Il Movimento 5 Stelle ha presentato la proposta di legge 2320 per aggiornare la normativa sulle aree protette, con il contributo delle associazioni ambientaliste e un confronto su governance, risorse, aree marine, Rete Natura 2000, biodiversità, comunità locali e ruolo della scienza.
La proposta di legge 2320 sulla riforma del sistema delle aree protette è stata presentata a Montecitorio nel corso di un incontro promosso dal Movimento 5 Stelle, dedicato all'aggiornamento della legge quadro 394 del 1991, che da oltre trent'anni disciplina parchi nazionali, aree marine protette, riserve naturali e strumenti di conservazione della biodiversità in Italia. All'iniziativa hanno preso parte il vicepresidente della Camera Sergio Costa, l'onorevole Ilaria Fontana, cofirmataria della proposta, e Tullio Berlenghi, che ha moderato il confronto, insieme a rappresentanti del mondo ambientalista: Ilaria Scarpetta per il WWF, Riccardo Picciafuoco per Italia Nostra, Antonio Nicoletti per Legambiente, Alessandro Giannì per Greenpeace, Giorgia Gaibani per la LIPU, Antonio Vecchione per Marevivo, Anna Maria Procacci per ENPA e Massimo Vitturi per LAV.
Una legge nata nel 1991 e oggi chiamata a un aggiornamento
La proposta nasce da un percorso di confronto con il mondo associativo, poiché la riforma della legge 394 non può essere affrontata come un intervento parziale, bensì come un aggiornamento organico di una norma che, al momento della sua approvazione, rappresentò un passaggio decisivo per la tutela della natura in Italia, come ha spiegato Costa in apertura. La legge del 1991 fu "una norma rivoluzionaria per l'epoca", ma dopo trentacinque anni necessita di un aggiornamento affinché il sistema delle aree protette possa rispondere alle esigenze attuali senza indebolire il livello di tutela, poiché il Paese deve ancora colmare una distanza significativa rispetto agli obiettivi europei.
I numeri del sistema italiano evidenziano questa distanza: circa 4 milioni di ettari di aree marine protette, pari all'11%, e circa 6 milioni di ettari di territorio terrestre protetto, pari al 22%, entrambi lontani dal 30% previsto dalla strategia europea per la biodiversità al 2030. Il sistema conta 26 parchi nazionali, 135 parchi regionali, 871 oasi e riserve naturali protette, 2.325 ZSC, 842 ZPS, 30 aree marine protette, due parchi sommersi, il santuario Pelagos e circa 700 chilometri di costa marina protetta sugli oltre 8.000 chilometri di costa italiana.
Nonostante la numerosità delle aree, le aree marine protette italiane hanno spesso un'estensione ridotta rispetto a quelle di altri Paesi europei come Francia e Spagna, rendendo necessario considerare la tutela della biodiversità non come un limite allo sviluppo, bensì come condizione per una diversa forma di sostenibilità ambientale, sociale ed economica.
Uno dei punti principali della proposta riguarda la costituzione di una Agenzia nazionale per le aree protette, pensata sul modello dell'ANAC, affinché le decisioni riguardanti la conservazione della biodiversità siano affidate a soggetti dotati di competenze tecniche adeguate, riducendo l'interferenza della politica nella gestione degli enti.Le nomine non possono dipendere da logiche politiche territoriali, bensì devono essere collegate alla competenza e alla capacità di guidare istituzioni nate per tutelare la biodiversità. "È inaccettabile che oggi noi abbiamo presidenti di parchi nazionali nominati per il semplice motivo che erano coordinatori di un determinato partito in quel determinato territorio", ha affermato Costa, sostenendo il passaggio da una gestione politica a una gestione orientata alla conservazione. La proposta interviene inoltre sui piani dei parchi, approvati oggi in soli 12 casi su 26, introducendo strumenti più efficaci per la loro definizione, considerata essenziale per la gestione ordinata dei territori protetti.
Aree marine protette, personale e risorse strutturali
Le aree marine protette dovrebbero acquisire uno status più vicino a quello dei parchi nazionali, poiché non sono, come ha dichiarato Costa, "figlie di un Dio minore". La proposta interviene, pertanto, anche sul personale e sulle risorse, individuando nell'assegnazione strutturale di almeno 150 milioni di euro l'anno un obiettivo minimo, affinché la tutela non dipenda da finanziamenti episodici ma da una programmazione stabile.
