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Approfondimenti

Stati generali del Cleantech: alla Camera la sfida della nuova industria italiana

La Camera dei deputati ha ospitato il confronto tra istituzioni, imprese e investitori sulle tecnologie pulite, in un dibattito che ha intrecciato il passaggio dall'innovazione alla produzione industriale con l'autonomia energetica e la competitività delle filiere strategiche. Dagli interventi è scaturita la proposta di un'Alleanza Politica per la Nuova Industria, concepita come spazio trasversale di dialogo parlamentare capace di accompagnare questo passaggio nel tempo.

Gli Stati generali del Cleantech sono tornati alla Camera dei deputati per il loro appuntamento annuale, confermandosi come la sede in cui il settore delle tecnologie pulite si confronta apertamente con la politica italiana. L'incontro, promosso da Cleantech for Italy, ha riunito parlamentari di maggioranza e di opposizione, imprenditori innovativi, investitori, soggetti pubblici di attuazione e operatori finanziari, in un dialogo che ha attraversato il ruolo delle tecnologie pulite nella trasformazione energetica e produttiva del Paese, la costruzione di filiere nazionali ed europee, il sostegno ai primi impianti industriali e la distanza che ancora separa la ricerca scientifica dal capitale privato, dagli strumenti pubblici e dalla domanda di mercato. Nella cornice istituzionale della Camera, aperta anche dal saluto del Vice Presidente Rampelli, la giornata ha assunto i toni di un confronto politico e industriale sulle condizioni affinché l'Italia possa passare dall'essere luogo di innovazione tecnologica a divenire anche sede stabile di produzione, occupazione e valore aggiunto.

Il Cleantech come terreno della nuova politica industriale

Gli Stati generali del Cleantech non riguardano soltanto la decarbonizzazione, ma investono più ampiamente la capacità industriale del Paese e il suo posizionamento nelle nuove catene globali del valore. Le tecnologie pulite rappresentano oggi un ambito decisivo per la competitività delle economie avanzate, poiché incidono sul costo dell’energia, sulla sicurezza degli approvvigionamenti, sull’autonomia tecnologica, sulla costruzione di nuove filiere produttive e sulla capacità di trattenere valore, competenze e occupazione nei territori.

La crescita delle nuove filiere Cleantech richiede una visione sistemica, nella quale ricerca, capitali, domanda, regole e strumenti di attuazione procedano in modo coordinato. Nessuno degli attori coinvolti dispone infatti, da solo, di tutte le leve necessarie: la ricerca deve potersi trasformare in impresa, le imprese devono trovare capitali e condizioni adeguate per crescere, gli investimenti hanno bisogno di un quadro giuridico stabile e le politiche industriali devono muovere dalle esigenze concrete di chi sviluppa e adotta le tecnologie. È questa la prospettiva richiamata da Michele Torsello, il quale ha indicato nel coordinamento tra istituzioni, imprese innovative, investitori e soggetti attuatori una condizione essenziale per trasformare l’innovazione in capacità industriale.

Jules Besnanou, direttore di Cleantech for Europe, ha ricondotto il tema delle tecnologie pulite alla più ampia agenda industriale dell’Unione europea, sottolineando come il Cleantech sia ormai entrato stabilmente tra le priorità politiche di Bruxelles. Il punto, ha osservato, non riguarda più soltanto l’adozione di queste tecnologie, bensì la capacità di produrle nel continente e di trattenere in Europa una quota significativa del valore economico generato dalla nuova economia. “

Besnanou ha tuttavia richiamato anche il tema, ancora aperto, della capacità di investimento europea. Secondo i dati citati nel suo intervento, nel 2025 gli investimenti in venture e growth capital nel Cleantech si sono attestati in Europa intorno agli otto miliardi di euro, un livello inferiore rispetto agli anni precedenti e ancora distante da quello registrato negli Stati Uniti. Gli investimenti, ha osservato, seguono la domanda e la solidità dei casi industriali; pertanto, la questione decisiva riguarda la capacità delle politiche pubbliche di creare mercati credibili, orientare la domanda e rendere più favorevoli le condizioni di sviluppo delle nuove tecnologie.

