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La politica green sta cambiando? Le priorità della transizione sostenibile – Evidenze, politiche industriali e scelte di sistema per rafforzare la competitività del Paese

Mercoledì 17 giugno 2026, al Palazzo della Cancelleria di Roma, Erion ha presentato il Bilancio di Sostenibilità 2025 durante l’evento “La politica green sta cambiando? Le priorità della transizione sostenibile – Evidenze, politiche industriali e scelte di sistema per rafforzare la competitività del Paese”. Nel corso dell’incontro è stato illustrato anche lo Studio realizzato da The European House Ambrosetti insieme a Erion, intitolato “Le priorità non negoziabili per il futuro di imprese e transizione sostenibile”.

Il Forum Erion 2026 ha riunito imprese, istituzioni ed esperti attorno al tema della transizione sostenibile e al suo impatto sui sistemi produttivi europei. L'incontro si è sviluppato attorno a una riflessione che oggi attraversa il dibattito economico e industriale europeo, relativa al duplice volto della transizione sostenibile, percepita da una parte come vincolo regolatorio e dall'altra come possibile leva di competitività industriale, e alle condizioni che permetterebbero di tradurla effettivamente in capacità competitiva per le imprese. Nel corso dell'evento è stato presentato il Rapporto Strategico 2026 di TEHA Group, realizzato in collaborazione con Erion, "Le priorità non negoziabili per le imprese e il futuro della transizione sostenibile", che affronta la sostenibilità come tema integrato, intrecciando energia, competitività, investimenti, filiere industriali, assetti regolatori e dinamiche di consenso sociale.La sostenibilità non rappresenta più un ambito separato rispetto alle dinamiche produttive e industriali. Si inserisce progressivamente nelle strategie delle imprese, incidendo sui costi operativi, sulla progettazione dei prodotti, sull'accesso al credito e ai mercati, e più in generale sulla capacità delle aziende di mantenere competitività e resilienza nel medio e lungo periodo.

Il nodo politico: andare avanti, ma con un metodo diverso

Uno dei risultati più significativi emersi dal Rapporto contribuisce a superare una lettura eccessivamente semplificata dell’attuale fase europea. Nonostante il contesto caratterizzato da incertezza normativa e continui aggiornamenti regolatori, il 75,5% delle imprese coinvolte ritiene opportuno mantenere o rafforzare i propri impegni in materia di sostenibilità.

A conferma di questa tendenza, il 68,6% delle aziende dichiara di aver intensificato le proprie politiche ESG negli ultimi tre anni. Si tratta di un dato particolarmente rilevante in un contesto nel quale il dibattito pubblico tende talvolta a rappresentare la sostenibilità come un costo aggiuntivo, un vincolo competitivo o un mero adempimento burocratico.

I risultati dell’indagine suggeriscono invece una prospettiva diversa. Le imprese non sembrano mettere in discussione gli obiettivi della transizione sostenibile, quanto piuttosto le modalità con cui essa viene attuata. La richiesta che emerge è quella di un percorso più prevedibile, coerente e compatibile con gli orizzonti temporali propri degli investimenti industriali.

La sostenibilità mantiene una posizione centrale nelle strategie di sviluppo economico e industriale, tuttavia per tradursi in risultati concreti e duraturi, richiede un quadro normativo stabile, strumenti adeguati e condizioni che consentano alle imprese di pianificare investimenti e processi di trasformazione con una prospettiva di lungo periodo.

TEHA inserisce questa riflessione all’interno di un contesto internazionale profondamente mutato rispetto agli anni precedenti. Il Rapporto descrive l’attuale fase geopolitica come una nuova “età dei predatori”, caratterizzata da una crescente assertività delle grandi potenze economiche e tecnologiche, impegnate a rafforzare la propria influenza attraverso il controllo di risorse strategiche, filiere produttive e innovazione.

Secondo l’analisi, il progressivo indebolimento dei tradizionali meccanismi di cooperazione internazionale e la crescente frammentazione degli equilibri globali stanno ridefinendo le condizioni della competizione economica. In questo scenario, la competizione non si misura più soltanto in termini di costi, produttività o quote di mercato, ma riguarda sempre più la capacità di presidiare asset strategici quali le tecnologie per la transizione energetica, le infrastrutture critiche, le fonti di approvvigionamento energetico e l’accesso alle materie prime essenziali per lo sviluppo industriale.

In un contesto caratterizzato da una competizione globale sempre più intensa, la sostenibilità viene interpretata non soltanto come una sfida ambientale, ma anche come un elemento strettamente legato alla sicurezza economica, alla resilienza delle filiere produttive e alla competitività dei sistemi industriali.

