnalato un fattore disincentivante emerso da una recente sentenza della Corte di giustizia europea del 5 febbraio 2026, che ha escluso il diritto di prelazione per il proponente di un progetto non risultato aggiudicatario della gara, proponendo come possibili correttivi la co-attuazione tra proponente e aggiudicatario oppure un punteggio premiale per chi ha presentato l'idea originaria. 

Sul fronte delle responsabilità, il magistrato della Corte dei conti Andrea Giordano ha richiamato la sentenza della Corte costituzionale 132 del 2024 e la nozione di "rapporto di servizio", che può radicare la giurisdizione contabile anche in assenza di un rapporto di impiego formale, un tema che si intreccia con l'autonomia dell'ordinamento sportivo riconosciuta dalla stessa Consulta nel 2011 e nel 2019.

Formazione e semplificazione: le richieste che attraversano tutti gli interventi

Un filo comune a quasi tutti gli interventi è stata la richiesta di formazione, tanto per chi gestisce gli impianti quanto per il personale degli enti locali. Il professor Luigi Melica, dell'Università del Salento, ha ricostruito il percorso costituzionale che ha portato al riconoscimento dello sport nell'articolo 33 della Costituzione, sottolineando un vuoto specifico sulla tutela dei minori: in Italia non esiste ancora un minimo contrattuale per gli allenatori dei settori giovanili, con casi di compensi fino a 150 euro al mese, in aperta tensione con l'articolo 36 della Costituzione. 

La vice segretaria generale di ANCI, Stefania Dota, ha invece messo l'accento sulla necessità di formazione e informazione negli enti locali rispetto agli strumenti già disponibili, citando la recente legge 53 del 2026, che ha invertito il principio di gestione delle palestre scolastiche: oggi sono i Comuni proprietari, e non più le scuole, a decidere sull'apertura degli spazi ad associazioni sportive senza scopo di lucro, con una presunzione di consenso salvo diniego esplicito nel piano triennale dell'offerta formativa.

Per quanto riguarda il sostegno pubblico, il vice ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali Maria Teresa Bellucci ha ricordato il lavoro sulla riforma del terzo settore portato avanti dal governo: dalla proroga decennale dell'esclusione IVA fino al 2036, ottenuta dopo il via libera della Commissione Europea sulla fiscalità agevolata degli enti non profit, all'innalzamento del tetto del 5 per mille fino a 610 milioni di euro, fino ai finanziamenti dell'ex articolo 72 per un massimo di 225 milioni di euro. Bellucci ha inoltre rivendicato la diffusione dell'amministrazione condivisa e della coprogettazione, oggi presenti in oltre duemila iniziative con gli enti locali, come alternativa a un welfare puramente statalista.

Gli strumenti finanziari: dal PNRR al bonus sport, fino agli oratori

In merito agli strumenti disponibili, Siniscalchi ha elencato una serie di misure: lo sport bonus, che prevede una defiscalizzazione del 65% per le imprese che investono nella riqualificazione degli impianti, ma afflitto da una cronica scarsità di risorse; il fondo Sport e Periferie, che con mezzo milione di euro l'anno riesce a soddisfare solo il 10% delle richieste ricevute; i 900 milioni di fondi PNRR destinati alla riqualificazione degli edifici scolastici; e il protocollo firmato il 1° luglio tra il ministro Abodi e il presidente della Conferenza Episcopale Andrea Zuppi, che stanzia 50 milioni di euro dal Fondo di Sviluppo e Coesione per la rigenerazione degli oratori, cui si aggiungono altri 19,5 milioni destinati ai progetti nel triennio.

Proprio sugli oratori si è concentrato l'intervento di Ciro Bisogno, Presidente Nazionale PGS e Coordinatore degli Enti di Promozione Sportiva, che ha chiesto di non equiparare questi spazi. definiti "infrastrutture umane" prima ancora che impianti, alle strutture destinate al profitto, segnalando le difficoltà di accesso al credito legate alla loro incerta natura giuridica, sospesa tra proprietà pubblica e privata. Bisogno ha dedicato la parte conclusiva del proprio intervento alla memoria di Don Francesco Andreoli e Alberto Fioretto, un giovane salesiano e un animatore dell'opera salesiana di Schio morti in un incidente stradale mentre accompagnavano un gruppo di ragazzi a un Grest estivo.

Le grandi opere mancate e la voce del mondo paralimpico

Dal 1956, anno delle Olimpiadi di Cortina, l'Italia non ha più realizzato un grande impianto sportivo pubblico se non in presenza di scadenze inderogabili, come dimostra il caso di Taranto per i Giochi del Mediterraneo: lo ha sostenuto con forza Giovanni Malagò, presidente della FIGC, criticando anche il metodo di distribuzione dei fondi PNRR alle federazioni sportive (una cifra fissa di 4 milioni di euro per ciascuna, indipendentemente dalle reali necessità infrastrutturali) e ricordando come i cambi di proprietà societaria abbiano spesso bloccato progetti già avviati, dal caso di Santa Giulia a Milano fino alle vicende degli stadi di Inter, Milan e Roma. 

Per quanto concerne l'accessibilità, il presidente del Comitato Italiano Paralimpico Marco Giunio De Santis ha portato una testimonianza diretta: il centro paralimpico Tre Fontane, avviato nel 2006, sarà completato solo tra tre anni, e la maggior parte degli impianti preesistenti nel Paese resta di fatto inaccessibile alle persone con disabilità motoria, con appena 28-30mila atleti paralimpici tesserati a fronte di un potenziale molto più ampio.

Le conclusioni politiche: meno norme, più semplificazione

A chiudere i lavori è stata l'onorevole Sara Kelany, della Commissione Affari Costituzionali della Camera, che ha ricondotto la complessità normativa emersa nel corso del pomeriggio a un problema storico di derivazione: le norme sui contratti pubblici sono in larga parte di origine europea, ha ricordato citando la legge Merloni del 1994, nata sull'onda di Tangentopoli, e ha rivendicato un cambio di approccio da parte dell'attuale governo, oggi più capace di incidere sulla fase ascendente della normativa comunitaria. Kelany ha indicato nella semplificazione, più che nell'aggiunta di nuove regole, la strada da seguire per il futuro del settore.

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