Il rafforzamento dei Carabinieri forestali, con non meno di 2.500 nuove assunzioni dedicate al controllo delle aree protette, è stato indicato come condizione necessaria affinché la vigilanza sia affidata a una forza dotata di competenze specifiche, poteri di polizia e autonomia rispetto agli equilibri politici locali. La tutela è stata tuttavia presentata anche come occasione di sviluppo, richiamando l'esperienza delle Zone economiche ambientali, nate per sostenere attività economiche compatibili con la protezione della biodiversità, affinché le aree protette non siano percepite come vincolo bensì come opportunità per le comunità locali.
Il compito della politica è indicare una direzione, mentre la gestione concreta deve fondarsi su conoscenze scientifiche, monitoraggio e capacità amministrativa, ha precisato Costa, richiamando altresì il ruolo di ISPRA come presidio scientifico necessario per il monitoraggio e la guida tecnica del sistema.
Berlenghi ha ricostruito il percorso che ha portato alla legge quadro del 1991, sottolineando come ogni intervento di riforma debba essere affrontato con responsabilità, poiché la 394 ha rappresentato una svolta per l'ambientalismo italiano. Le prime aree protette nacquero da esigenze molto diverse da quelle odierne: il Gran Paradiso fu istituito come riserva di caccia e trasformato in parco nazionale nel 1922, seguito dal Parco nazionale d'Abruzzo nel 1923, dal Circeo, dallo Stelvio e dal Parco della Calabria; tuttavia, prima di giungere a una legge organica furono necessari decenni di proposte e confronti istituzionali, con la prima proposta di legge organica risalente agli anni Sessanta e l'approvazione definitiva avvenuta solo nel 1991.Lo storico statunitense James Sievert definì la legge 394 una delle più valide a livello europeo, ragione per cui la proposta di riforma non deve cancellarne il valore, bensì migliorarla nei punti che non rispondono più alle nuove esigenze. "Dobbiamo convincerci a considerare l'Italia nel suo insieme come un grande parco", ha affermato Berlenghi richiamando Antonio Cederna, a sottolineare che la tutela dell'ambiente non deve essere confinata ad aree isolate, bensì orientare l'intero governo del territorio.
Scarpetta, per il WWF, ha aperto il confronto delle associazioni partendo dall'obiettivo europeo 30x30, proponendo una riflessione su come comunicarlo al grande pubblico affinché una narrazione capace di parlare di futuro e responsabilità condivisa risulti più efficace di una fondata esclusivamente sui target numerici. La riforma dell'articolo 9 e dell'articolo 41 della Costituzione, che hanno introdotto la tutela dell'ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi anche nell'interesse delle future generazioni, costituisce a suo giudizio un riferimento fondamentale per le politiche ambientali e per l'aggiornamento della legge sulle aree protette.La proposta è stata inserita in una cornice più ampia che comprende anche le aree OECM, strumenti complementari alla conservazione della biodiversità che potrebbero funzionare come connessioni tra parchi nazionali e aree marine protette, favorendo una tutela più diffusa e continua degli ecosistemi. La perdita dei servizi ecosistemici, ha osservato Scarpetta, incide in modo rilevante sulle attività economiche e sui rischi finanziari, pertanto la tutela della natura non riguarda soltanto le politiche ambientali, bensì anche la stabilità dei sistemi produttivi; da qui la proposta di guardare alla valutazione di impatto generazionale come strumento utile a proteggere i servizi ecosistemici in una logica di lungo periodo.
Pianificazione, paesaggio e comunità locali
La riforma deve intervenire "con il fioretto", correggendo ciò che non ha funzionato ma mantenendo la struttura cardine di una legge ancora valida nei suoi obiettivi principali, ha sostenuto Picciafuoco per Italia Nostra, insistendo sulla necessità di costruire una rete ecologica nazionale in cui parchi, aree marine, OECM e territori di connessione siano pensati in modo unitario, tenendo insieme continuità ecologica, tutela della biodiversità, paesaggio culturale e presenza delle comunità. "Può un piano di un parco parlare solo di fauna e flora e non connettere questi ecosistemi con quello che è l'antropocene? No, non può", ha affermato, evidenziando il rischio di una visione parziale che ignori la dimensione antropica, poiché in Italia quasi tutto il paesaggio è anche paesaggio culturale.
I territori dei parchi non devono essere considerati destinati alla povertà, bensì luoghi nei quali può svilupparsi un'economia sostenibile, purché non fondata su consumo eccessivo, turismo incontrollato o commercializzazione del territorio; la tutela, dunque, deve essere accompagnata da strumenti di sviluppo coerenti con la conservazione.