Si tratta di un cambiamento di prospettiva significativo: se per lungo tempo la sostenibilità è stata associata prevalentemente alla tutela dell’ambiente e alla responsabilità sociale delle organizzazioni, oggi tende a essere considerata sempre più come una leva strategica per lo sviluppo economico e industriale.

Questa evoluzione non ridimensiona gli obiettivi ambientali, ma li colloca all’interno di una visione più ampia, nella quale transizione energetica, innovazione tecnologica, approvvigionamento delle materie prime, solidità delle filiere e quadro regolatorio risultano strettamente interconnessi. In tale prospettiva, la sostenibilità diventa parte integrante delle strategie attraverso cui imprese e Paesi rafforzano la propria capacità di competere e creare valore nel lungo periodo.

Energia, innovazione e prodotto: dove le imprese sentono la pressione

La dimensione competitiva della transizione sostenibile emerge con particolare evidenza dai dati raccolti nel Rapporto. Oltre l’88% delle imprese intervistate individua nell’energia, in termini di costo ed efficienza, uno dei principali fattori di competitività. Seguono l’innovazione sostenibile, indicata dall’83% delle aziende, e gli standard ambientali di prodotto, segnalati dall’82%.

Si tratta di evidenze che mostrano come la sostenibilità sia ormai pienamente integrata nelle dinamiche operative e strategiche delle imprese. Non rappresenta più un ambito separato rispetto alle attività produttive, ma incide direttamente su aspetti centrali quali i costi di produzione, la capacità di innovazione, l’accesso ai mercati e la possibilità di attrarre risorse finanziarie per sostenere gli investimenti.

Anche i temi ESG assumono un peso crescente sul piano competitivo: circa un’impresa su quattro dichiara infatti di essere già oggi esposta in misura significativa alle pressioni competitive generate da questi fattori nei mercati internazionali. Un dato che evidenzia come le sfide legate alla sostenibilità non appartengano più a una prospettiva futura, ma costituiscano una componente concreta dell’attuale contesto economico.

In questo scenario, la sostenibilità tende a configurarsi sempre più come un elemento strutturale della competitività aziendale, influenzando le scelte industriali, le strategie di investimento e la capacità delle imprese di posizionarsi efficacemente nei mercati globali.

In realtà, il punto è proprio questo: le aziende misurano la transizione nei luoghi in cui si decide la loro capacità di stare sul mercato. Energia più costosa, standard di prodotto più rigorosi, innovazione da finanziare e filiere da riorganizzare incidono sulle scelte industriali. E lo fanno adesso, non in un futuro astratto.

L’economia circolare parla anche alla finanza

Uno dei temi centrali affrontati dal Rapporto riguarda il contributo dell’economia circolare alla competitività e alla solidità delle imprese. L’analisi evidenzia come le aziende italiane che adottano modelli produttivi orientati alla circolarità presentino, in media, indicatori economico-finanziari più robusti rispetto a quelle che seguono modelli tradizionali.

Secondo lo studio, queste imprese risultano mediamente più solide dal punto di vista creditizio del 28%, generano una capacità di cassa superiore di circa una volta e mezza rispetto ai competitor e mostrano livelli di indebitamento inferiori del 6%. Inoltre, evidenziano una maggiore capacità di sostenere il debito attraverso i risultati della gestione operativa.

I dati suggeriscono che l’economia circolare non rappresenta soltanto una risposta alle esigenze di sostenibilità ambientale, ma può tradursi in un fattore di rafforzamento della struttura industriale e finanziaria delle aziende. L’adozione di modelli orientati all’efficienza nell’uso delle risorse, al recupero dei materiali e alla valorizzazione dei processi produttivi sembra infatti associarsi a una maggiore resilienza e a migliori performance economiche.

La circolarità assume un valore che va oltre la dimensione ambientale. Per il sistema finanziario può costituire un indicatore utile nella valutazione del rischio e della capacità di generare valore nel tempo; per le imprese, rappresenta invece una leva strategica per consolidare la propria competitività e affrontare con maggiore solidità un contesto economico caratterizzato da crescente volatilità e incertezza.

I risultati evidenziati dal Rapporto contribuiscono ad ampliare il modo in cui viene valutato il rapporto tra sostenibilità e performance aziendale. Se i modelli circolari si associano a una maggiore solidità finanziaria, a una più elevata capacità di generare cassa e a livelli di indebitamento più contenuti, la sostenibilità assume una rilevanza che va oltre la sola dimensione ambientale.

