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Approfondimenti

Estremi: il mondo il bilico tra caos e polarizzazione

La presentazione del volume di Gianluca Ansalone ha riunito rappresentanti delle istituzioni, parlamentari e operatori della sicurezza attorno ai grandi mutamenti del nostro tempo. Dal clima alla guerra, dalla demografia alla tecnologia, il dibattito ha affrontato le fratture le quali attraversano società, democrazie e relazioni internazionali. 

Si è tenuta presso la Camera dei deputati la presentazione del volume "Estremi. Il mondo in bilico tra caos e polarizzazione", scritto da Gianluca Ansalone, Head of Public Affairs & Sustainability in Novartis Italia e impegnato da anni nell'analisi degli scenari geopolitici, della sicurezza internazionale e delle trasformazioni globali. All'incontro hanno preso parte parlamentari di maggioranza e opposizione - tra i quali Giorgio Mulè, Annarita Patriarca, Maurizio Lupi, Stefano Graziano e Pastorella - insieme a rappresentanti delle istituzioni, delle Forze dell'ordine e del mondo della difesa. Il dibattito ha affrontato i temi della polarizzazione politica e sociale, della comunicazione digitale, dell'inverno demografico, dei flussi migratori, della crisi del multilateralismo, delle guerre contemporanee e dell'impatto delle nuove tecnologie, con una costante: la necessità di recuperare il valore della mediazione, poiché la contrapposizione radicale, quando diventa il linguaggio ordinario della politica, rischia di indebolire la rappresentanza democratica e la capacità delle istituzioni di rispondere all'interesse generale.

Ad aprire il confronto è stato il Vicepresidente della Camera Mulè, il quale ha introdotto il volume sottolineandone l’attualità e la capacità di interpretare una fase segnata da caos, polarizzazione e difficoltà di comprensione dei grandi fenomeni globali. Il libro, ha spiegato, arriva «in un momento delicato» e offre una riflessione utile «in un momento in cui non si capisce nulla», poiché non si limita a formulare giudizi, bensì costruisce un percorso di analisi attorno a due parole centrali: caos e polarizzazione.

Richiamando uno dei passaggi più significativi del volume, Mulè ha evidenziato la necessità di affrontare i problemi complessi senza restare prigionieri della contrapposizione tra posizioni opposte. «Dobbiamo occuparci di problemi complessi uscendo dalla lotta tra estremi», ha ricordato citando il libro, aggiungendo che tali questioni, anche quando possono apparire lontane nel tempo e nello spazio, «ci riguardano e ci riguardano oggi». Da qui il riferimento ai grandi temi affrontati da Ansalone, dal clima alla guerra, dalla demografia alla tecnologia, i quali incidono direttamente sulle società contemporanee e sulla capacità delle istituzioni di governare il cambiamento.

Secondo Mulè, il valore del volume consiste anche nella capacità di indicare una via diversa rispetto alla contrapposizione muscolare. «Serve dunque uscire dalla contrapposizione muscolare tra gli estremi, negazionisti da un lato, apocalittici dall’altro», ha affermato, collegando questo passaggio alla funzione stessa del Parlamento e al ruolo della politica. «Quando Gianluca Ansalone ci chiama a uscire dalla contrapposizione muscolare, altro non fa che richiamare ognuno di noi a quello che dovrebbe essere il nostro modo di trovarci qui in Parlamento: l’arte della mediazione, l’arte dell’ascoltarsi e dell’essere pronti ad ascoltare per trovare una sintesi al di là delle contrapposizioni e delle polarizzazioni».

Un libro per leggere gli estremi del presente

La presentazione è proseguita con un richiamo al significato stesso del titolo: la parola "estremi" non è stata indicata come semplice formula editoriale, ma come chiave interpretativa di una fase storica nella quale molti fenomeni tendono a radicalizzarsi, a perdere misura e a collocarsi su poli contrapposti spesso incapaci di comunicare tra loro. Il libro, articolato in sette capitoli dedicati al clima estremo, alla politica estrema, alla comunicazione estrema, alla guerra estrema, alla popolazione estrema, alla religione estrema e alla tecnologia estrema, è stato presentato come un percorso attraverso le principali tensioni del tempo presente, tensioni che non appartengono a dimensioni lontane o astratte, ma incidono direttamente sulla vita delle comunità, sulla qualità della democrazia e sulla capacità degli Stati di governare i cambiamenti.