Nicoletti, per Legambiente, ha osservato che la legge 394 nacque prima dell'attuale sistema europeo di direttive sulla biodiversità, rendendo necessario un aggiornamento che tenga conto degli strumenti normativi oggi disponibili. Negli anni molti interventi legislativi si sono concentrati sul potere nei parchi più che sul potere dei parchi, spostando il dibattito sulle nomine e sulla gestione degli enti anziché sulla capacità dei parchi di conservare biodiversità e sostenere le comunità territoriali; pertanto ha chiesto di rivedere anche la natura giuridica degli enti parco, oggi inquadrati come enti pubblici non economici con regole amministrative che rischiano di non rispondere alle esigenze operative dei territori.
Le aree protette non sono spazi vuoti, bensì territori abitati e attraversati da comunità: parchi nazionali, aree marine protette e parchi regionali coinvolgono 212 aree protette, 2.026 comuni e circa 28 milioni di italiani, dato da cui deriva la necessità che tali territori siano parte attiva della transizione ecologica. Gestione forestale sostenibile, economia circolare, agroecologia, mobilità sostenibile ed energie rinnovabili devono pertanto entrare nell'orizzonte delle aree protette, poiché la crisi climatica è uno dei principali fattori di perdita della biodiversità e la sfida consiste nel trovare equilibrio tra tutela e innovazione, evitando sia l'abbandono dei territori sia la loro esclusione dai processi di trasformazione.
Il rischio di moltiplicare superfici formalmente tutelate senza garantire controlli, regole applicate e risultati misurabili è stato al centro dell'intervento di Giannì per Greenpeace: "Io preferirei un 25% vero piuttosto che un 40% falso", ha affermato, richiamando la preoccupazione per i cosiddetti "parchi di carta". La questione è particolarmente rilevante per il mare, dove le tutele formali non sempre corrispondono a una protezione effettiva: nel santuario dei cetacei vigono spesso regole simili a quelle esterne, e le violazioni non vengono contrastate con controlli adeguati e sanzioni proporzionate, rendendo necessario un rafforzamento delle misure di enforcement.
Le aree protette servono anche a guadagnare tempo, ha aggiunto, poiché ecosistemi meno disturbati sono più resilienti e rispondono meglio agli impatti ambientali già in atto; la protezione non è dunque soltanto conservazione statica, bensì uno strumento per rafforzare la capacità della natura di resistere ai cambiamenti prodotti dall'aumento delle temperature marine e dalla perdita di habitat.
Gaibani, per la LIPU, ha dedicato il proprio intervento alla Rete Natura 2000, indicandola come uno degli strumenti più robusti dell'Unione europea per la tutela della natura e sostenendo che la proposta di legge debba riconoscerla formalmente tra le aree protette ai sensi della legge quadro, affinché questi siti abbiano un ruolo più chiaro e coordinato nel sistema nazionale. I siti Natura 2000, quando gestiti correttamente, tutelano habitat e specie di interesse comunitario, limitano il consumo di suolo e contribuiscono alla mitigazione degli effetti del cambiamento climatico; tuttavia, per svolgere questa funzione, necessitano di misure di conservazione specifiche e costruite sui singoli habitat e sulle singole specie, non generiche.
Le ZPS, i siti designati ai sensi della direttiva Uccelli, devono ricevere la stessa attenzione riconosciuta a SIC e ZSC, poiché una gestione frammentata rischia di indebolire la tutela delle specie ornitiche e la coerenza complessiva della Rete. "Parlare di natura non è naif", ha concluso Gaibani, spiegando che la tutela degli ecosistemi e della biodiversità deve diventare una bussola per le scelte pubbliche, dentro e fuori le aree protette.
Vecchione, per Marevivo, ha sostenuto la necessità di un riallineamento sostanziale delle aree marine protette ai parchi nazionali, affinché dispongano di risorse, strumenti e governance adeguati pur nel rispetto della specificità della tutela del mare. Il personale impegnato nella tutela ambientale deve essere formato e motivato, ha sottolineato, suggerendo che eventuali figure provenienti da altre amministrazioni possano beneficiare di percorsi di formazione specifici affinché chi opera nelle aree protette affronti adeguatamente le sfide della conservazione. "Si vince se sono le nuove generazioni quelle che tengono di più alla tutela dell'ambiente", ha affermato, richiamando la centralità dell'educazione ambientale marina nei programmi educativi come strumento per rafforzare la conoscenza del mare e dei comportamenti necessari per proteggerlo.
