Dalla sovranità tecnologica alla crescita del sistema Paese, la filiera italiana dello spazio si confronta con industria, ricerca, difesa e capitali, mentre l’Europa cerca una posizione autonoma nella competizione globale.
Alla Camera dei deputati, l’iniziativa promossa dai dipartimenti di Forza Italia ha riunito istituzioni, imprese, università, agenzie spaziali e rappresentanti della difesa intorno a un tema ormai centrale per la politica industriale nazionale.
Nel confronto sono emersi investimenti, programmi europei, esigenze delle start-up, ruolo dei territori, ricerca scientifica, diplomazia spaziale e sicurezza delle infrastrutture critiche.
Lo spazio è stato raccontato non come ambito distante dalla vita quotidiana, bensì come piattaforma concreta per telecomunicazioni, osservazione della Terra, difesa, agricoltura, mobilità, dati e innovazione.
Lo spazio come infrastruttura del presente
Lo spazio non appartiene più soltanto al racconto delle grandi missioni scientifiche o delle esplorazioni oltre l’atmosfera, ma è diventato una presenza costante nella vita quotidiana, anche quando rimane invisibile ai cittadini, poiché satelliti, dati orbitali e sistemi di connessione sostengono comunicazioni, navigazione, previsioni meteorologiche, sicurezza delle reti e gestione delle emergenze; da questa consapevolezza ha preso avvio il confronto introdotto da Emilio Cozzi, nel quale il settore spaziale è stato presentato come una delle infrastrutture decisive del presente nazionale, oltre che come una leva strategica per il futuro del Paese.
L’iniziativa, promossa da Claudia Porchietto nell’ambito dei dipartimenti di Forza Italia, ha portato il dibattito sul rapporto fra sovranità tecnologica e crescita del sistema Paese, indicando nello spazio un settore nel quale l’Italia dispone già di competenze riconosciute, ma nel quale diventa necessario costruire un collegamento più solido tra grandi imprese, PMI, start-up, università, centri di ricerca, amministrazioni pubbliche e strumenti finanziari, affinché le diverse capacità presenti nella filiera possano agire come parte di un ecosistema industriale più coeso.
Alessandro Cattaneo ha collegato la riflessione allo sforzo dei dipartimenti, intesi come luoghi di studio e confronto con l’industria e la società civile, mentre Luisa Regimenti ha richiamato il peso del Lazio e di Roma nella governance aerospaziale nazionale, ricordando la presenza dell’Agenzia Spaziale Italiana, delle università, dei centri di ricerca e del tecnopolo di Tiburtino, il quale rappresenta uno dei poli territoriali nei quali la dimensione industriale, quella scientifica e quella istituzionale possono generare occupazione qualificata e attrazione di investimenti.
Nel messaggio di Deborah Bergamini è emersa una definizione dello spazio come infrastruttura strategica per sicurezza, benessere e autonomia, poiché il settore, indicato dal 2019 anche come quinto dominio operativo insieme a terra, mare, cielo e cybersicurezza, non riguarda soltanto missioni scientifiche o prestigio nazionale, bensì telecomunicazioni, agricoltura di precisione, monitoraggio ambientale, difesa, alleanze internazionali e riduzione della dipendenza da potenze extraeuropee su dati e infrastrutture critiche.
Il presidente dell’Agenzia Spaziale Italiana, Teodoro Valente, ha ricondotto la discussione al Documento strategico di politica spaziale nazionale, elaborato nell’ambito del COMINT, il quale aggiorna il precedente impianto del 2019 e definisce una traiettoria articolata su conoscenza, benefici per la società, crescita dell’ecosistema industriale, integrazione europea, regolazione, governance e collaborazioni internazionali, con un orizzonte nel quale lo spazio viene trattato come infrastruttura critica e come dominio nel quale la distinzione fra civile e militare risulta sempre meno rigida.
Il documento, secondo quanto illustrato, individua assi e obiettivi strategici fino al 2035, includendo ricerca scientifica, competenze, sicurezza dello spazio, sostegno alla space economy, monitoraggio degli interventi e rafforzamento della capacità nazionale, mentre la partecipazione di più amministrazioni alla sua costruzione segnala il passaggio da una politica settoriale a una politica trasversale, nella quale difesa, industria, università, esteri, economia e innovazione tecnologica concorrono a definire priorità comuni.
