Il confronto promosso da FERPI ha posto al centro il rapporto tra informazione sanitaria, fiducia dei cittadini, responsabilità dei professionisti e qualità delle fonti, con la presentazione di un Manifesto dedicato a un ecosistema comunicativo più trasparente, competente e fondato sulle evidenze.
L’evento “Comunicazione responsabile nella salute e per la salute” ha affrontato il tema dell’informazione sanitaria come componente essenziale del rapporto tra cittadini, sistema sanitario, professionisti, istituzioni, imprese, associazioni e media. L’incontro, promosso da FERPI attraverso il gruppo Scienze della Vita, ha riunito rappresentanti del mondo istituzionale, scientifico, sanitario, accademico, civico e produttivo, con l’obiettivo di riflettere su come costruire fiducia in un contesto nel quale le informazioni sulla salute circolano attraverso canali sempre più numerosi e non sempre verificabili.
La comunicazione sanitaria come responsabilità pubblica
L’apertura dei lavori ha posto il tema della comunicazione responsabile come parte dell’agenda pubblica, poiché parlare di salute significa incidere direttamente sulla capacità delle persone di orientarsi, scegliere, prevenire, curarsi e fidarsi. La medicina dispone, oggi, di terapie innovative, strumenti diagnostici sempre più precisi, tecnologie avanzate, dati e ricerca, tuttavia la fiducia dei cittadini nelle informazioni sanitarie resta fragile e risulta esposta alla disinformazione, alla frammentazione delle fonti e alla difficoltà di distinguere contenuti verificati da messaggi costruiti senza adeguato fondamento scientifico.
Federico Serra, intervenuto per portare il saluto della senatrice Daniela Sbrollini, ha richiamato il valore istituzionale dell’iniziativa e ha evidenziato che l’etica della comunicazione scientifica non può essere considerata un tema secondario. Serra ha affermato che “il problema è come vaccinarsi dalla disinformazione”, sottolineando con questa espressione che la tutela della salute passa anche dalla capacità di riconoscere informazioni corrette, fonti autorevoli e messaggi fondati sulle evidenze. La sua riflessione ha collegato la comunicazione sanitaria alla qualità della democrazia, poiché un cittadino non adeguatamente informato rischia di essere più vulnerabile di fronte a notizie false, semplificazioni e contenuti costruiti per orientare comportamenti senza offrire strumenti di comprensione.
Serra ha inoltre distinto la cura del paziente dalla cura della persona attraverso la comunicazione, affermando che i medici hanno l’obiettivo di curare i pazienti, mentre i comunicatori possono contribuire a prendersi cura delle persone, questa distinzione non separa i due ambiti, ma li mette in relazione, poiché una buona informazione può aiutare il cittadino a comprendere i servizi, ad aderire ai percorsi di prevenzione, a seguire correttamente una terapia e a riconoscere il valore delle competenze scientifiche.
Da questo primo passaggio è emersa una domanda centrale, posta in apertura del confronto: “Chi costruisce oggi la fiducia nella salute?”. La risposta non è stata affidata a un solo soggetto, poiché la fiducia nasce dall’interazione tra istituzioni, professionisti sanitari, comunicatori, associazioni, imprese, cittadini e sistema dei media. Pertanto l’iniziativa ha proposto di superare la sola denuncia delle fake news, per costruire invece un metodo condiviso, capace di sostenere la qualità dell’informazione e la responsabilità di chi partecipa al discorso pubblico sulla salute.
Società scientifiche, professionisti sanitari e cittadini: una catena da costruire
Roberto Grassi, intervenuto in rappresentanza della FISM, Federazione Italiana delle Società Medico-Scientifiche, ha affrontato il tema del passaggio dalla ricerca scientifica all’informazione pubblica, evidenziando che la catena della comunicazione sanitaria non deve essere soltanto migliorata, ma in molti casi deve essere creata. Grassi ha affermato che questa catena dovrebbe avere tre terminali: i professionisti della comunicazione, i professionisti medici e sanitari, e i cittadini. Solo se questi tre livelli dialogano con linguaggi adeguati, la conoscenza scientifica può diventare informazione utile, comprensibile e corretta.
