La conferenza stampa promossa su iniziativa del senatore Guido Quintino Liris ha affrontato il tema della prevenzione vaccinale come leva di sanità pubblica, sostenibilità del Servizio sanitario nazionale e protezione delle persone anziane, fragili e con patologie croniche.
La conferenza stampa "Verso una nuova prevenzione e programmazione vaccinale", promossa su impulso del senatore Guido Quintino Liris, ha riunito rappresentanti istituzionali, esperti di sanità pubblica, società scientifiche e operatori del settore per discutere il rafforzamento della prevenzione vaccinale, con particolare attenzione alle infezioni respiratorie e alla tutela degli anziani e dei soggetti fragili. Dal confronto è emersa l'esigenza di integrare stabilmente la vaccinazione anti-Covid nella programmazione ordinaria, accanto alle altre vaccinazioni respiratorie, superando la logica emergenziale. I lavori hanno richiamato il ruolo del territorio, della medicina generale, delle farmacie, delle Regioni, della comunicazione istituzionale e dei sistemi informativi, con l'obiettivo di rendere l'offerta vaccinale più accessibile, uniforme e tempestiva.
La prevenzione come responsabilità istituzionale e come condizione di sostenibilità
La conferenza stampa si è aperta con l’intervento del senatore Guido Quintino Liris, il quale ha richiamato la necessità di ricondurre il dibattito sulla prevenzione sanitaria entro un perimetro fondato sui dati, sulle evidenze scientifiche e sulla capacità delle istituzioni di assumere decisioni coerenti con l’evoluzione delle conoscenze mediche e tecnologiche, poiché la sanità pubblica, soprattutto quando riguarda gli anziani, i fragili e i soggetti con patologie croniche, non può essere condizionata da letture ideologiche, bensì deve essere guidata da numeri, fatti, scoperte scientifiche e modelli organizzativi in grado di intervenire prima che la malattia produca conseguenze cliniche e sociali più gravi.
Il senatore ha ricordato la propria esperienza professionale nell’ambito della medicina della prevenzione e ha collegato tale competenza al lavoro parlamentare, sottolineando come l’attività legislativa debba accompagnare l’innovazione e, al tempo stesso, contribuire a rendere effettivi gli strumenti che la scienza mette a disposizione del Servizio sanitario nazionale. Secondo Liris, la capacità di utilizzare i dati, anche mediante strumenti digitali e applicazioni dell’intelligenza artificiale, può rafforzare la medicina predittiva, preventiva e personalizzata, purché tali dati siano raccolti, letti e messi a sistema nel rispetto della riservatezza dei cittadini e con una chiara finalità di tutela della salute pubblica.
Il territorio è stato indicato come sede essenziale della prevenzione, poiché il primo accesso del cittadino non dovrebbe essere rappresentato dal pronto soccorso, ma dal medico di medicina generale, che dispone di informazioni cliniche, familiari e anamnestiche decisive per intercettare precocemente condizioni di rischio, fragilità e predisposizioni patologiche. Pertanto, affinché il sistema sanitario possa restare universalistico, sostenibile e capace di rispondere ai bisogni reali della popolazione, occorre valorizzare la funzione dei medici di medicina generale e dei pediatri, i quali, anche alla luce del DM 77 e dello sviluppo delle Case della comunità, sono chiamati a svolgere un ruolo di regia nei percorsi multidisciplinari e polispecialistici.
Liris ha inoltre evidenziato che la prevenzione produce effetti clinici ed economici, poiché una diagnosi anticipata o una campagna vaccinale tempestiva possono ridurre l’ospedalizzazione, limitare il ricorso a cure di maggiore intensità e preservare la qualità di vita del paziente e della sua famiglia. L’ospedale, dunque, deve essere riservato ai casi che richiedono realmente una risposta di media o alta intensità assistenziale, mentre il territorio deve assumere la funzione di luogo ordinario della prevenzione, della diagnosi precoce, della presa in carico e del follow-up.
Dal Covid emergenziale alla programmazione ordinaria
Una parte della conferenza è stata dedicata al superamento della rappresentazione del Covid come evento esclusivamente emergenziale, poiché, nonostante la fase pandemica sia conclusa, il virus SARS-CoV-2 continua a circolare e può determinare conseguenze significative nei soggetti più esposti, in particolare anziani, fragili e persone con pluripatologie. L’obiettivo indicato dagli interventi non è stato quello di riproporre strumenti straordinari, bensì di inserire stabilmente la vaccinazione anti-Covid nella programmazione vaccinale ordinaria, al pari delle altre vaccinazioni respiratorie che riguardano le fasce di popolazione maggiormente vulnerabili.
