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Approfondimenti

Sicurezza energetica, pace e sviluppo, le potenzialità strategiche del Piano Mattei

A Montecitorio il confronto promosso da ECCO sul futuro delle relazioni tra Italia e Africa. Al centro del dibattito il rapporto tra sicurezza energetica, transizione, cooperazione e stabilità internazionale. In vista della relazione annuale al Parlamento, istituzioni, diplomazia e ricerca hanno discusso prospettive e criticità del Piano Mattei.

Il convegno ha riunito rappresentanti istituzionali, diplomatici, accademici ed esperti di politica estera per discutere il ruolo del Piano Mattei nelle relazioni tra Italia e continente africano. La riflessione ha attraversato il tema della sicurezza energetica, il superamento delle dipendenze fossili, la transizione verde, la cooperazione allo sviluppo e il ruolo delle imprese. Gli interventi hanno evidenziato potenzialità e nodi ancora aperti, richiamando la necessità di partenariati fondati su trasparenza, benefici locali e coerenza con gli impegni climatici. Il confronto ha inoltre approfondito la contrazione globale degli aiuti allo sviluppo, il crescente peso degli investimenti privati, il ruolo delle banche multilaterali, la questione dei minerali critici, l’evoluzione delle nuove rotte commerciali e la rilevanza del continente africano negli equilibri mediterranei.

Il Piano Mattei tra sicurezza energetica e cooperazione paritaria

La discussione ospitata a Montecitorio ha preso avvio in un momento ritenuto rilevante per la valutazione pubblica del Piano Mattei, poiché la relazione annuale sullo stato di attuazione dell’iniziativa è prossima alla trasmissione al Parlamento e offre alle istituzioni, alla diplomazia, alla ricerca e alla società civile un’occasione per verificare direzione, strumenti e coerenza del percorso avviato nelle relazioni con i Paesi africani.

Nel saluto iniziale, il vicepresidente Costa ha introdotto una lettura del tema energetico non limitata all’approvvigionamento, osservando come una politica fondata esclusivamente sulla ricerca di fonti fossili alternative mantenga comunque l’Italia dentro una condizione di dipendenza, poiché sposta il baricentro da un fornitore a un altro senza modificare il rapporto strutturale tra fabbisogno interno e vulnerabilità esterna.

L’energia, dunque, è stata presentata come un terreno nel quale sicurezza, diplomazia, sviluppo e pace possono intrecciarsi, a condizione di non ridurre il Piano a una somma di iniziative settoriali oppure a una prosecuzione di modelli estrattivi. Nel richiamo alla posizione geografica italiana, inserita in un Mediterraneo nel quale si affacciano tre continenti e ventitré nazioni, il discorso ha posto l’accento sulla possibilità di trasformare la transizione energetica in un linguaggio comune con la sponda africana, nonostante la complessità politica di diversi Paesi dell’area, affinché la cooperazione non coincida con la sola ricerca di materie prime o gas, bensì con una relazione nella quale rinnovabili, capacità industriale, formazione e stabilità possano sostenersi reciprocamente.

L’introduzione affidata a Silvia Francescon e Lorena Martini, entrambe intervenute per ECCO, ha collocato il confronto nel percorso di osservazione avviato dall’organizzazione sin dalle fasi precedenti al Summit Italia-Africa del gennaio 2024, quando il rilancio della politica estera italiana verso il continente era stato letto come una possibilità di cambiare passo rispetto a schemi ritenuti non più adeguati alle trasformazioni globali e alle richieste dei partner africani.

Martini ha richiamato il principio della cooperazione alla pari, più volte associato al Piano, precisando tuttavia come tale obiettivo richieda un nucleo strategico chiaro, individuato nella transizione energetica e climatica, non come settore marginale oppure complementare, bensì come asse attraverso il quale costruire nuovi modelli di sviluppo. Le energie rinnovabili, la creazione di mercati locali, la crescita di filiere industriali alimentate da fonti pulite e il rafforzamento delle competenze tecniche sono stati descritti come strumenti utili sia alla diversificazione economica dei Paesi partner sia alla costruzione di opportunità per il sistema italiano, purché il rapporto non venga impostato soltanto sulla domanda europea di sicurezza energetica.