Il riferimento europeo ha consentito di richiamare anche il ruolo che l’Italia può svolgere nella costruzione delle nuove filiere industriali. Besnanou ha riconosciuto al Paese le condizioni per ambire a una leadership continentale, grazie alla solidità della base manifatturiera, alle competenze industriali, alle esperienze maturate in settori come le pompe di calore e l’accumulo energetico di lunga durata, nonché alla qualità del sistema della ricerca. Da qui il rilievo attribuito alla nascita di un’alleanza politica trasversale, ispirata anche a esperienze già avviate in sede europea, affinché il dialogo tra innovatori e decisori pubblici possa consolidarsi come parte stabile della definizione delle politiche industriali.

L’Italia del Cleantech tra innovazione, filiere e capacità produttiva

Nel videomessaggio rivolto ai partecipanti, il Ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, ha inserito gli Stati generali del Cleantech nel passaggio cruciale che la politica industriale europea sta attraversando. Il Ministro ha richiamato l’impegno del Governo nel coniugare transizione ambientale, sostenibilità produttiva, sostenibilità economica e coesione sociale, individuando nella neutralità tecnologica un principio guida tanto per le scelte energetiche quanto per quelle industriali.

Il Ministro ha richiamato l’esigenza di governare la transizione energetica attraverso un approccio fondato sulla neutralità tecnologica, valorizzando il contributo delle fonti rinnovabili e, al tempo stesso, riaprendo il percorso sul nucleare sicuro e pulito. “La neutralità tecnologica riguarda l’energia e riguarda l’industria”, ha affermato, precisando che l’elettrico costituisce una componente rilevante della trasformazione in corso, ma deve inserirsi in un quadro più ampio di soluzioni tecnologiche.

Il Cleantech è stato così ricondotto a una strategia industriale orientata alla competitività, alla sicurezza degli approvvigionamenti, alla riduzione delle dipendenze strategiche e al rafforzamento delle filiere produttive nazionali ed europee.

A sostegno di questa lettura, Urso ha citato l’installazione di ventiquattro gigawatt di nuova capacità rinnovabile in meno di quattro anni, gli investimenti in venture capital pari a 243,3 milioni di euro nel 2025, distribuiti su 54 operazioni, e la presenza di quasi cinquecento startup innovative nel settore. Numeri che, secondo il Ministro, confermano la vitalità dell’ecosistema italiano, ma rendono ancora più evidente la necessità di trasformare l’innovazione in capacità manifatturiera reale. “Non dobbiamo limitarci a essere installatori, ma diventare sempre più anche produttori”, ha dichiarato, collegando questo obiettivo alla creazione di ricchezza, occupazione qualificata e lavoro stabile in Italia.

 

Federico Cupoloni, direttore di Cleantech for Italy, ha proseguito tracciando una fotografia dell'ecosistema nazionale a partire da una definizione operativa del settore, che comprende energia, materiali e chimica, trasporti e logistica, agrifood, risorse e ambiente, rifiuti e riciclo. Dietro queste categorie, ha spiegato, convivono diversi livelli di maturità tecnologica, ed è proprio sulle soluzioni che hanno ancora bisogno di riduzione del rischio tecnologico e di strumenti pubblici capaci di accompagnarle alla scala industriale che si concentra l'attenzione maggiore.

Secondo i dati illustrati da Federico Cupoloni, tra il 2019 e il 2025 il Cleantech italiano ha raccolto investimenti per 1,4 miliardi di euro, coinvolgendo 256 aziende. Si tratta di un risultato significativo per un mercato del venture capital cresciuto più lentamente rispetto ad altri Paesi europei, ma ancora insufficiente nel confronto internazionale: l’Italia investe infatti circa il dieci per cento di quanto investe la Germania nel settore e registra valori contenuti anche in rapporto al PIL e alla popolazione.

“Ogni Paese deve cercare la sua strada per finanziare la tecnologia innovativa”, ha osservato Cupoloni, sottolineando tuttavia come in Italia il divario tra innovazione e industria resti particolarmente marcato.