Procacci ha portato nel confronto il tema dei grandi carnivori, richiamando la recente strage di lupi nel Parco nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise e osservando che, di fronte a episodi di questo tipo, parole come "parco" e "santuario" risultano indebolite poiché la protezione deve essere dimostrata nei fatti, attraverso controlli, prevenzione e contrasto al bracconaggio. Il linguaggio stesso della tutela è stato oggetto di riflessione: termini come "carcasse" per riferirsi agli animali uccisi andrebbero sostituiti con parole come "corpi" o "spoglie", perché il modo in cui si parla degli animali e della natura contribuisce a formare la percezione pubblica della tutela.
Il ruolo di ISPRA è stato richiamato con forza, sostenendo che il parere scientifico non debba essere marginalizzato, poiché la gestione della fauna e delle aree protette richiede competenza, indipendenza e capacità di monitoraggio, tanto più alla luce del disegno di legge 1552 sulla caccia, contestato dalle associazioni ambientaliste per il rischio di ridurre le tutele per la fauna selvatica.
Educazione, informazione e convivenza con la fauna selvatica
Vitturi, per LAV, ha concentrato il proprio intervento su educazione e informazione, sostenendo che queste due funzioni debbano diventare centrali nella missione dei parchi, poiché gli enti possono trasformarsi in poli informativi fondati sulla scienza, capaci di mettere le conoscenze naturalistiche a disposizione dei cittadini. Il rapporto tra cittadini e animali selvatici è cambiato profondamente dal 1991 a oggi: la sensibilità verso la fauna è cresciuta, ma mancano spesso informazioni corrette sui comportamenti da adottare nei territori in cui vivono grandi carnivori come lupi e orsi; pertanto i parchi possono avere un ruolo decisivo nel favorire la convivenza, prevenire conflitti e ridurre incidenti. Richiamando il professor Luigi Boitani, Vitturi ha ricordato che coesistere con i selvatici significa anche accettare compromessi nelle abitudini quotidiane, poiché orsi e lupi non reagiscono a categorie morali, bensì ai comportamenti umani.
Fontana ha chiuso i lavori ricordando il proprio percorso istituzionale sui parchi e sulle aree marine protette e sottolineando che molte delle criticità discusse durante l'incontro sono state affrontate direttamente anche durante la sua esperienza di governo. Le aree protette devono essere al centro delle agende politiche, della comunicazione pubblica, degli atti parlamentari e delle politiche di sviluppo, poiché l'ambiente non può essere separato da scuola, salute, economia, welfare, cultura e transizione ecologica, dato che ogni settore è collegato alla qualità degli ecosistemi e alla capacità del Paese di affrontare la crisi climatica.
La preoccupazione per i "parchi di carta" è stata condivisa, ma estesa anche agli "obiettivi di carta" e alle "leggi di carta": occorre approvare norme non soltanto ben scritte, bensì dotate di strumenti attuativi, risorse e tempi certi, affinché gli obiettivi non restino dichiarazioni senza conseguenze concrete. "Se parliamo tra di noi parliamo a noi stessi", ha affermato Fontana, spiegando che la politica deve dialogare con scienza, associazioni, cittadini e territori, altrimenti rischia di produrre norme costruite solo per rivendicare un risultato formale.
Richiamando la relazione di Erminio Sipari, primo presidente del Parco nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise, definita un manifesto dell'ambientalismo italiano poiché già nel 1922 descriveva il parco nazionale come territorio di bellezza, interesse scientifico, educazione e protezione nell'interesse della nazione, Fontana ha ribadito che i parchi non sono soltanto porzioni di territorio da conservare, bensì luoghi nei quali si misura la capacità dello Stato di proteggere la natura, sostenere le comunità, produrre conoscenza scientifica e preparare il Paese alle sfide climatiche e sociali dei prossimi anni.
Il presidente dell'Associazione italiana guardiaparco ha aggiunto, nel breve intervento conclusivo, che la figura professionale dei guardiaparco rappresenta una specie minacciata nel sistema italiano delle aree protette, poiché una riforma efficace dovrà considerare anche chi opera quotidianamente nei parchi, garantendo presenza sul territorio, competenze e continuità.
La proposta di legge 2320 si inserisce in un confronto nel quale le associazioni ambientaliste hanno portato contributi diversi ma uniti da un obiettivo comune: aggiornare la legge 394 senza disperderne l'eredità, rafforzare la tutela della biodiversità, rendere più efficace la gestione delle aree protette e costruire un sistema nel quale scienza, istituzioni, comunità locali e nuove generazioni contribuiscano alla protezione della natura.