L’Africa, ricordata come continente dalle ampie potenzialità rinnovabili ma ancora destinatario di una quota ridotta degli investimenti globali in energia pulita, è stata quindi al centro di una riflessione nella quale sviluppo inclusivo, stabilità e clima non sono apparsi obiettivi separati. Tale impostazione ha portato a considerare la finanza per il clima e per lo sviluppo come uno dei principali banchi di prova, anche attraverso strumenti capaci di rispondere alle richieste africane, tra cui le clausole di sospensione del debito per i Paesi colpiti da eventi climatici estremi, richiamate come esempio di ascolto delle priorità degli interlocutori africani.

Diversificazione, rotte e interdipendenze

L’ambasciatore Francesco Maria Talò, inviato speciale per IMEC, ha inserito la discussione sul Piano Mattei dentro una lettura ampia delle relazioni internazionali, nella quale il tema della diversificazione non riguarda soltanto le fonti energetiche, ma comprende interlocutori, rotte, infrastrutture, approvvigionamenti strategici e rapporti politici.

La crisi dello stretto di Hormuz, le tensioni nei punti di passaggio del commercio mondiale, la rilevanza di Bab el-Mandeb e del Mediterraneo hanno consentito di osservare come la sicurezza energetica dipenda sempre più dalla capacità di governare collegamenti globali vulnerabili, nei quali la dipendenza da un attore, da una rotta o da una tecnologia può trasformarsi rapidamente in condizionamento. Talò ha richiamato la necessità di essere più indipendenti dentro un mondo interdipendente, poiché la globalizzazione non può essere cancellata, sebbene sia mutata nella forma e nelle conseguenze politiche.

Da tale considerazione deriva una lettura del Piano Mattei come possibile strumento di cointeressenza, nel quale la cooperazione con l’Africa non risponda a finalità caritative, ma a un interesse comune capace di produrre vantaggi condivisi. Un passaggio rilevante ha riguardato i minerali critici, indispensabili per transizione energetica, digitale e industriale, i quali sono presenti in misura significativa nel continente africano e pongono l’Europa dinanzi a una questione complessa: evitare di riprodurre forme di sfruttamento minerario del passato, senza eludere il fatto che nessuna transizione può essere realizzata senza catene di approvvigionamento affidabili, trasparenti e meno concentrate.

Il collegamento con IMEC ha ampliato la discussione alle nuove reti indo-mediterranee, interpretate non come corridoi rigidi, ma come sistemi di rotte capaci di includere Mediterraneo, Suez, Africa, India e Golfo, affinché la politica infrastrutturale italiana non resti ancorata a una sola direttrice.

Il professor Giovanni Carbone, ordinario di Political Science all’Università di Milano e responsabile dell’area Africa di ISPI, ha portato il dibattito dentro la trasformazione della cooperazione internazionale, segnata nel 2025 da una forte riduzione degli aiuti allo sviluppo dei Paesi donatori riuniti nel sistema DAC, con un arretramento indicato come uno dei più rilevanti mai registrati. La contrazione degli aiuti, spesso associata nel dibattito pubblico alle decisioni statunitensi su USAID, è stata presentata come fenomeno più ampio, poiché riguarda anche Paesi europei tradizionalmente impegnati nella cooperazione e accompagna un cambiamento del lessico internazionale, sempre più orientato a pragmatismo, competizione, interessi dei donatori, accesso ai mercati, commercio, minerali e investimenti.