Una parte dell’analisi è stata dedicata ai primi impianti industriali, per i quali Cupoloni ha stimato un fabbisogno complessivo di circa 420 milioni di euro su 21 progetti, con una quota non coperta pari a circa 355 milioni. Nella proposta di Cleantech for Italy, la finanza pubblica non è chiamata a sostituire il capitale privato, bensì a ridurre una parte del rischio associato alle prime fasi industriali, così da favorire l’intervento degli investitori.

Da questa lettura derivano le otto proposte presentate, articolate tra finanza pubblica, domanda industriale e permessi, con l’obiettivo di valorizzare gli strumenti già disponibili senza richiedere risorse aggiuntive alla fiscalità generale.

 

L'Alleanza Politica per la Nuova Industria e il confronto parlamentare

L’Alleanza Politica per la Nuova Industria è stata presentata come uno spazio di confronto trasversale volto a contribuire alla definizione di una strategia industriale di lungo periodo. Michele Torsello ne ha illustrato le ragioni, collegando il futuro industriale dell’Italia alla valorizzazione della tradizione manifatturiera, delle competenze maturate nei territori, del sistema della ricerca e della capacità innovativa delle imprese. L’Italia resta uno dei principali Paesi manifatturieri europei, ma questa posizione si misura oggi con il costo elevato dell’energia, con la competizione internazionale, con il rischio di perdita di capacità produttiva e con l’esigenza di rafforzare la resilienza delle catene del valore.

 

Il manifesto dell'Alleanza individua come obiettivo prioritario il rafforzamento del passaggio dalla ricerca alla produzione, affinché l'adozione delle tecnologie nei processi produttivi venga sostenuta mobilitando capitali pubblici e privati, semplificando le procedure, investendo nelle competenze e promuovendo criteri europei negli strumenti pubblici destinati ai settori strategici.

Torsello ha insistito sul carattere trasversale dell'iniziativa, sottolineando che la difesa della capacità industriale italiana, la sicurezza energetica, la valorizzazione della ricerca e il sostegno alle imprese innovative possano costituire un terreno comune tra culture politiche diverse.

Al panel parlamentare hanno preso parte, tra gli altri, Massimo Milani di Fratelli d'Italia, Chiara Braga, Vinicio Peluffo e Alberto Pandolfo del Partito Democratico, Silvia Fregolent di Italia Viva e Luca Squeri di Forza Italia. Il confronto ha fatto emergere differenze politiche significative, soprattutto sul tema energetico, accompagnate tuttavia da una convergenza sulla necessità di rafforzare l'innovazione, costruire filiere industriali e ridurre il divario tra ricerca e produzione. Milani ha rivendicato il cambio di passo europeo dal Green Deal al Clean Industrial Deal, richiamando la reindustrializzazione come parola chiave del nuovo ciclo politico.

Milani ha richiamato l’esperienza di un grande impianto energivoro abruzzese per la produzione di vetro piano, indicandola come esempio della capacità del sistema industriale italiano di mantenere competenze produttive e attrarre investimenti anche in presenza di costi energetici elevati.

A questo riferimento ha affiancato il caso Stellantis, per sottolineare le difficoltà che attraversano alcune filiere europee quando la transizione tecnologica non è accompagnata da investimenti industriali coerenti e tempestivi. Ne deriva, nella sua lettura, l’esigenza di creare condizioni favorevoli alla nascita e alla crescita di nuove imprese tecnologiche in Italia, rafforzando il rapporto tra ricerca, innovazione e produzione.

Le tecnologie pulite sono state indicate anche come un possibile terreno di convergenza tra forze politiche che mantengono posizioni diverse sulle scelte energetiche. Il punto di partenza, in questa lettura, è la loro rilevanza non solo per il raggiungimento degli obiettivi di decarbonizzazione, ma anche per la competitività del sistema produttivo italiano nella transizione ecologica e digitale.