Lo studio non presenta l’economia circolare come una soluzione universale né come una garanzia automatica di migliori risultati economici. I dati mostrano però una correlazione significativa tra l’adozione di pratiche orientate alla circolarità e alcuni indicatori di robustezza aziendale. Quando viene integrata nei processi produttivi e nelle strategie industriali, la gestione efficiente delle risorse può contribuire a rafforzare la resilienza e la capacità competitiva delle imprese.

Anche il rapporto tra economia circolare e finanza appare sempre più stretto. Aspetti come il recupero dei materiali, la riduzione degli sprechi, l’efficienza nell’utilizzo delle risorse e la capacità di valorizzare i flussi produttivi possono diventare elementi rilevanti nella valutazione della qualità aziendale, della sostenibilità degli investimenti e del profilo di rischio delle imprese.

Incentivi, politica industriale e continuità degli strumenti

La domanda di politica industriale che emerge dal Forum riflette un orientamento condiviso tra le imprese coinvolte nello studio, le quali non indicano una riduzione dell’intervento pubblico tra le priorità, ma al contrario sottolineano l’esigenza di un suo rafforzamento a sostegno dei processi di transizione e di competitività.

In particolare, il 58% delle aziende segnala la necessità di strumenti finalizzati al consolidamento della capacità produttiva domestica, mentre una quota pari a circa un’impresa su cinque esprime attenzione anche verso forme di maggiore tutela del sistema produttivo locale, in un contesto percepito come sempre più esposto alla competizione internazionale.

Le principali aree di intervento individuate riguardano il contenimento dei costi energetici, la semplificazione delle procedure autorizzative, il sostegno allo sviluppo delle tecnologie clean tech e la disponibilità di incentivi stabili e prevedibili nel tempo, elementi che incidono in maniera diretta sulla capacità delle imprese di programmare investimenti, sostenere processi di innovazione e mantenere la propria posizione competitiva sui mercati.

Dalle evidenze raccolte emerge inoltre una distinzione rilevante sul piano dell’efficacia delle politiche pubbliche, poiché gli strumenti di incentivazione risultano pienamente efficaci soltanto quando sono caratterizzati da continuità, semplicità e stabilità regolatoria, mentre interventi episodici, complessi o soggetti a frequenti modifiche tendono a ridurne significativamente l’impatto, in particolare nei settori a elevata intensità di capitale e con orizzonti di investimento di lungo periodo.

La realizzazione di nuovi impianti, l’introduzione di tecnologie avanzate, l’adozione di processi produttivi più efficienti e le trasformazioni delle filiere industriali richiedono infatti tempi lunghi e, soprattutto, un contesto sufficientemente prevedibile, nel quale le imprese possano definire strategie e allocare risorse con una prospettiva coerente rispetto ai cicli di investimento. In presenza di un quadro normativo instabile o soggetto a frequenti variazioni, la capacità di programmazione tende a ridursi e, di conseguenza, anche la velocità dei processi di transizione può risultare rallentata.

Allo stesso tempo, il Rapporto evidenzia come la domanda di politica industriale non si traduca in una richiesta generica di maggiore intervento pubblico, quanto piuttosto nell’esigenza di strumenti mirati, orientati al rafforzamento della base produttiva domestica, al sostegno dell’innovazione e alla costruzione di un contesto regolatorio più stabile e prevedibile nel tempo.

Il problema delle regole è anche la loro complessità

Il Rapporto introduce lo STAGE Index, acronimo di Sustainable Transition Alignment between Government & Enterprises, uno strumento sperimentale finalizzato a misurare il grado di convergenza tra le priorità espresse dal sistema produttivo e gli indirizzi delle politiche europee e nazionali in materia di transizione sostenibile.

L’indicatore restituisce un valore medio pari al 51%, un dato che richiede tuttavia una lettura articolata. Non emergono infatti divergenze sostanziali sugli obiettivi generali della transizione, rispetto ai quali il livello di allineamento tra imprese e policy appare significativo, quanto piuttosto sulle modalità attuative e sugli strumenti utilizzati per il loro conseguimento.

Le principali criticità si concentrano infatti sul piano operativo e regolatorio, dove la complessità normativa e la stratificazione degli interventi rappresentano i fattori che incidono maggiormente sull’efficacia delle politiche. In questo contesto, molte imprese segnalano difficoltà non tanto nel riconoscere la rilevanza degli obiettivi di sostenibilità, quanto nel tradurre disposizioni, procedure e adempimenti in processi concreti e pienamente integrati nelle attività produttive.