Il presidente di I-Com, Stefano da Empoli, ha richiamato i dati relativi alla persistente incidenza del Covid e ha evidenziato che, sebbene il Paese non si trovi più in una fase pandemica, il numero dei casi e le ricadute sul sistema sanitario, sulle famiglie e sul sistema produttivo restano elementi da considerare con serietà. Nel suo intervento è stato sottolineato il divario tra le coperture vaccinali italiane e quelle europee, con un riferimento specifico agli over 80, per i quali la percentuale di copertura risulta notevolmente inferiore alla media europea, e tale distanza è stata presentata come un segnale che richiede interventi organizzativi, comunicativi e programmatori più efficaci.
Thomas Osborn, illustrando i contenuti del paper e del decalogo promossi da I-Com e sottoscritti da diverse realtà scientifiche e associative, ha spiegato che il primo passaggio consiste nella normalizzazione del fenomeno, intesa come transizione dall’emergenza alla routine. Il Covid, dunque, non dovrebbe più essere trattato come un tema separato e straordinario, ma come una componente della prevenzione vaccinale rivolta a categorie specifiche, con procedure chiare, messaggi omogenei e una distribuzione dell’offerta sanitaria coerente con le esigenze dei cittadini.
Il decalogo illustrato ha posto l’accento sull’uniformità del messaggio, sull’uniformità del percorso di accesso alla vaccinazione, sulla formazione degli operatori, sulla comunicazione tra Ministero, Regioni, medicina territoriale, farmacie e specialisti, sull’accorciamento della catena che collega prenotazione, disponibilità del vaccino, somministrazione e registrazione, nonché sulla necessità di rafforzare il monitoraggio e l’interoperabilità dei dati. La vaccinazione, come è stato ribadito, resta uno strumento essenziale di prevenzione, ma per essere realmente efficace deve essere accompagnata da una macchina amministrativa e sanitaria capace di funzionare senza ostacoli superflui.
Il confronto ha messo in evidenza che uno dei limiti più rilevanti dell’attuale gestione vaccinale riguarda la complessità dei percorsi di accesso, poiché il cittadino anziano o fragile, anche quando è consapevole dell’opportunità di vaccinarsi, può incontrare difficoltà nella prenotazione, nell’individuazione del punto di somministrazione, nella disponibilità dei vaccini e nella ricezione di indicazioni univoche. Per tale ragione, è stato ritenuto necessario rendere il sistema più semplice e più omogeneo, evitando che l’accesso alla vaccinazione dipenda in modo eccessivo dalla Regione, dal territorio di residenza o dall’iniziativa individuale del singolo operatore.
Osborn ha evidenziato che la filiera vaccinale deve essere accorciata e resa più leggibile, poiché la presenza di passaggi frammentati può ridurre l’efficacia dell’offerta e scoraggiare proprio le persone che dovrebbero essere maggiormente protette. Il coinvolgimento dei medici di medicina generale, delle farmacie, degli specialisti e dei centri vaccinali non può dunque avvenire in modo disordinato, ma deve essere regolato da procedure condivise, da sistemi informativi interoperabili e da approvvigionamenti tempestivi, affinché il cittadino possa ricevere una proposta chiara e una prestazione facilmente accessibile.
Un ulteriore elemento riguarda la programmazione degli acquisti e la distribuzione dei vaccini, soprattutto nella fase in cui si avvicina la conclusione di alcuni meccanismi europei di approvvigionamento congiunto. La conferenza ha richiamato la necessità di mantenere una capacità di previsione adeguata, poiché l’avvicinarsi della stagione autunnale, durante la quale le infezioni respiratorie incidono con maggiore forza sulla salute degli anziani e dei fragili, impone scelte anticipate, coordinate e fondate su una valutazione realistica dei fabbisogni.
Francesca Russo, direttrice della prevenzione del Veneto e coordinatrice del coordinamento interregionale, intervenuta con un contributo video, ha ribadito che il virus SARS-CoV-2 non è scomparso e che, pur circolando con caratteristiche diverse rispetto al periodo pandemico, continua a determinare ospedalizzazioni e decessi soprattutto nei soggetti anziani e pluripatologici. Russo ha indicato come prioritaria l’integrazione dell’offerta vaccinale anti-Covid con quella antinfluenzale, anche attraverso l’inserimento nel calendario vaccinale e attraverso campagne informative che spieghino l’importanza della protezione, tenendo conto anche delle conseguenze legate al long Covid, che possono seguire forme apparentemente lievi della malattia.