In questa trasformazione il Piano Mattei è stato descritto come possibile terza via, in quanto non rinuncia alla cooperazione tradizionale ma affianca a essa strumenti finanziari, piattaforme e iniziative orientate a mobilitare capitale privato e a ridurre il rischio degli investimenti. Carbone ha tuttavia distinto la capacità degli investimenti di produrre scala dalla loro effettiva capacità di generare sviluppo diffuso, poiché il capitale privato tende a muoversi verso Paesi più strutturati, settori più redditizi e contesti meno fragili, mentre salute, istruzione, sicurezza alimentare, servizi sociali e aree marginali restano spesso meno attrattivi.

Il punto, quindi, non riguarda la contrapposizione tra aiuti e investimenti, bensì la qualità della loro integrazione, poiché l’uso di risorse pubbliche a sostegno di iniziative private dovrebbe produrre addizionalità, occupazione, filiere locali, trasferimento di competenze e misurazione dell’impatto. Solo a queste condizioni il richiamo all’interesse nazionale italiano può convivere con gli obiettivi di sviluppo internazionale, senza scivolare in una relazione transazionale nella quale il vantaggio di una parte prevalga sulla costruzione di benefici reciproci.

Energia africana, governance e distribuzione dei benefici

Dal Kenya, l’ambasciatore Mistretta ha ripercorso la distinzione tra l’emergenza energetica apertasi dopo l’invasione russa dell’Ucraina e la fase successiva nella quale il Piano Mattei ha assunto centralità nel rapporto con l’Africa. Nel primo momento, il governo italiano cercò rapidamente forniture alternative di gas attraverso missioni in Paesi come Congo, Angola, Mozambico e Algeria, rispondendo a una necessità immediata di sicurezza energetica; successivamente, l’iniziativa rivolta al continente africano avrebbe dovuto ampliare la riflessione verso energia verde, biocarburanti, solare, eolico, idrogeno, formazione e tecnologie innovative.

Mistretta ha riconosciuto la presenza di iniziative riconducibili alla transizione, tra cui progetti in Kenya, Tunisia, Egitto, Marocco e Algeria, ma ha evidenziato una possibile concentrazione nel Nord Africa, area più prossima all’Europa e più integrata nelle dinamiche mediterranee, mentre l’Africa subsahariana e il Sahel presentano bisogni più acuti in termini di accesso all’energia, sviluppo delle reti, soluzioni decentrate e infrastrutture di base. La riflessione si è poi spostata sul rapporto tra energia e pace, rispetto al quale l’ambasciatore ha invitato a non assumere automaticamente che la crescita delle fonti rinnovabili produca stabilità, poiché ogni risorsa capace di generare valore economico e influenza politica può diventare anche terreno di competizione.

L’esempio della diga Grand Ethiopian Renaissance Dam, realizzata in Etiopia con un forte contributo nazionale e divenuta oggetto di tensioni regionali legate al Nilo e alla distribuzione dell’energia, ha mostrato come le infrastrutture verdi possano generare frizioni se i benefici non raggiungono le popolazioni locali oppure se le linee di trasmissione vengono disegnate soprattutto per l’esportazione o per finalità geopolitiche. Il richiamo alla governance ha così riportato la discussione sulla necessità di progetti nei quali accesso all’energia, responsabilità pubblica, trasparenza, inclusione sociale e benefici territoriali siano considerati elementi essenziali.

Nathalie Tocci, docente alla Johns Hopkins University e già direttrice dell’Istituto Affari Internazionali, ha offerto una lettura critica delle condizioni nelle quali il Piano Mattei è nato, collegandolo a due spinte principali: da un lato la crisi energetica europea successiva alla guerra in Ucraina, dall’altro il dibattito politico interno sulle migrazioni.