Sul piano finanziario, il confronto ha richiamato più volte le risorse destinate all’ecosistema aerospaziale, i circa 3,5 miliardi di euro di contributo italiano all’Agenzia Spaziale Europea e gli investimenti nazionali fino al 2028, mentre Maurizio Gasparri e Matteo Perego di Cremnago hanno inserito il tema dentro una visione di sicurezza più ampia, nella quale protezione delle comunicazioni, resilienza delle infrastrutture, capacità dual use e sviluppo industriale non possono essere considerati comparti separati.
Stefania Craxi ha collocato la sfida spaziale dentro la continuità storica del contributo italiano all’avventura europea, dai satelliti alle telecomunicazioni, dall’osservazione della Terra alle missioni scientifiche, richiamando la necessità di sostenere imprese, università, ricerca e leadership politica affinché ogni euro investito nella space economy produca innovazione, occupazione qualificata e competitività, senza limitarsi a una dimensione simbolica o celebrativa.
Osservazione della Terra, dati e costellazioni
L’osservazione della Terra è entrata nel dibattito come uno dei settori nei quali l’Italia può contare su competenze industriali, scientifiche e applicative già consolidate, grazie a satelliti radar, ottici e iperspettrali attraverso i quali è possibile seguire l’evoluzione del clima, monitorare il territorio, prevenire il dissesto idrogeologico, osservare le colture, valutare il verde urbano e misurare gli effetti degli eventi estremi, trasformando il dato spaziale in uno strumento utile per amministrazioni, imprese e cittadini.
Simonetta Kelly, responsabile dei programmi di osservazione della Terra e del centro ESRIN di Frascati, ha indicato gli investimenti italiani in ESA e il ruolo del Paese nei programmi opzionali, sottolineando come oltre 500 milioni di euro siano stati destinati al settore di clima, ambiente, meteorologia e sicurezza, mentre la presenza di competenze distribuite fra università, imprese, start-up e centri di ricerca mostra una specializzazione nazionale la quale non si limita alla costruzione di satelliti ma comprende servizi, prodotti a valore aggiunto e utilizzo dei dati.
La costellazione IRIDE, finanziata attraverso il PNRR e affidata all’implementazione congiunta di ESA e ASI, è stata presentata come uno degli esempi più concreti di questa traiettoria, poiché 31 satelliti su 68 risultano già lanciati secondo la ricostruzione emersa nel confronto, mentre otto utenze istituzionali italiane, dalla difesa all’ambiente, sono coinvolte nell’impiego dei dati, con una filiera industriale estesa a circa 400 aziende e con programmi di formazione distribuiti nelle regioni.
Il valore di IRIDE non risiede soltanto nella capacità satellitare, bensì nella possibilità di consolidare un asset nazionale spendibile ai tavoli europei, poiché una costellazione operativa rafforza la posizione negoziale del Paese nei programmi comuni, consente di sviluppare servizi per territori e amministrazioni e crea competenze spendibili anche in ambiti diversi dallo spazio, dall’intelligenza artificiale alla cybersecurity, dalla gestione ambientale alla pianificazione urbana.
Il tema della difesa è emerso più volte nel corso della giornata, non come richiamo alla sola dimensione militare, ma come parte di una riflessione più ampia sul ruolo dello spazio nella sicurezza del Paese, poiché satelliti, comunicazioni, dati, infrastrutture orbitali e sistemi di sorveglianza sono ormai strumenti dai quali dipendono la protezione delle reti critiche, la capacità di prevenire minacce e la possibilità di mantenere un margine di autonomia in uno scenario internazionale sempre più competitivo.
Walter Villadei, colonnello dell’Aeronautica militare e astronauta italiano, ha richiamato l’esperienza della missione Axiom 3, nella quale difesa, ASI, industria e soggetti privati hanno cooperato secondo un modello pubblico-privato, mostrando come l’accesso commerciale allo spazio possa diventare una piattaforma per ricerca, innovazione, sperimentazione e capacità nazionale, mentre le future infrastrutture post-ISS aprono una fase nella quale la presenza italiana dovrà essere preservata attraverso competenze industriali, scientifiche e operative.
Salvatore De Meo, dalla Delegazione del Parlamento europeo per le relazioni con la NATO, ha inserito lo spazio nel perimetro della sicurezza atlantica, ricordando l’importanza della Space Domain Awareness e il ruolo dell’Alleanza nel coordinamento di infrastrutture messe a disposizione dai Paesi membri, mentre Isabella De Monte ha richiamato la necessità di un percorso europeo nel quale regolazione, architettura istituzionale e quadro finanziario pluriennale siano coerenti con l’ambizione di una difesa comune e di una maggiore autonomia tecnologica.