I volume non procede con giudizi sommari, ma attraverso il confronto tra tesi e antitesi, fino a individuare, alla conclusione di ciascun capitolo, possibili vie di uscita dalla contrapposizione sterile. Uno dei passaggi più richiamati è stato quello nel quale l'autore invita a occuparsi di problemi complessi uscendo dalla lotta tra estremi, poiché temi come l'innalzamento del livello del mare, le crisi climatiche, l'instabilità nella fascia saheliana, le cleptocrazie, la pressione demografica e la trasformazione tecnologica non possono essere affrontati con risposte semplificate né attraverso il conflitto permanente tra negazionismi e apocalittismi.

Il primo nucleo del confronto si è concentrato così sul valore della mediazione, intesa non come rinuncia o compromesso al ribasso, ma come esercizio di ascolto, responsabilità e costruzione di sintesi, richiamando anche una riflessione del libro sulla crisi di fiducia verso partiti, classi dirigenti e istituzioni rappresentative, una crisi che, quando viene cavalcata anziché governata, alimenta linguaggi demagogici e forme di comunicazione sempre più estreme.

L'evento è entrato nel vivo con il tema della polarizzazione politica, presentata non soltanto come fenomeno interno ai partiti o alle campagne elettorali, ma come trasformazione più ampia che investe la società, i comportamenti quotidiani, il modo di informarsi e perfino la formazione delle emozioni. Annarita Patriarca ha evidenziato come la polarizzazione non possa essere letta esclusivamente come effetto della comunicazione politica, poiché si è sviluppata insieme a un cambiamento strutturale della società, accelerato dall'ingresso pervasivo delle tecnologie digitali nella vita delle persone.

Il passaggio da Facebook a Instagram, poi a Twitter e TikTok, mostra con chiarezza una costante: la velocità, con la quale le piattaforme hanno progressivamente imposto immagini, messaggi brevi, video in movimento e stimoli rapidissimi che riducono il tempo della riflessione e restringono lo spazio nel quale può formarsi un pensiero critico, una trasformazione che riguarda in modo particolare le nuove generazioni, esposte in pochi minuti a una quantità enorme di sollecitazioni visive e neurologiche, con effetti profondi sulla capacità di elaborare emozioni, opinioni e relazioni.

L'On.Annarita Patriarca ha collegato questo processo anche alla crescita della violenza verbale, che non deriva sempre da una volontà consapevole di colpire l'avversario, ma da una contrazione emotiva che non trova più tempi e luoghi adeguati per essere elaborata: il linguaggio aggressivo diventa così più facilmente sistema di comunicazione, poiché urla, slogan e contrapposizioni producono maggiore attenzione rispetto alle spiegazioni complesse, mentre il confronto, richiedendo fatica, ascolto e disponibilità a misurarsi con l'altro, risulta sempre meno compatibile con la velocità del circuito mediatico.

Pur richiamando i rischi della disintermediazione, la Deputata ha evitato una lettura soltanto negativa degli strumenti digitali, poiché la comunicazione diretta tra politica e cittadini, se riempita di contenuti solidi, può recuperare in forme nuove una dimensione antica della partecipazione. In passato, ha ricordato, le sezioni dei partiti, i comizi di piazza e gli incontri nei territori costituivano luoghi nei quali il confronto diretto contribuiva alla definizione delle linee politiche, mentre oggi la tecnologia consente di raggiungere molte più persone, sebbene attraverso una mediazione diversa, legata al mezzo e non al giornale, al partito o all'interprete tradizionale.

La questione centrale, dunque, non riguarda lo strumento in sé, ma l'uso che se ne fa: i social possono diventare veicolo di partecipazione e confronto, tuttavia possono anche favorire la circolazione di notizie prive di fondamento, soprattutto in un sistema informativo nel quale molte persone si fermano al titolo senza leggere l'articolo nella sua interezza, con il risultato che l'opinione rischia di formarsi su frammenti e messaggi immediati, mentre la coscienza critica viene progressivamente indebolita.