Secondo Grassi, il rapporto tra società scientifiche e professionisti della comunicazione richiede una maggiore frequentazione, poiché la rappresentazione pubblica delle tecnologie e delle pratiche mediche può perdere precisione quando il linguaggio non è adeguato o quando si confondono i ruoli dei diversi professionisti. La responsabilità, tuttavia, non riguarda soltanto chi racconta la salute all’esterno, perché anche tra medici e altre professioni sanitarie occorre una comunicazione più strutturata, meno affidata alla soggettività e più capace di produrre dati leggibili, comparabili e utili.
Grassi ha richiamato la necessità di superare modalità comunicative non più compatibili con una sanità moderna, come documenti scritti in modo incomprensibile o referti privi di standard condivisi. La comunicazione tra professionisti, ha sostenuto, dovrebbe essere nativa digitale, organizzata con voci chiare, aggettivazioni predeterminate e informazioni disposte in un ordine corretto. Questo passaggio non ha soltanto una funzione amministrativa, bensì clinica e organizzativa, poiché un archivio informatico alimentato in modo coerente può diventare una risorsa per il sistema sanitario.
Il terzo terminale, quello rivolto ai cittadini, è stato indicato come il più rilevante, poiché il corretto accesso al Servizio sanitario nazionale dipende anche dalla capacità delle persone di comprendere quando, come e perché ricorrere a un determinato servizio. Se un sistema gratuito e universalistico non viene accompagnato da informazione e consapevolezza, può essere esposto a usi impropri che sottraggono spazio a chi ha un bisogno urgente.
Nel corso del secondo giro di interventi, Grassi ha confermato la disponibilità delle società scientifiche a contribuire a un osservatorio permanente sulla comunicazione sanitaria, anche attraverso dati, esperti, criteri di qualità e valutazioni scientifiche. Il professore ha inoltre richiamato i rischi introdotti dalle nuove tecnologie, citando uno studio nel quale immagini radiologiche generate dall’intelligenza artificiale erano state scambiate per reali da molti specialisti. Tale esempio è stato utilizzato per ricordare che persino elementi considerati tradizionalmente oggettivi possono essere manipolati, pertanto il cittadino ha bisogno di fonti affidabili, criteri chiari e strumenti di orientamento.
Pasquale Chiarelli ha portato nel confronto il punto di vista del management sanitario, affermando che il modello tradizionale del rapporto medico-paziente, inteso come relazione isolata tra due soggetti, non corrisponde più alla realtà. In passato, ha ricordato, si poteva descrivere quel rapporto come se avvenisse “su un’isola deserta”; oggi, invece, attorno al paziente e al medico si muove un arcipelago composto da infermieri, familiari, associazioni, strutture sanitarie, aziende ospedaliere, regioni e altri attori del sistema salute.
Da questa trasformazione deriva la necessità di considerare la comunicazione una competenza strutturale del management sanitario. Chiarelli ha evidenziato che non esistono compartimenti stagni, poiché ogni comunicazione ufficiale può essere letta da cittadini, pazienti, operatori, professionisti e organizzazioni. Una comunicazione pensata per un pubblico specifico può produrre effetti anche su altri destinatari, pertanto è necessario programmare, pianificare e chiarire le responsabilità, affinché non si generino cortocircuiti tra livelli istituzionali, aziende sanitarie e strutture cliniche.