Comunicazione pubblica, educazione sanitaria e fiducia nella scienza
Nicola Bonaccini, capo della segreteria tecnica del Ministero della Salute, ha introdotto un tema di rilievo riguardante la comunicazione pubblica e il rapporto tra cittadini, istituzioni e scienza. Bonaccini ha confermato che la vaccinazione anti-Covid sarà prevista esplicitamente nel prossimo calendario vaccinale, ma ha sostenuto che la sola previsione formale non è sufficiente se non viene affrontato il nodo culturale che, negli ultimi anni, ha indebolito la fiducia di una parte della popolazione nei confronti dei vaccini.
Secondo Bonaccini, il termine vaccino è stato associato, nel dibattito pubblico, a paure, scetticismi e diffidenze che non nascono esclusivamente dalla pandemia, ma hanno radici più lontane e sono state alimentate da informazioni scorrette, da pregiudizi e da un rapporto non sempre efficace tra sapere scientifico e comunicazione di massa. Per questo motivo, la sensibilizzazione, pur essendo necessaria, non può essere considerata sufficiente, poiché il cittadino che si avvicina a un messaggio istituzionale con un pregiudizio già formato può respingerlo o reinterpretarlo secondo convinzioni pregresse.
L’intervento ha quindi proposto di spostare l’asse dalla semplice campagna di sensibilizzazione a una vera educazione sanitaria, affinché la popolazione sia messa nelle condizioni di comprendere cosa sia un vaccino, quale sia la funzione della profilassi, perché la prevenzione sia diversa dalla cura tardiva e per quale ragione uno Stato che funziona deve evitare, quando possibile, che i cittadini arrivino alla malattia in forma grave. Tale alfabetizzazione, secondo Bonaccini, non può essere affidata soltanto a spot istituzionali o a messaggi occasionali, ma dovrebbe attraversare tutta la filiera, dalla medicina generale alla specialistica, dalla scuola alla comunicazione pubblica, dai servizi territoriali fino alle strutture di prossimità.
Bonaccini ha osservato che, quando le istituzioni e la comunità scientifica non occupano lo spazio della spiegazione, tale spazio viene riempito da altri soggetti, non sempre qualificati e non sempre orientati alla tutela della salute collettiva. Pertanto, il compito dello Stato non è sostituirsi alla scienza, ma creare le condizioni affinché lo scienziato, il medico e l’operatore sanitario siano riconosciuti come fonti autorevoli e possano parlare a cittadini preparati ad ascoltare, comprendere e decidere in modo consapevole.
Camillo Odio, direttore del Dipartimento per la salute della Regione Abruzzo, ha collegato il tema della prevenzione vaccinale a una riflessione più ampia sul rapporto tra sanità, ricerca, formazione e sviluppo economico. Nel suo intervento ha richiamato l’importanza del Servizio sanitario pubblico e del sistema della formazione come investimenti immateriali che hanno contribuito a definire la qualità del Paese, sostenendo che l’Italia, pur con limiti organizzativi e finanziari, ha costruito nei decenni un patrimonio di competenze che deve essere difeso e aggiornato.
Odio ha sottolineato che il Paese deve prepararsi a un’epoca nella quale le pandemie e i fenomeni epidemici potrebbero presentarsi con maggiore frequenza, anche a causa della globalizzazione e dell’intensificazione delle interazioni tra ambiente, animali e popolazione umana. La prevenzione primaria, dunque, resta indispensabile, tuttavia non può esaurire la risposta pubblica, poiché occorre una maggiore capacità di investire in ricerca, di interpretare i fenomeni emergenti e di anticipare rischi che richiedono orizzonti temporali superiori alla normale programmazione amministrativa triennale o quinquennale.
Il rapporto con l’industria farmaceutica e con la ricerca privata è stato indicato come tema da governare in modo trasparente, non come elemento da rimuovere o da trattare con diffidenza. La ricerca richiede risorse, infrastrutture e tempi lunghi, e spesso il settore privato dispone di una capacità di investimento che il pubblico non riesce a eguagliare; tuttavia, proprio per evitare sospetti e sfiducia, la sanità pubblica deve saper interloquire con questi soggetti, orientare l’interesse generale, promuovere conoscenza e rendere comprensibili ai cittadini i meccanismi che stanno alla base dell’innovazione sanitaria.