Da questo ragionamento è scaturito il richiamo al recupero del valore delle competenze, poiché l'idea secondo la quale ogni opinione abbia lo stesso peso di una conoscenza strutturata può produrre effetti negativi sulla qualità della decisione pubblica, e la mediazione deve essere riconosciuta come valore e non come segno di debolezza, poiché soltanto attraverso competenze, confronto e responsabilità si può tornare a individuare soluzioni orientate all'interesse generale del Paese, anziché alla sola ricerca del consenso immediato.

Demografia, immigrazione e governo dei flussi

L'intervento dell'On. Giulia Pastorella ha spostato il confronto sul terreno demografico e migratorio, collegando l'inverno demografico europeo alla crescita della popolazione in altre aree del mondo - in particolare in Africa e in India - e partendo dall'idea che i flussi migratori non possano essere considerati un fenomeno marginale o emergenziale, poiché si collocano dentro una trasformazione di lungo periodo nella quale cambiamento climatico, squilibri economici e dinamiche demografiche sono destinati a intrecciarsi sempre più strettamente.

Pastorella ha richiamato il coraggio politico necessario per parlare di canali regolari di migrazione in una fase nella quale il dibattito pubblico tende spesso a ridursi a formule contrapposte - "porti aperti" e "porti chiusi" - entrambe insufficienti a governare la complessità reale dei movimenti migratori, poiché la questione non consiste nel rinunciare alla capacità di governo, ma nel costruire strumenti concreti per regolare, selezionare e orientare i flussi anche in relazione ai bisogni del mercato del lavoro, alla sostenibilità del welfare e alla tenuta demografica dei Paesi europei.

Nel dibattito è stata richiamata anche la Blue Card europea, indicata come uno degli strumenti già disponibili per favorire l'ingresso di alte professionalità, sebbene l'Unione debba fare i conti con competenze ancora in parte condivise con gli Stati membri e con la necessità dell'unanimità su dossier sensibili, vincoli che hanno reso difficile, negli anni, la revisione del regolamento di Dublino e una gestione pienamente comune delle politiche migratorie, nonostante la ripetizione dei decreti flussi e l'aumento dei numeri dimostrino la necessità di una strategia strutturale.

Pastorella ha poi affrontato il tema del multilateralismo, prendendo spunto da una tesi del volume secondo la quale non sarebbe utile coltivare nostalgia per un ordine internazionale idealizzato, poiché quel mondo, pur fondato su regole e istituzioni comuni, presentava già limiti, contraddizioni e fragilità. Su questo punto Pastorella ha espresso una posizione parzialmente diversa, sostenendo che, più che nostalgia, occorre consapevolezza e anche indignazione davanti al rischio di vedere sgretolato un sistema nel quale gli Stati, compresi quelli più piccoli e più deboli, potevano trovare spazi di rappresentanza e nel quale l'uso della forza non costituiva l'unico criterio di regolazione delle controversie.

Il pragmatismo, secondo Pastorella, non deve coincidere con l'abbandono delle istituzioni multilaterali, ma con la capacità di correggerne limiti e inefficienze rafforzando al contempo l'integrazione europea, poiché l'Unione può continuare a rappresentare un modello normativo e democratico purché sappia recuperare coesione, capacità decisionale e volontà politica, riconoscendo nella difesa delle regole non un residuo del passato, ma uno degli strumenti attraverso i quali le democrazie liberali possono affrontare una fase di competizione globale sempre più dura.

Identità, bene comune e funzione del Parlamento

Il Presidente di Noi Moderati Maurizio Lupi ha concentrato il proprio intervento sul rapporto tra polarizzazione, identità e democrazia rappresentativa, richiamando il valore del Parlamento come luogo nel quale interessi, ideali e visioni diverse devono incontrarsi per trovare un punto comune. La polarizzazione, ha osservato, non coincide con l'identità: il dialogo può esistere soltanto quando ciascun soggetto politico possiede una fisionomia riconoscibile, radicata in valori e interessi reali, mentre la contrapposizione estrema nasce spesso proprio dalla perdita di tale consapevolezza.