La diversificazione energetica, secondo la sua analisi, fu inizialmente intesa soprattutto come diversificazione delle relazioni fossili, resa necessaria dalla militarizzazione del rapporto energetico tra Europa e Russia, mentre la dimensione migratoria contribuì a rafforzare l’idea secondo la quale lo sviluppo nei Paesi di origine o transito potesse ridurre i flussi verso l’Europa. Tocci ha distinto questa impostazione da una lettura più strutturale della sicurezza, sostenendo che la crisi aperta da nuovi conflitti e dalla volatilità dei mercati degli idrocarburi non può essere affrontata soltanto con nuovi fornitori o nuove rotte, poiché una diversificazione fondata ancora sul fossile non protegge dall’aumento generale dei prezzi né dalla militarizzazione dei mercati energetici.

La risposta più solida, per Paesi come l’Italia e per l’Europa, resta quindi la transizione energetica, poiché la sicurezza di economie povere di idrocarburi dipende dalla capacità di ridurre l’esposizione ai combustibili fossili e di sviluppare tecnologie verdi, efficienza, rinnovabili, reti e filiere industriali compatibili con gli obiettivi climatici.

La relazione tra sviluppo e migrazione è stata descritta come più complessa rispetto alle semplificazioni del dibattito pubblico, poiché gli studi sul tema non confermano un rapporto lineare tra crescita economica e riduzione immediata delle partenze. Ne deriva che il Piano Mattei, se valutato come strumento di contenimento migratorio di breve periodo, rischia di essere interpretato con parametri non coerenti con la natura dello sviluppo, mentre può acquisire maggiore solidità se viene considerato come politica di lungo periodo, legata a lavoro, formazione, investimenti, trasformazione produttiva e sicurezza energetica sostenibile.

Dal punto del Governo alla prospettiva dei partner africani

L’ambasciatore Ortona, intervenuto da Tunisi, ha offerto il punto di vista del lavoro istituzionale sul Piano Mattei, descrivendolo come strategia nazionale e metodo operativo orientato a raccordare l’interesse italiano ed europeo con le priorità definite dai Paesi africani. Pur riconoscendo la centralità dell’energia, Ortona ha precisato che il Piano non finanzia lo sviluppo di fonti fossili, poiché le grandi imprese del settore non necessitano di sostegno pubblico per tali attività, mentre l’azione istituzionale si concentra su elettrificazione, energie rinnovabili, formazione, clean cooking, accesso all’energia e partenariati con organismi multilaterali. T

ra gli esempi richiamati figurano il progetto ELMED tra Italia e Tunisia, destinato a collegare le due sponde attraverso energia pulita, la partecipazione a Mission 300 con Banca Mondiale e Banca Africana di Sviluppo, i finanziamenti del Fondo per il Clima, le iniziative formative con Enel Foundation e RES4Africa, nonché il ricorso a meccanismi di leva finanziaria capaci di affiancare fondi pubblici italiani e risorse multilaterali. Il tema migratorio è stato affrontato distinguendo l’obiettivo principale del Piano, identificato nello sviluppo condiviso, da eventuali effetti indiretti sulla migrazione irregolare, poiché il partenariato con Paesi come la Tunisia viene presentato anche attraverso formazione professionale, sostegno alle imprese e percorsi utili tanto al mercato locale quanto alle esigenze italiane.

La percezione africana dell’iniziativa è stata infine collegata al desiderio di molti Paesi di entrare nel perimetro del Piano, mentre Carbone ha ricordato che i governi africani dispongono oggi di margini più ampi rispetto al passato, rivendicano maggiore autonomia, chiedono lavorazione locale delle materie prime e intendono difendere sovranità, dati, risorse e interessi nazionali.

La chiusura del confronto ha restituito l’immagine di un Piano Mattei ancora in evoluzione, il cui successo non può essere misurato soltanto attraverso il numero dei progetti avviati, bensì attraverso la capacità di tenere insieme impegni climatici, sicurezza energetica, finanza per lo sviluppo, riduzione delle dipendenze, benefici locali e relazioni euro-africane più equilibrate, affinché pace e sviluppo siano parte integrante delle scelte industriali, infrastrutturali ed energetiche.

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