Il relatore ha affermato che la comunicazione richiede competenza e responsabilità, soprattutto nei momenti di crisi, nei quali è necessario anticipare le comunicazioni invece di inseguirle. La pandemia ha mostrato quanto la mancanza di coordinamento possa produrre disorientamento, anche quando le intenzioni sono corrette. Pertanto, secondo Chiarelli, la comunicazione sanitaria deve essere affidata a professionisti competenti e inserita nei processi ordinari di governo delle aziende sanitarie, poiché non può essere considerata una funzione residuale o accessoria.
Chiarelli ha sottolineato inoltre che il management sanitario non riguarda soltanto i direttori generali, amministrativi o sanitari, bensì anche i direttori di strutture cliniche, i quali svolgono funzioni organizzative e producono comunicazioni che possono incidere sulla vita interna ed esterna delle aziende. Una media azienda sanitaria o ospedaliera può avere migliaia di dipendenti, i quali sono a loro volta cittadini e destinatari di comunicazioni pubbliche. Di conseguenza, ciò che viene detto all’esterno ha un valore anche per gli operatori interni e può rafforzare o indebolire il lavoro organizzativo.
Sul tema della formazione, Chiarelli ha sostenuto che non basta aggiungere un altro corso sulla comunicazione, poiché medici e operatori sanitari sono già spesso esposti a molti obblighi formativi. È necessario, invece, collocare la comunicazione al centro della formazione esistente, integrandola con gli altri temi fondamentali per il sistema sanitario. Egli ha affermato che la formazione deve essere continua e costante, ma deve essere costruita in modo utile e non soltanto formale, affinché produca un cambiamento reale nelle competenze e nei comportamenti.
Chiarelli ha osservato che, in alcuni casi, un dispositivo medico può avere un costo elevato, tuttavia può ridurre tempi di riabilitazione, favorire il ritorno al lavoro e diminuire altri costi per il sistema, se questi aspetti non vengono comunicati, il dibattito resta limitato al prezzo immediato e non considera l’efficacia complessiva. Pertanto, comunicare bene significa anche saper spiegare il valore sanitario, economico e sociale delle scelte.
Cittadini, associazioni e diritto all’informazione
Annalisa Mandorino, di Cittadinanzattiva, ha introdotto il punto di vista dei cittadini, evidenziando il rapporto tra dati, informazioni ufficiali e contenuti non verificati. Secondo Mandorino, il sistema sanitario non sempre riesce a mettere a disposizione informazioni semplici, accessibili e tempestive, mentre fonti non attendibili producono una grande quantità di messaggi che possono apparire affidabili, anche perché spesso vengono diffusi attraverso codici visivi e linguaggi capaci di generare fiducia immediata.
La rappresentante di Cittadinanzattiva ha affermato che i cittadini hanno bisogno di comprendere quali siano i diritti esigibili, come si acceda a un servizio, cosa si possa chiedere a un percorso di cura e quali siano i limiti di quel percorso, per questo, più che parlare soltanto di educazione del cittadino, occorre favorire concretamente l’orientamento delle persone nei servizi. Per esempio, sulle liste d’attesa, una presa in carico più omogenea da parte degli operatori potrebbe ridurre il senso di solitudine del cittadino e diminuire il ricorso a soluzioni inutili o a informazioni prive di fondamento.
Mandorino ha richiamato anche il tema del linguaggio del rischio, ricordando che durante la pandemia la comunicazione sui vaccini è stata talvolta percepita come se promettesse rischio zero e successo assoluto, mentre la comunicazione scientifica deve essere capace di spiegare probabilità, benefici, limiti e incertezze. Comunicare il rischio non significa indebolire la fiducia, bensì renderla più matura, poiché il cittadino partecipa meglio alle scelte quando comprende il contesto e non riceve messaggi semplificati oltre misura.
Dal suo osservatorio, i momenti in cui il cittadino si sente meno orientato sono l’accesso al servizio, il periodo immediatamente successivo a una diagnosi e il follow-up dopo una fase acuta. In queste fasi la persona può non sapere a chi rivolgersi, quali passaggi compiere e quali informazioni considerare attendibili. Dunque la comunicazione non deve essere limitata alla relazione medico-paziente, ma deve comprendere l’intero percorso organizzativo, affinché la persona non venga lasciata sola nei momenti più complessi.