La politica deve rappresentare interessi vivi, ascoltarli e portarli dentro le istituzioni, ma tale funzione può realizzarsi soltanto se esiste un orizzonte condiviso definito come bene comune, poiché senza questo riferimento gli interessi particolari smettono di comporsi in una visione generale e la realtà, invece di essere occasione di responsabilità e creatività, finisce per travolgere chi tenta soltanto di cavalcarla.

Lupi ha poi collegato il tema della polarizzazione alle grandi trasformazioni geopolitiche, ricordando come la politica estera condizioni ormai in maniera diretta tutte le politiche interne: il confronto tra Stati Uniti e Cina, le guerre ai confini dell'Europa, le tensioni nel Mediterraneo allargato e le crisi energetiche ed economiche mostrano come nessun Paese europeo possa pensare di salvarsi da solo, e come l'Europa debba ritrovare le ragioni profonde della propria unità, poiché l'integrazione economica, pur essendo stata decisiva nella sua nascita, non basta a sostenere un progetto politico se non viene accompagnata da una coscienza comune dei valori e degli interessi da difendere.

Lupi ha richiamato il dibattito sulle radici dell'Europa, sostenendo come la mancata esplicitazione di alcuni fondamenti comuni abbia indebolito nel tempo la capacità dell'Unione di agire come soggetto politico pienamente consapevole, una riflessione che non ha riguardato soltanto la dimensione culturale, ma anche quella economica e strategica, poiché fare debito comune, condividere responsabilità e affrontare crisi globali richiede un sentimento di appartenenza più forte del solo calcolo degli interessi nazionali.

Riferendosi alla riunificazione tedesca e alla scelta di Helmut Kohl di attribuire un valore simbolico e politico alla parificazione monetaria, Lupi ha indicato la necessità di un elemento ideale capace di sostenere anche le decisioni economiche più impegnative, sottolineando come l'Europa possa affrontare la nuova fase internazionale soltanto se ritrova una ragione politica della propria unità, altrimenti rischiando di essere frammentata in un contesto nel quale le grandi potenze agiscono con strumenti economici, militari e tecnologici sempre più integrati. Nella parte dedicata alle crisi contemporanee, Lupi ha richiamato il ruolo svolto dall'Italia attraverso la missione UNIFIL in Libano e ha collegato la sicurezza degli snodi strategici - come lo Stretto di Hormuz - alla tenuta dell'economia mondiale, poiché le tensioni geopolitiche si traducono rapidamente in effetti a catena su commercio, prezzi, approvvigionamenti e coesione sociale.

L'On. Stefano Graziano ha sviluppato il tema del multilateralismo partendo dalla domanda sulla sua tenuta reale, esprimendo il giudizio che i principali consessi multilaterali appaiono oggi indeboliti o superati dalla velocità delle crisi, dalle logiche di potenza e dalla competizione tra attori globali, e sostenendo che l'Italia non può pensare di confrontarsi da sola con potenze come Stati Uniti, Cina e Russia, poiché soltanto una maggiore forza europea può permettere agli Stati membri di incidere sulla politica estera, sulla difesa e sulla sicurezza internazionale. Graziano ha indicato negli Stati Uniti d'Europa e in una leadership europea più definita uno degli strumenti possibili per dare all'Unione una voce riconoscibile, sottolineando come senza una catena decisionale più chiara e senza una volontà comune l'Unione rischi di restare esposta alle scelte altrui, pur avendo numeri economici, demografici e industriali tali da poter svolgere un ruolo di primo piano.

Il suo intervento ha poi richiamato la trasformazione dei poteri globali, poiché il mondo contemporaneo non è più segnato soltanto dai confini degli Stati, ma anche da quelli delle grandi multinazionali, che dispongono di bilanci, capacità tecnologiche e strumenti di comunicazione superiori a quelli di molte entità statuali, rendendo ogni crisi immediatamente capace di produrre effetti ben lontani dal luogo nel quale si manifesta.