Nel videomessaggio di Andrius Kubilius, commissario europeo per la difesa e lo spazio, l’Italia è stata indicata come componente essenziale della capacità europea, grazie a imprese, centri, sistemi di osservazione, contributi a Galileo, GovSatCom, sorveglianza spaziale e lanciatore Vega-C, mentre l’Europa è stata chiamata a dotarsi di uno Space Act ambizioso e di un bilancio pluriennale adeguato, affinché la crescita della space economy non rimanga subordinata alla capacità di investimento di Stati Uniti, Cina e altri attori globali.
Industria, start-up e competizione sui mercati
Il secondo panel ha spostato il baricentro sul rapporto fra grandi gruppi, start-up, capitali e capacità produttiva, mettendo in luce come la new space economy non coincida con una semplice espansione automatica del mercato, bensì con un ambiente competitivo nel quale tecnologia, tempi di consegna, rischio imprenditoriale, accesso ai contratti e capacità di scalare determinano la possibilità di trasformare un’idea in una presenza industriale stabile.
Lorenzo Mariani, amministratore delegato e direttore generale di Leonardo, ha illustrato il riposizionamento del gruppo nel settore spaziale, dalla Space Alliance con Thales Alenia Space e Telespazio alla creazione di una divisione dedicata, richiamando il progetto Bromo come possibile passo verso un campione europeo capace di integrare competenze italiane, francesi e tedesche in osservazione della Terra, navigazione e telecomunicazioni, mentre Valerio Moro, amministratore delegato di Airbus Italia, ha ricondotto il tema alla necessità di scala industriale, senza la quale l’Europa rischia di non disporre dei volumi necessari per competere su costi, servizi e investimenti.
Luca Rossettini, cofondatore e amministratore delegato di D-Orbit, ha posto l’attenzione sulla logistica orbitale, sulla protezione degli asset e sulla capacità di risposta reversibile alle minacce, chiedendo contratti accessibili, criteri di gara non costruiti soltanto sul fatturato passato e strumenti per attrarre capitali esteri verso l’Europa e l’Italia, mentre David Avino, fondatore e CEO di Argotec, ha insistito su rischio, velocità, protezione dei campioni nazionali e superamento di procedure troppo lente, le quali rischiano di finanziare tecnologie già superate al momento della loro attivazione.
Marco Lisi, inviato speciale per lo spazio del MAECI, ha richiamato la necessità di una cooperazione internazionale orientata al valore e non all’assistenza, nella quale le imprese italiane possano costruire business con Paesi partner, mentre Giovanni Colangelo, ispettore generale dell’ESA, ha indicato idee, competenze e gestione del rischio come componenti essenziali per evitare di inseguire modelli già consolidati altrove e per far maturare piattaforme nuove, capaci di aprire mercati invece di limitarsi a imitare quelli esistenti.
Ricerca, università e territori
Con Anna Maria Bernini il racconto dello spazio si è spostato verso il lavoro che precede ogni missione, vale a dire la ricerca, la formazione delle competenze e le grandi infrastrutture scientifiche, perché dietro un satellite, un lancio o una piattaforma orbitale vi sono università, laboratori, ricercatori e tecnologie capaci di collegare ambiti molto diversi tra loro, dai dati al calcolo ad alte prestazioni, dalle tecnologie quantistiche alla biomedicina, fino all’agricoltura tecnologica, ai nuovi materiali e alla manifattura avanzata, mentre la microgravità diventa anche un luogo nel quale osservare fenomeni utili alla medicina, all’industria e alla vita sulla Terra.
La ministra ha richiamato gli investimenti del MUR e del PNRR nelle infrastrutture di ricerca, la base Luigi Broglio di Malindi come eredità storica della presenza italiana nello spazio, il tema dei detriti spaziali e il progetto Einstein Telescope, presentato come esempio di infrastruttura capace di creare ecosistemi scientifici, industriali e territoriali intorno a un obiettivo di frontiera, nel quale ricerca fondamentale e applicazioni tecnologiche possono generare ricadute concrete.