Chiara Braga ha posto il tema in termini espliciti, chiedendo se queste tecnologie aiutino il Paese “ad essere competitivo nella sfida globale”, e ha collegato tale interrogativo alla necessità di rafforzare l’autonomia strategica, ridurre il costo dell’energia e valorizzare il contributo di rinnovabili e accumuli nella riduzione della dipendenza dal gas e nella costruzione di nuove filiere.

 

Luca Squeri ha richiamato la posizione di Forza Italia sulla necessità di affiancare alle rinnovabili altre fonti, con particolare riferimento al nucleare, ritenendo che le fonti rinnovabili siano necessarie ma non sufficienti a garantire sicurezza e continuità della produzione energetica. Attraverso il confronto tra potenza installata e produzione effettiva, ha sostenuto che l’intermittenza di sole e vento richieda una riflessione strutturale sull’assetto energetico nazionale.

Vinicio Peluffo ha invece distinto tra ricerca nucleare, cooperazione internazionale e disegno di legge del Governo, giudicato dal Partito Democratico come una delega troppo ampia, indicando nelle rinnovabili, nella semplificazione autorizzativa e nella riforma del market design europeo alcune priorità immediate per intervenire sui costi delle bollette.

 

Le tecnologie italiane tra accumulo, materie prime e biomanifattura

Al dialogo politico ha fatto seguito un momento dedicato alle imprese innovative, pensato per mostrare concretamente alcune delle tecnologie sviluppate nell'ecosistema Cleantech italiano. La scelta ha dato sostanza alla tesi ricorrente dell'intera giornata, secondo cui, mentre il dibattito sull'energy mix può dividere, esiste un insieme di tecnologie abilitanti capace di rafforzare il sistema industriale indipendentemente dalle diverse opzioni energetiche.

Alessandra Coglie, fondatrice e amministratore delegato di Synergy Flow, ha presentato una batteria a celle di flusso per l'accumulo energetico di lunga durata, nata da un percorso di trasferimento tecnologico dal Politecnico di Milano e fondata su materiali a basso costo e sostenibili, tali da evitare il ricorso a materie prime critiche.

Coglie ha spiegato che l'obiettivo è impedire che la transizione energetica trasformi una dipendenza in un'altra dipendenza, poiché le tecnologie di accumulo stanno passando da strumenti di supporto alla rete a infrastrutture strategiche, capaci di rendere disponibili le rinnovabili anche quando la produzione è intermittente.

Marco Bersani, amministratore delegato e cofondatore di Circular Materials, ha illustrato un approccio fondato sul recupero di materie prime critiche e strategiche da rifiuti industriali, intercettando metalli che oggi non vengono recuperati e che rischiano di finire in discarica o nell'ambiente, per reintrodurli localmente nelle filiere produttive. Bersani ha sottolineato il doppio valore ambientale e industriale di questa attività, capace da un lato di impedire la dispersione di metalli pesanti e dall'altro di ridurre la dipendenza europea da Paesi terzi; alla domanda sul metallo più prezioso recuperato ha indicato il rodio, precisando però che, dal punto di vista strategico, rame, nichel e cromo risultano particolarmente rilevanti per la manifattura italiana.

La sostituzione delle terre rare è stata indicata come un ulteriore ambito di lavoro per ridurre le dipendenze strategiche nelle filiere industriali avanzate. Su questo tema è intervenuto Michele Mugliesi, amministratore delegato di Rara Factory, illustrando lo sviluppo di leghe metalliche capaci di riprodurre proprietà come il magnetismo attraverso l’impiego di elementi abbondanti, modelli di intelligenza artificiale e processi sperimentali ad alta velocità. L’obiettivo, ha spiegato, non è soltanto mitigare il problema dello stoccaggio o dell’approvvigionamento, bensì superare progressivamente la dipendenza da materiali la cui estrazione e raffinazione comportano costi geopolitici e ambientali elevati.

 

Massimo Porta, cofondatore e amministratore delegato di Arsenale BioYards, ha spostato il confronto sulla biomanifattura e sulla fermentazione di precisione, una tecnologia che consente di modificare organismi come i lieviti affinché producano molecole di interesse industriale, riducendo il ricorso a processi petrolchimici.