Secondo Odio, la mancanza di conoscenza può alimentare letture dietrologiche e diffidenze, mentre un sistema pubblico più presente nella ricerca, nella formazione e nella comunicazione potrebbe rafforzare la fiducia collettiva e rendere più accettabili le politiche di prevenzione.
Da tale intervento è emersa la necessità di collegare la prevenzione vaccinale a una strategia più ampia di sanità pubblica, capace di integrare ricerca scientifica, educazione, programmazione e responsabilità istituzionale.
Anziani, fragili e infezioni respiratorie: il peso clinico della mancata protezione
Il professor Massimo Andreoni, intervenuto in rappresentanza della Società italiana di malattie infettive e tropicali, ha concentrato il proprio contributo sulla necessità di tornare a parlare di Covid e di vaccinazioni respiratorie con chiarezza, poiché l’assenza di informazione pubblica rischia di far percepire come superato un problema che continua invece a produrre esiti rilevanti. Andreoni ha ricordato che l’Italia dispone di un sistema sanitario che ha contribuito ad aumentare l’aspettativa di vita e a garantire cure complesse lungo tutto l’arco dell’esistenza, ma ha osservato che tale investimento collettivo rischia di essere compromesso se le persone anziane e fragili non vengono protette da infezioni capaci di aggravare patologie preesistenti.
Il punto clinico sollevato riguarda la distinzione tra morire “con” il Covid e morire “per” il Covid, poiché un soggetto anziano con cardiopatie, diabete, insufficienza renale, malattie croniche o altre comorbidità può subire, a causa dell’infezione respiratoria, un aggravamento decisivo della propria condizione. In tali casi, ha spiegato Andreoni, il Covid non rappresenta un fattore marginale, ma può essere l’elemento che determina il peggioramento finale, rendendo pertanto necessario un messaggio pubblico più corretto e più fermo sul valore della vaccinazione nei soggetti a rischio.
L’intervento ha inoltre richiamato la sproporzione tra l’attenzione mediatica riservata ad alcune minacce sanitarie rare per l’Italia e il silenzio che, invece, circonda il Covid e le campagne vaccinali. Tale squilibrio comunicativo, secondo Andreoni, deve essere corretto, poiché una sanità pubblica efficace non può basarsi soltanto sull’allarme episodico, ma deve mantenere continuità informativa sui problemi che producono effettivamente ricoveri, decessi e costi sanitari.
Enrico Di Rosa, presidente della Società italiana di igiene, ha ampliato il ragionamento alla prevenzione vaccinale dell’adulto e dell’anziano, osservando che, mentre per l’età pediatrica esiste da tempo una cultura consolidata del calendario vaccinale, per le età più avanzate l’offerta è stata storicamente identificata quasi esclusivamente con la vaccinazione antinfluenzale. Oggi, invece, l’offerta vaccinale per anziani e vulnerabili è più ampia e complessa, e comprende diverse vaccinazioni che dovrebbero essere proposte in modo coerente a chi supera determinate soglie di età o presenta condizioni cliniche che aumentano il rischio di contrarre la malattia o di svilupparne forme più gravi.
Di Rosa ha evidenziato che l’individuazione dei destinatari non può limitarsi a un criterio anagrafico rigido, poiché l’età resta un elemento rilevante ma non sempre sufficiente a definire la vulnerabilità. Alcune vaccinazioni possono essere indicate per tutti i soggetti sopra una determinata soglia, mentre altre richiedono una valutazione più selettiva, legata alle patologie concomitanti, allo stato immunitario, alla fragilità clinica e al rischio di complicanze. Dunque, la vaccinazione deve entrare nei percorsi assistenziali, sia ospedalieri sia territoriali, come parte della presa in carico del paziente e non come prestazione isolata.
La somministrazione, secondo tale impostazione, deve essere agevolata attraverso una rete che includa medicina generale, farmacie, centri vaccinali e strutture ospedaliere, poiché il paziente fragile deve poter ricevere un’informazione adeguata, comprendere l’utilità della vaccinazione e accedere alla prestazione senza barriere organizzative. La prevenzione vaccinale, dunque, non si esaurisce nel momento dell’iniezione, ma comprende identificazione del bisogno, proposta, comunicazione, consenso consapevole, somministrazione e registrazione corretta.