Stefano Corgnati, rettore del Politecnico di Torino, ha descritto la Città dell’Aerospazio come luogo nel quale università, enti di ricerca, imprese e pubblica amministrazione possono sviluppare formazione, attrazione di studenti, sperimentazione e innovazione normativa, poiché la tecnologia, per entrare nella vita economica e sociale, ha bisogno anche di regole aggiornate, procedure adatte e spazi nei quali i giovani possano progettare satelliti, rover, strumenti e servizi dentro team multidisciplinari.
Cristina Leone, presidente del Cluster Tecnologico Nazionale Aerospazio, ha sottolineato la funzione dei distretti territoriali, cresciuti da cinque a quindici, nel mettere in relazione competenze regionali, grandi imprese, PMI, start-up e infrastrutture di ricerca, ricordando come la sovranità tecnologica passi anche dalla capacità di non perdere tecnologie critiche attraverso acquisizioni estere e dalla possibilità di rendere visibili alle imprese minori bandi, laboratori, opportunità e connessioni industriali.
Massimo Sant’Angelo, fondatore di Space Industries, ha introdotto il tema della produzione e della manifattura spaziale, indicando la transizione da un mercato quasi solo istituzionale a un mercato nel quale costellazioni, data center orbitali e nuove infrastrutture potranno richiedere quantità, efficienza, sostenibilità e capacità di fabbrica, mentre Giuseppe Dimitri, presidente del distretto aerospaziale del Piemonte, ha richiamato il rapporto con l’automotive, settore dal quale alcune competenze potranno transitare verso droni, aeromobilità, componentistica e produzioni a basso costo, pur senza immaginare una sostituzione integrale fra comparti diversi per volumi e caratteristiche.
Diplomazia, regole e prossime scelte
Anche la diplomazia spaziale ha trovato spazio nel confronto, attraverso il richiamo di Lamberto Moruzzi alla presenza italiana nei tavoli multilaterali e al percorso che, dallo Sputnik in poi, ha trasformato lo spazio in un tema stabile della politica estera; oggi, infatti, le attività orbitali non riguardano soltanto ricerca e industria, ma coinvolgono regole internazionali, cooperazione tra Stati, sicurezza, rapporti bilaterali, programmi dell’ONU e tutela degli interessi nazionali, mentre il lavoro europeo sullo Space Act conferma quanto sia necessario partecipare alla definizione delle norme prima ancora che le singole tecnologie trovino piena applicazione.
Dalle imprese è arrivata anche una richiesta rivolta alla politica: rendere più rapidi i percorsi amministrativi, scegliere con maggiore precisione dove concentrare gli investimenti, evitare che le risorse si disperdano in troppi rivoli e creare condizioni nelle quali i campioni industriali possano crescere senza escludere la concorrenza; nello stesso passaggio è emersa anche la necessità di aprire i grandi contratti a una platea più ampia, attrarre capitali privati, trattenere competenze qualificate e costruire regole capaci di seguire il passo dell’innovazione, poiché lo spazio si muove con tempi molto più veloci rispetto a quelli della burocrazia.
La dimensione difensiva è tornata anche negli interventi dedicati ai sistemi unmanned, alle telecomunicazioni protette e alle costellazioni satellitari per quadranti sensibili, con DEFCON, Radiotech e Federico Zargetta inseriti nel racconto di un settore nel quale jamming, intercettazioni, link budget, orbite geostazionarie, orbite Molniya e droni marini o avionici mostrano la progressiva convergenza fra spazio, mare, aria, guerra elettronica e protezione delle comunicazioni.
Nel passaggio conclusivo, il messaggio politico di Antonio Tajani ha legato lo spazio alla ricerca, all’innovazione, alla politica industriale e alla posizione internazionale dell’Italia, richiamando programmi come Copernicus, Galileo e Vega, insieme alla necessità di formare ingegneri, tecnici ed esperti capaci di mettere a frutto le competenze nazionali nei diversi settori; da questa sintesi lo spazio emerge non come un luogo distante da raggiungere, ma come una rete di tecnologie, conoscenze, capitali e decisioni pubbliche dalla quale dipende una parte sempre più rilevante della competitività italiana.
Lo spazio si conferma un banco di prova per il sistema Paese: l’Italia dispone di tradizione, industria, ricerca, competenze territoriali e capacità diplomatiche, ma perché queste risorse possano trasformarsi in leadership servono continuità negli investimenti, regole chiare, apertura ai capitali, scelte selettive sulle priorità e un rapporto stabile tra istituzioni e imprese, affinché la presenza nazionale nelle orbite terrestri, nei programmi europei e nelle nuove piattaforme commerciali non resti episodica, ma diventi strutturale.