Mandorino ha inoltre sottolineato che il diritto all’informazione deve essere considerato parte della qualità del sistema sanitario. Le associazioni civiche ricorrono spesso a strumenti come l’accesso civico per ottenere dati che dovrebbero essere messi a disposizione in modo ordinario, trasparente e comprensibile. Questo affatica sia le organizzazioni civiche sia gli enti chiamati a rispondere, mentre una maggiore trasparenza iniziale permetterebbe di riconoscere l’informazione come diritto fisiologico dei cittadini.
Mandorino ha aggiunto che i cittadini non sono soltanto destinatari dell’informazione, ma possono esserne anche soggetti attivi, le associazioni raccolgono e producono dati sulla qualità, sulla sicurezza e sulla prossimità dei servizi, contribuendo al dibattito pubblico. A questo proposito ha citato il progetto europeo Facilitate, legato alla restituzione ai pazienti dei dati derivanti dai trial clinici ai quali hanno partecipato. Tale esempio mostra che il cittadino, soprattutto nel contesto della cronicità, non può essere considerato solo un destinatario passivo, bensì un soggetto partecipe del percorso di cura e della circolazione responsabile delle informazioni.
Ruben Razzante, docente di diritto dell’informazione presso l’Università Cattolica di Milano e la LUMSA di Roma, ha affrontato il tema della deontologia giornalistica nella comunicazione sanitaria, ricordando che le regole professionali sono nate in un’epoca diversa da quella attuale. Oggi l’informazione sulla salute circola attraverso social media, intelligenza artificiale, contenuti sponsorizzati, creator e influencer, pertanto il giornalismo deve misurarsi con un ambiente più ampio e meno regolato rispetto al passato.
Razzante ha ricordato l’esperienza della pandemia, durante la quale molti giornalisti furono chiamati a raccontare un’emergenza sanitaria senza avere maturato una formazione specifica in campo scientifico. Pur riconoscendo l’impegno della categoria nel documentare i luoghi del contagio e della sofferenza, ha osservato che quella fase mostrò l’inadeguatezza di molti strumenti professionali rispetto alla complessità dell’informazione sanitaria. Proprio per questo, nel 2020, il Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti aveva promosso un aggiornamento del testo unico dei doveri del giornalista, valorizzando la comunicazione sanitaria e scientifica.
Il docente ha poi richiamato il nuovo codice deontologico delle giornaliste e dei giornalisti, che ha accorpato informazione ambientale, scientifica e sanitaria in un unico articolo. Razzante ha espresso perplessità su questa scelta, poiché a suo avviso l’informazione sanitaria meriterebbe una collocazione autonoma, essendo direttamente collegata alla tutela del diritto alla salute. Una comunicazione corretta sulla salute, infatti, non si limita a informare, ma può aiutare le persone a proteggersi meglio, ad aderire alla prevenzione e a comprendere le indicazioni dei professionisti.
Nel suo intervento, Razzante ha richiamato i principi fondamentali del giornalismo: verità sostanziale, continenza della forma espositiva, pertinenza e interesse sociale. Il giornalista, ha affermato, non deve limitarsi a fare il “passacarte”, riportando in modo acritico ciò che riceve, ma deve verificare le fonti e selezionare i particolari rilevanti prima di pubblicare. Questo metodo è essenziale nel campo sanitario, poiché una notizia imprecisa può generare paura, ritardi nelle cure, false aspettative o comportamenti non appropriati.
Razzante ha inoltre sostenuto che il giornalista non può considerare i social media come un ambito estraneo alla professione. Al contrario, deve saperli utilizzare mantenendo riconoscibile la propria identità professionale e rispettando la deontologia anche in quegli spazi. Quando molti soggetti comunicano senza gli stessi vincoli, il giornalista deve distinguersi attraverso la qualità della verifica, la chiarezza e il rispetto del diritto del cittadino a essere informato.