L'Italia al centro di un arco di crisi

Graziano ha descritto l'Italia come collocata al centro di un arco di crisi particolarmente ampio - il conflitto russo-ucraino, le tensioni tra Serbia e Kosovo, il Nord Africa, il Sahel, la Tunisia, il conflitto israelo-palestinese, il Libano, l'Iran e le instabilità del Mediterraneo allargato - osservando come, dopo decenni nei quali l'Europa occidentale ha vissuto prevalentemente in una condizione di pace, gli ultimi anni abbiano riportato il continente al centro di conflitti e tensioni che condizionano sicurezza, economia, energia, migrazioni e politiche interne.

Un passaggio rilevante del suo intervento ha riguardato il rapporto tra democrazie e autocrazie nella crescita economica globale: Graziano ha sottolineato come, nei decenni successivi alla Seconda guerra mondiale, i Paesi a guida democratica siano stati percepiti come motori principali dello sviluppo, mentre negli ultimi vent'anni la crescita di alcune economie autoritarie ha modificato gli equilibri e imposto una riflessione più profonda sulla capacità delle democrazie di restare competitive, in un riequilibrio tra Occidente e Oriente nel quale la demografia e l'economia possono spostare progressivamente il baricentro del mondo. Parlando dello Stretto di Hormuz, Graziano ha infine sostenuto la necessità di un approccio politico e diplomatico prima ancora che operativo, poiché il blocco dei traffici, le difficoltà degli armatori e il ruolo degli assicuratori dimostrano come una crisi geopolitica possa tradursi rapidamente in un problema economico globale che la sola presenza navale non basta ad affrontare senza una strategia chiara e un'iniziativa capace di coinvolgere tutti gli attori interessati.

Nelle conclusioni Gianluca Ansalone ha raccolto i diversi spunti emersi dal dibattito partendo dalla consapevolezza di vivere una fase storica destinata a lasciare traccia nei libri di storia, e richiamando la responsabilità di chi oggi esercita ruoli politici, istituzionali e operativi nella difesa e nella sicurezza, poiché incidere sulle scelte pubbliche in una fase di crisi sistemica significa assumere una forma di responsabilità rara e particolarmente rilevante per il futuro delle comunità.

Uno dei passaggi più significativi ha riguardato la distinzione tra moderazione ed estremismo: Ansalone ha spiegato come il contrario di estremo non sia semplicemente moderato, bensì "radicale, radicale ma pragmatico", indicando con questa formula la necessità di affrontare i problemi nella loro profondità, senza attenuarne la portata né rifugiarsi in risposte ideologiche, ma orientandosi verso soluzioni concrete, praticabili e coerenti con la complessità dei fenomeni.

Sul tema demografico e migratorio, l'autore ha utilizzato l'immagine di un "grande muro con un grande cancello" per esprimere la necessità di governare i confini senza rinunciare a canali regolari, selettivi e organizzati, poiché la crescita demografica di Paesi africani come la Nigeria e l'inverno demografico europeo impongono una capacità di programmazione che non può essere sostituita né dall'apertura indiscriminata né dal rifiuto totale, entrambe opzioni che, quando diventano slogan, impediscono di gestire un fenomeno strutturale.

Ansalone ha dedicato un passaggio importante anche al cambiamento climatico, sostenendo come il superamento della soglia di un grado e mezzo rispetto all'era preindustriale imponga una riflessione non soltanto sulla mitigazione, ma anche sull'adattamento: in un mondo nel quale il multilateralismo appare indebolito, immaginare regole condivise e universalmente applicate per contenere il riscaldamento globale può risultare insufficiente, mentre diventa urgente ripensare i cicli produttivi, sociali, economici e culturali dei Paesi. L'autore ha portato come esempio la trasformazione delle abitudini estive, delle città, degli eventi culturali, del lavoro e della scuola, spiegando come molte strutture della vita collettiva siano state concepite in condizioni climatiche ormai mutate e come l'aumento delle temperature non riguardi soltanto l'ambiente, ma l'organizzazione del tempo, dei servizi, della produzione e delle relazioni sociali.