Secondo quanto emerge dall’analisi dello STAGE Index, negli ultimi trentacinque anni la produzione normativa a livello europeo e nazionale si è concentrata in particolare su alcuni ambiti chiave, tra cui la decarbonizzazione dei sistemi industriali e la competitività energetica, lo sviluppo dell’economia circolare e la sicurezza dell’approvvigionamento delle materie prime, oltre ai processi di adattamento climatico e di promozione dell’innovazione sostenibile.

Si tratta di aree pienamente coerenti con le esigenze espresse dal tessuto produttivo; tuttavia, la progressiva stratificazione degli interventi normativi può ridurre l’efficacia complessiva delle politiche, determinando, in alcuni casi, un impiego significativo di risorse aziendali non solo per l’adeguamento dei processi, ma anche per la gestione degli obblighi amministrativi e interpretativi.

In tale contesto, emerge una criticità di natura sistemica, legata al rischio che la sostenibilità assuma una dimensione prevalentemente formale, perdendo parte della sua capacità di incidere concretamente sui processi di trasformazione industriale. Quando una quota crescente delle risorse aziendali viene assorbita dalla gestione della complessità regolatoria, si riduce di conseguenza lo spazio disponibile per l’innovazione e per gli investimenti produttivi.

Non tutte le imprese affrontano la transizione sostenibile nelle stesse condizioni e con la stessa capacità di adattamento, e questo aspetto emerge con particolare evidenza dall’analisi dei dati raccolti, secondo cui oltre il 54% delle aziende intervistate segnala come gli standard europei di sostenibilità producano effetti differenziati tra settori e modelli produttivi, configurando un impatto che si sviluppa a “più velocità”.

In questo contesto, il 30% delle imprese prevede svantaggi nel breve periodo, che potrebbero tuttavia essere compensati da benefici nel medio-lungo termine, mentre il 24% ritiene che l’attuale assetto regolatorio tenda a favorire alcuni comparti produttivi rispetto ad altri, determinando così dinamiche asimmetriche lungo le filiere industriali.

Queste evidenze contribuiscono a delineare un quadro più articolato, che evita sia l’interpretazione della sostenibilità come vantaggio immediato e generalizzato, sia la sua rappresentazione come mero costo, evidenziando invece come l’impatto delle politiche e degli standard dipenda da una pluralità di fattori strutturali e operativi, tra cui la dimensione aziendale, la disponibilità di capitale, il livello di maturità tecnologica, il posizionamento nella catena del valore e la capacità di trasferire o assorbire i costi lungo la filiera.

Ne deriva un’elevata eterogeneità negli effetti della transizione, con differenze significative tra grandi imprese e PMI, tra settori a diversa intensità tecnologica e tra filiere maggiormente o meno esposte alla concorrenza internazionale.

Il Rapporto restituisce quindi un quadro non uniforme del processo in corso e sottolinea la necessità di strumenti di policy in grado di tener conto di tali differenziazioni, accompagnando i soggetti più esposti e meno strutturati e, al tempo stesso, valorizzando le realtà già più avanzate nei percorsi di trasformazione.

Il costo dell’immobilismo climatico e la questione del consenso

Il Rapporto collega la competitività industriale anche al costo dell’inazione, evidenziando come in Europa gli eventi climatici estremi abbiano generato perdite economiche rilevanti tra il 1980 e il 2023, con un’intensificazione significativa negli anni più recenti e una crescente incidenza sugli equilibri produttivi e infrastrutturali.

Per l’Italia, il mancato o rallentato avanzamento delle politiche climatiche viene quindi inquadrato come un fattore di rischio economico diretto, mentre le proiezioni richiamate nello studio indicano che un’azione tempestiva e coerente potrebbe produrre effetti positivi sul PIL già al 2035, con benefici più marcati nel medio-lungo periodo fino al 2050.

L’analisi propone così una lettura della transizione non come costo inevitabile, ma come confronto tra investimenti necessari e potenziali perdite derivanti dall’inazione, sottolineando come, in una prospettiva temporale estesa, il costo del non intervenire possa risultare significativamente superiore.

Accanto alla dimensione economica, il Forum richiama anche il tema del consenso sociale, evidenziando come il 96% dei cittadini italiani riconosca alle imprese un ruolo attivo nella promozione del dialogo con i territori, mentre solo il 55% ritiene che tale ruolo venga effettivamente esercitato in modo adeguato.

Ne emerge un divario di percezione pari a circa 41 punti percentuali, che riguarda direttamente non solo le istituzioni pubbliche ma anche il sistema produttivo, soprattutto nei processi di trasformazione che coinvolgono infrastrutture, impianti, filiere e modelli di consumo.