Nel confronto finale, Razzante ha considerato realistico un coinvolgimento dell’Ordine dei giornalisti in percorsi formativi e iniziative condivise, anche oltre il perimetro degli iscritti all’albo. La comunicazione scientifica coinvolge oggi professionalità diverse, dunque è necessario integrare saperi, competenze e responsabilità. Linee guida, incontri periodici, osservatori e formazione allargata possono contribuire a rendere più solido l’intero ecosistema dell’informazione sanitaria.
Nives Murgia, intervenuta per Confindustria Dispositivi Medici, ha affrontato il tema della comunicazione dal punto di vista delle imprese che operano nella filiera della salute. La comunicazione dei dispositivi medici, ha spiegato, non coincide con la promozione di un prodotto, poiché significa raccontare il valore di un settore che contribuisce alla diagnosi, alla cura, alla prevenzione e alla qualità della vita delle persone.
Murgia ha affermato che comunicare responsabilmente significa parlare dell’accesso equo alle tecnologie e del ruolo che queste svolgono all’interno del Servizio sanitario nazionale. I dispositivi medici sono presenti in moltissimi atti sanitari, ma spesso risultano meno visibili di altri strumenti terapeutici, per questo è necessario raccontarne il valore in modo fondato sui dati, evitando sia semplificazioni sia messaggi eccessivamente tecnici che non aiutano i cittadini a comprendere l’impatto reale dell’innovazione.
La rappresentante di Confindustria Dispositivi Medici ha richiamato l’importanza dei dati, citando il lavoro del centro studi dell’associazione e la presentazione di informazioni sul settore al Ministero delle Imprese e del Made in Italy. Il riferimento alle 4.600 imprese che producono salute in Italia è stato utilizzato per mostrare come la comunicazione istituzionale debba basarsi su evidenze e analisi, affinché il racconto di un comparto non sia autoreferenziale, bensì utile a comprendere una parte rilevante della filiera della salute.
Murgia ha insistito anche sulla collaborazione tra associazioni di categoria, società scientifiche, associazioni dei pazienti e comunicatori. Nessun soggetto può comunicare efficacemente la salute da solo, poiché il cittadino si trova davanti a un flusso informativo ampio, spesso disordinato e non sempre facilmente interpretabile, pertanto la comunicazione responsabile richiede alleanze, linguaggi condivisi e un impegno comune nel rendere più chiari i messaggi rivolti alla popolazione.
Nel secondo giro di interventi, Murgia ha collegato il Manifesto FERPI al valore del giornalismo scientifico di qualità, ricordando che Confindustria Dispositivi Medici promuove da anni un premio giornalistico dedicato alla comunicazione scientifica, patrocinato dall’Ordine dei giornalisti, proprio per valorizzare chi scrive di salute, scienza e dispositivi medici con competenza e rigore. Il suo intervento ha richiamato il rischio del sensazionalismo e della ricerca del click, che possono indebolire l’attenzione alle fonti, lo scrupolo e la serietà necessari quando si parla di salute.
Dati, fake news e fiducia: il Manifesto FERPI come punto di partenza
Livio Gigliuto, dell’Istituto Piepoli, ha portato nel dibattito alcuni dati sulla percezione pubblica della salute e dell’informazione. Il primo elemento riguarda la fiducia nel medico: l’81% degli italiani dichiara di fidarsi del proprio medico, un dato elevato che conferma la forza della relazione personale. Tuttavia, quando la domanda si sposta sul Servizio sanitario nazionale, la fiducia scende al 62%. La differenza mostra che il cittadino mantiene un rapporto solido con il proprio medico, mentre percepisce il sistema complessivo come più distante o meno comprensibile.