Porta ha ricordato che la fermentazione di precisione esiste da decenni, come dimostra la produzione dell'insulina, ma che il problema resta la struttura dei costi; l'obiettivo di Arsenale BioYards è abbassarla di un ordine di grandezza, sfruttando l'intelligenza artificiale e la capacità manifatturiera italiana fino a utilizzare competenze e tecnologie provenienti da filiere come quella delle autoclavi del Prosecco.

Le esperienze presentate hanno restituito un quadro articolato dell’innovazione Cleantech sviluppata in Italia, mostrando applicazioni diverse ma tra loro connesse, dall’accumulo energetico al riciclo avanzato, dalla sostituzione dei materiali critici alla biomanifattura. Federico Cupoloni ha collegato queste testimonianze al tema più generale della politica industriale, osservando che molte soluzioni possono crescere indipendentemente dalle diverse posizioni sull’energy mix e richiedono, proprio per questo, un rapporto più diretto e continuativo con i decisori pubblici, affinché le scelte politiche possano confrontarsi con le esigenze concrete dei processi industriali.

Finanza, domanda e strumenti pubblici per il salto industriale

L'ultimo panel della giornata, moderato da Gabriella Rocco, ha approfondito le strategie e gli strumenti necessari per costruire la nuova industria. La giornalista ha introdotto il confronto ricordando che la fase più difficile della transizione industriale europea è quella dell'attuazione, poiché non basta definire cornici politiche, ma occorre trasformarle in investimenti, impianti, filiere e mercati; al dibattito hanno preso parte Luca De Angelis, amministratore delegato di Tech Europe Foundation, Enrico Filì di CDP Venture Capital, Alessandro Izzo della Banca europea per gli investimenti e Andrea Bianchi di Invitalia.

De Angelis ha proposto una diagnosi netta del divario italiano tra ricerca, brevetti e venture capital, osservando che l'Italia produce molta ricerca di qualità ma fatica a trasformarla in proprietà intellettuale, imprese tecnologiche e crescita dei salari reali. Il problema, a suo giudizio, riguarda gli incentivi alla ricerca di rottura, la disponibilità di talento manageriale e la cultura della crescita.

"Una startup non è un giochino di una persona con le scarpe da tennis", ha affermato, invitando a considerare le nuove imprese tecnologiche come la mappa dell'economia di domani; per De Angelis serve un fondo di dimensioni significative, gestito da competenze tecniche elevate, capace di individuare negli atenei e nei centri di ricerca le tecnologie con potenziale di mercato.

Enrico Filì ha offerto una lettura più ottimista, fondata sull'esperienza del Green Transition Fund di CDP Venture Capital, nel quale in meno di due anni sono state allocate risorse per circa 250 milioni di euro attraverso sei nuovi fondi, coinvolgendo anche operatori stranieri e sostenendo una settantina di aziende.

Per ogni euro di risorse pubbliche, secondo Filì, si sono affiancati circa 2,5 euro di capitale privato; tuttavia il passaggio da startup a scale up industriale resta il momento più fragile, poiché le imprese Cleantech devono assorbire capitali ingenti per anni prima di generare ricavi significativi.

Alessandro Izzo, per la BEI, ha individuato quattro fallimenti di mercato, riconducibili al passaggio dalla ricerca alla prima applicazione, alla fase di seed e post seed, alla crescita industriale nella cosiddetta valle della morte e alla creazione della domanda. Per Izzo non basta finanziare l'offerta tecnologica, ma occorre costruire mercati, anche attraverso il public procurement, strumenti di garanzia e politiche che inducano grandi imprese e soggetti pubblici ad acquistare o adottare tecnologie innovative; ha citato in proposito programmi di garanzia per il capitale circolante e strumenti di debito pensati per collocarsi tra venture debt e project finance, con tempi di ritorno più lunghi e più coerenti con la natura industriale del Cleantech.