La gestione della transizione richiede strumenti che vadano oltre la dimensione puramente normativa o comunicativa, includendo processi strutturati di ascolto, confronto e trasparenza sugli impatti economici e sociali. In assenza di tali condizioni, anche interventi tecnicamente solidi possono incontrare resistenze significative, con il rischio di rallentare l’attuazione delle politiche e ridurre la coesione attorno agli obiettivi di trasformazione.

Erion, le filiere e le sei proposte operative

L’analisi dedicata al ruolo di Erion nel sistema della responsabilità estesa del produttore ne evidenzia la funzione di attore di sistema, attivo nella gestione integrata di diversi flussi di rifiuti che comprendono apparecchiature elettriche ed elettroniche, pile e batterie, imballaggi, prodotti del tabacco e tessili.

Questa funzione non viene descritta soltanto in termini organizzativi o operativi, ma viene interpretata anche come un elemento in grado di incidere sui processi di trasformazione industriale, nella misura in cui sistemi collettivi di questo tipo contribuiscono a tradurre obblighi di natura ambientale in pratiche strutturate di miglioramento della capacità produttiva, gestionale e tecnologica delle imprese.

Tale approccio si concretizza nello sviluppo di modelli orientati a una gestione più efficiente delle risorse, al recupero e alla reintroduzione di materie prime nei cicli produttivi, alla riduzione degli sprechi lungo le filiere, al rafforzamento degli standard di trattamento e alla promozione di forme di collaborazione più integrate tra i diversi attori della catena del valore.

La parte conclusiva del documento presenta inoltre sei proposte operative rivolte sia al decisore pubblico sia al sistema produttivo, delineando per le istituzioni la necessità di sostenere chi è già avanzato nei processi di transizione e accompagnare chi si trova in ritardo, rafforzare le politiche a supporto dell’innovazione e concentrare gli investimenti su ambiti strategici ad alto potenziale di sviluppo.

Per le imprese, le indicazioni si concentrano invece sulla valorizzazione delle competenze industriali e tecnologiche a supporto del sistema istituzionale e sociale, sul rafforzamento dei processi di aggregazione al fine di migliorare la competitività sui mercati internazionali e sull’adozione di pratiche più strutturate di ascolto e dialogo con i territori e con gli stakeholder.

Nel loro insieme, tali indicazioni riflettono una consapevolezza condivisa circa la natura sistemica della transizione in corso, nella quale nessun singolo attore dispone autonomamente della scala, delle risorse e della legittimazione necessarie per governare processi complessi e interdipendenti, rendendo necessario un maggiore coordinamento tra istituzioni, imprese e comunità locali per garantirne efficacia e continuità.

Trovare il ritmo giusto

L’insieme delle evidenze emerse dal Forum Erion 2026 restituisce un’impostazione della sostenibilità sempre meno riconducibile a una dimensione puramente valoriale e sempre più integrata nelle logiche industriali, nella misura in cui gli obiettivi ambientali vengono progressivamente confrontati con variabili quali competitività, redditività, sicurezza energetica e capacità di generare e mantenere consenso nei diversi contesti territoriali e produttivi.

Questa impostazione non implica una riduzione dell’ambizione della transizione, che rimane pienamente confermata, ma evidenzia piuttosto la necessità di renderla maggiormente aderente alle condizioni concrete dei sistemi produttivi, attraverso un processo di adattamento che ne aumenti coerenza, efficacia e sostenibilità economica nel tempo.

In tale prospettiva si colloca anche il Rapporto Strategico 2026 di TEHA Group, realizzato in collaborazione con Erion, che interpreta la transizione non come una scelta binaria tra avanzamento e arretramento, ma come un percorso complesso che attraversa simultaneamente imprese, istituzioni, filiere e comunità territoriali, richiedendo un equilibrio tra obiettivi di trasformazione e vincoli di natura economica e sociale.

La questione centrale non riguarda quindi la direzione del cambiamento, quanto piuttosto la sua attuazione, con particolare riferimento alla capacità di individuare un ritmo di transizione adeguato, sufficientemente rapido da mantenere la competitività nei mercati globali e al tempo stesso sufficientemente strutturato da garantire la tenuta del sistema produttivo e sociale nel suo complesso.

Nel suo insieme, il Forum evidenzia come la sostenibilità sia ormai pienamente integrata nelle dinamiche industriali e competitive, diventando uno dei principali assi su cui si misurano la capacità delle imprese di adattarsi, l’efficacia delle politiche pubbliche e la posizione dell’Europa in un contesto internazionale caratterizzato da crescente complessità e intensificazione della competizione globale.

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