Alessandro Rossi, presidente della Società italiana di medicina generale e delle cure primarie, ha richiamato la necessità di non eliminare dal linguaggio pubblico la parola Covid e di non ridurre l’attenzione sulle infezioni respiratorie, pur avendo giustamente abbandonato la categoria della pandemia come riferimento ordinario. La presa in carico preventiva, soprattutto per persone fragili e con comorbidità, deve diventare un processo ordinario, poiché ogni stagione respiratoria può produrre conseguenze gravi e decessi evitabili attraverso una migliore copertura vaccinale.
La medicina generale è stata indicata come presidio di prossimità essenziale per rendere effettiva la prevenzione, poiché il medico di famiglia conosce i propri assistiti, può individuare i soggetti a rischio, formulare una proposta personalizzata, attivare un contatto diretto, spiegare le ragioni della vaccinazione, rispondere ai dubbi e procedere alla somministrazione. Tale percorso, tuttavia, richiede condizioni organizzative coerenti, poiché la chiamata attiva, la selezione dei pazienti, l’approvvigionamento dei vaccini, la gestione delle agende, la registrazione e l’interconnessione dei dati non possono gravare in modo disordinato sui singoli professionisti.
Rossi ha quindi sottolineato l’importanza di alleggerire la catena burocratica e distributiva, di garantire sistemi regionali di approvvigionamento allineati e tempestivi, di assicurare la comunicazione digitale tra i diversi punti di somministrazione e di rendere visibile in tempo reale l’avvenuta vaccinazione, affinché medico, farmacia, struttura vaccinale e sistema regionale condividano le stesse informazioni. La prevenzione, secondo il presidente della SIMG, deve essere considerata un investimento in salute e sostenibilità, non una spesa accessoria, poiché riduce complicanze, ricoveri e pressione sul sistema sanitario.
Il territorio come luogo di protezione degli anziani e dei fragili
Nelle conclusioni, il senatore Liris ha ripreso il legame tra programmazione nazionale, attuazione regionale e bisogni dei territori, richiamando anche la presenza di sindaci provenienti da aree interne, dove la popolazione anziana, la bassa densità abitativa e la difficoltà di accesso ai servizi rendono ancora più evidente la necessità di un’organizzazione sanitaria vicina ai cittadini. I Comuni, soprattutto nelle aree meno servite, mantengono un rapporto quotidiano con le comunità e possono contribuire alla diffusione di informazioni, alla rilevazione dei bisogni e alla costruzione di un rapporto più diretto tra istituzioni sanitarie e popolazione.
Liris ha ribadito che l’autunno rappresenta una fase nella quale le patologie respiratorie incidono maggiormente sulla qualità della vita degli anziani e delle persone con comorbidità, e ha indicato la necessità di preparare per tempo il sistema sanitario, dal Ministero alle Regioni, dalle aziende sanitarie ai medici di medicina generale. Il Piano nazionale della prevenzione, secondo quanto ricordato, offre una cornice programmatoria pluriennale che deve essere declinata nei piani regionali, affinché prevenzione primaria, secondaria e terziaria siano trasformate in azioni effettive e misurabili.
Il vaccino è stato definito uno degli strumenti disponibili per affrontare le patologie prevenibili, non l’unico, ma un presidio fondamentale quando la scienza ne dimostra efficacia, indicazioni e sicurezza. Le zoonosi e i virus respiratori, ha ricordato Liris, non devono essere demonizzati né trattati come oggetto di contrapposizione ideologica, bensì affrontati con strumenti di sanità pubblica, diagnosi precoce, capacità tecnologica, presa in carico territoriale e tutela delle persone che, per età, fragilità o condizione economica, hanno maggiore bisogno di un servizio pubblico funzionante.
La conferenza ha indicato una direzione condivisa: la prevenzione vaccinale va programmata e organizzata come componente stabile del Servizio sanitario nazionale. Il Covid, fuori dalla fase emergenziale, resta un'infezione respiratoria con conseguenze gravi nelle categorie vulnerabili e deve essere inserito nella pianificazione ordinaria insieme alle altre vaccinazioni raccomandate.
Le priorità operative emerse riguardano l'omogeneità del messaggio pubblico, la formazione degli operatori, la semplificazione della prenotazione e della somministrazione, la tempestività degli approvvigionamenti, l'interoperabilità dei dati e il rafforzamento del ruolo della medicina generale, delle farmacie e degli specialisti nei percorsi dei pazienti cronici. Agire prima dell'ospedalizzazione è la condizione necessaria per ridurre la pressione sulle strutture sanitarie e mantenere sostenibile un sistema universalistico che resta uno dei principali patrimoni pubblici del Paese.