Andrea Bianchi ha richiamato l'attenzione su una carenza strutturale della politica industriale italiana, riconducibile all'assenza di uno strumento dedicato alla prima industrializzazione: il Paese dispone di incentivi per la ricerca, i brevetti e le prime fasi di startup, ma fatica a finanziare il momento in cui una tecnologia già validata deve diventare produzione. Il contratto di sviluppo, ha spiegato, funziona bene per attrarre investimenti o ampliare basi produttive consolidate, ma non è stato disegnato per startup che devono realizzare primi impianti ad alto rischio tecnologico. "Abbiamo bisogno di innovare gli strumenti", ha affermato, proponendo un mix tra grant, finanziamenti a lungo termine e garanzie.

Le misure indicate dai relatori convergono su alcuni punti comuni, dal capitale paziente alla continuità del venture capital, dagli strumenti dedicati ai primi impianti al procurement strategico, dai sandbox regolatori al maggiore coordinamento tra Invitalia, CDP, BEI, banche e investitori privati. Bianchi ha evocato l'idea di una risk sharing facility, un fondo partecipato da Stato, Cassa Depositi e Prestiti e banche private, nel quale il rischio venga distribuito in modo differenziato, lasciando le prime perdite alla componente pubblica o agevolata e favorendo l'ingresso di capitali privati; Izzo ha aggiunto che la mobilitazione dei corporate come acquirenti e cosviluppatori delle tecnologie resta essenziale per creare mercati reali.

Nella parte conclusiva, Federico Cupoloni ha richiamato l’esigenza di consolidare un linguaggio comune tra innovatori, decisori politici e soggetti responsabili degli strumenti pubblici. Le imprese tecnologiche, ha osservato, trovano spesso attenzione e sostegno nelle fasi iniziali, ma incontrano maggiori difficoltà nel momento in cui devono crescere, realizzare impianti, assumere personale qualificato e accedere ai mercati internazionali. Da qui il rischio che tecnologie sviluppate in Italia vengano poi industrializzate altrove, oppure superate da sistemi produttivi capaci di accompagnarne più rapidamente la crescita.

 

La distinzione tra i temi più divisivi, come l’energy mix, e gli ambiti sui quali è possibile intervenire con maggiore immediatezza ha consentito di riportare l’attenzione su tecnologie e filiere trasversali: accumulo energetico, materiali critici, biomanifattura, riciclo avanzato, trasferimento tecnologico e strumenti per i primi impianti. “Mentre scegliamo l’energy mix ideale del nostro Paese, c’è sicuramente tanto da fare per portarci avanti su queste filiere”, è stato osservato, indicando proprio questo spazio come il terreno più adatto per l’Alleanza Politica per la Nuova Industria.

La chiusura dei lavori ha orientato l’attenzione verso la continuità del percorso avviato, con l’obiettivo di accompagnare nei prossimi mesi l’elaborazione di nuove proposte e, al tempo stesso, verificare il funzionamento degli strumenti già disponibili rispetto alle esigenze delle imprese innovative. La politica industriale delineata dagli Stati generali del Cleantech non richiama dunque una logica del passato, ma risponde alla necessità di affrontare una competizione globale nella quale sovranità tecnologica, sicurezza energetica e competitività manifatturiera dipendono sempre più dalla capacità di trasformare ricerca e innovazione in produzione, occupazione e valore industriale.

Dagli Stati generali del Cleantech emerge la necessità di rafforzare il collegamento tra competenze scientifiche, capacità manifatturiera, strumenti finanziari e decisione pubblica. L’Italia dispone di imprese, tecnologie e una base industriale che possono consentirle di partecipare da protagonista alla trasformazione produttiva europea; perché questo potenziale si traduca in capacità stabile, servono tuttavia strumenti mirati, tempi amministrativi più rapidi, capitali pazienti, domanda industriale e una convergenza politica capace di ridurre la frammentazione. La nascita dell’Alleanza Politica per la Nuova Industria si inserisce in questo percorso, con l’obiettivo di costruire uno spazio parlamentare e istituzionale nel quale la transizione energetica non sia soltanto un obiettivo ambientale, ma diventi una strategia per il lavoro, la competitività e il futuro produttivo del Paese.

 

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