Il 96% degli italiani riconosce criticità nell’informazione generale, e tra le principali preoccupazioni emergono le fake news. Nel campo sanitario, solo un terzo dei cittadini ritiene di essere in grado di comprendere pienamente ciò che viene detto quando un medico parla di salute o quando il tema viene trattato in televisione. Questo dato indica che la disinformazione trova terreno fertile non soltanto perché circolano contenuti falsi, ma anche perché molte informazioni vere non vengono raccontate in modo sufficientemente comprensibile.
I dati citati da Gigliuto hanno mostrato la diffusione di convinzioni errate o incerte: il 10% degli italiani si definisce contrario ai vaccini in senso ampio; il 21% crede che il Covid sia stato creato da aziende farmaceutiche in laboratorio, con un ulteriore 19% di incerti; il 26% ritiene che i vaccini possano causare malattie, mentre il 38% pensa che esistano farmaci già in grado di curare malattie gravi ma tenuti nascosti. Questi numeri non sono stati presentati per legittimare tali convinzioni, bensì per indicare quanto sia estesa la difficoltà di costruire fiducia attorno alla comunicazione scientifica.
Gigliuto ha tuttavia richiamato anche un dato positivo: tre italiani su quattro ritengono che, grazie alla ricerca e al lavoro delle aziende farmaceutiche, in futuro sarà possibile curare molte più malattie rispetto a oggi. Dunque la sfiducia convive con un’aspettativa positiva verso la scienza, e proprio questa ambivalenza rende necessario un lavoro più solido sulla qualità dell’informazione.
Su questo terreno si inserisce il Manifesto FERPI, presentato da Alex Lera per il gruppo Scienze della Vita. Lera ha spiegato che il Manifesto nasce da un gruppo giovane, avviato nel 2024, che inizialmente ha individuato nella formazione il primo bisogno dei comunicatori della salute. Successivamente il confronto tra manager della salute, esperti di relazioni pubbliche, industria, terzo settore e istituzioni accademiche ha condotto alla definizione di un documento fondato su autenticità, responsabilità, collaborazione e formazione.
Il Manifesto propone non solo principi, ma anche un metodo di lavoro fondato su luoghi permanenti di confronto, responsabilità condivise e continuità nelle relazioni. La frammentazione comunicativa, infatti, non può essere superata con un documento di buoni intenti, bensì attraverso reti stabili capaci di mettere in contatto soggetti diversi e di costruire linguaggi comuni.
Lera ha affermato che “la fiducia non la comunichiamo, la fiducia la costruiamo”, precisando che essa non coincide con l’immagine e non può essere prodotta in tempi brevi. La fiducia richiede coerenza, comportamenti ripetuti, relazioni e responsabilità. Per questo il Manifesto intende promuovere una cultura comune della comunicazione, affinché la salute non venga raccontata come somma di messaggi isolati, ma come responsabilità collettiva.
Nel dibattito conclusivo è stato ribadito che la comunicazione sanitaria non si difende solo negli ospedali, negli ambulatori, nei laboratori e nei centri di ricerca, ma anche nel modo in cui vengono scelte parole, fonti, dati e contesti. La fiducia influenza decisioni concrete: vaccinarsi, aderire a uno screening, seguire una terapia, affidarsi a una struttura o credere al proprio medico. Pertanto il percorso avviato da FERPI mira a costruire standard comuni, monitorare le pratiche comunicative e condividere le responsabilità tra i diversi attori del sistema salute.
La conclusione del confronto ha restituito una direzione chiara: la comunicazione responsabile non è un ornamento della sanità, bensì una componente della cura, della prevenzione e della qualità democratica del sistema. Per questo il Manifesto FERPI rappresenta un punto di partenza, poiché propone un metodo fondato su responsabilità, trasparenza, credibilità e collaborazione, affinché la salute pubblica possa essere sostenuta anche da un’informazione più chiara, competente e accessibile.