Di fronte a questa trasformazione, Ansalone ha indicato due estremi da evitare: il negazionismo climatico, che riduce il problema a una normale alternanza stagionale, e l'angoscia climatica, che può produrre rassegnazione e isolamento soprattutto tra i più giovani, mentre il pragmatismo si colloca nello spazio nel quale le soluzioni concrete possono essere individuate, condivise e attuate con rapidità, non per minimizzare la portata della crisi né per alimentare visioni catastrofiche, ma per organizzare risposte capaci di rendere società, città, economie e istituzioni più resilienti.

Un passaggio centrale delle conclusioni ha riguardato la guerra, che secondo Ansalone è tornata a essere uno strumento di risoluzione delle controversie tra Stati e resterà una componente stabile del panorama internazionale per un tempo lungo: l'autore ha parlato di guerre "estreme ed eterne", poiché combinano il ritorno dello spettro nucleare con l'uso di tecnologie capaci di modificare profondamente il rapporto tra costi, mezzi e risultati operativi.

L'esempio dei droni e dei sistemi antimissile è stato utilizzato per descrivere l'asimmetria dei conflitti contemporanei, nei quali può accadere di impiegare strumenti dal costo elevatissimo per neutralizzare dispositivi relativamente economici, uno squilibrio che modifica la dottrina militare, rende più difficile prevedere la durata dei conflitti e può trasformare guerre inizialmente considerate rapide in crisi protratte, come dimostrato dal conflitto russo-ucraino. Ansalone ha richiamato anche l'impatto delle tecnologie emergenti, compresa l'intelligenza artificiale applicata ai sistemi militari, sottolineando come la riduzione del costo politico delle perdite umane possa rendere le guerre più facili da dichiarare e più difficili da concludere, poiché l'abbassamento di alcuni costi immediati non elimina le conseguenze strategiche, politiche e umanitarie dei conflitti.

La parte finale dell'intervento di Ansalone ha affrontato il ruolo delle grandi piattaforme tecnologiche, descritte non più soltanto come imprese impegnate nel mercato, ma come soggetti capaci di proporre modelli sociali, politici e culturali: molti protagonisti della rivoluzione tecnologica hanno progressivamente assunto un ruolo para-statuale, poiché non si limitano a offrire servizi o infrastrutture digitali, ma avanzano visioni della società del futuro, incidendo su sovranità, relazioni internazionali, sicurezza, informazione e libertà individuali.

Il confronto con il modello tradizionale dell'impresa ha reso evidente come oggi alcuni grandi attori tecnologici si muovano come centri di elaborazione politica e culturale, in cui le piattaforme, i sistemi di analisi dei dati, le criptovalute e l'intelligenza artificiale non sono più soltanto strumenti economici, ma componenti di un nuovo equilibrio di potere nel quale il confine tra pubblico e privato appare sempre più sottile. Questa trasformazione interroga direttamente le democrazie e la loro capacità di governare l'innovazione senza subirla: la tecnologia deve essere compresa, regolata e orientata in modo da non sostituire la sovranità democratica con modelli privati di organizzazione sociale.

L'Europa non può limitarsi a fare l'arbitro

Nel passaggio conclusivo Ansalone ha rivolto un appello all'Europa, richiamando la competizione tra Stati Uniti e Cina e sostenendo come gli Stati Uniti stiano progressivamente tornando alla propria dimensione geopolitica naturale nel Pacifico, dopo una lunga fase nella quale il rapporto transatlantico è stato centrale anche per ragioni storiche legate alla Seconda guerra mondiale e alla Guerra fredda, e come la sfida futura sia destinata a essere segnata sempre più dal confronto tra Washington e Pechino, mentre l'Europa dovrà decidere se restare spettatrice, regolatrice o protagonista.

Ansalone ha ricordato come Stati Uniti e Cina investano cifre ingenti nell'intelligenza artificiale, mentre l'Europa tende spesso a esercitare soprattutto il ruolo dell'arbitro, definendo regole, standard e cornici normative,  funzione importante, poiché nessuna partita può svolgersi senza regole, ma insufficiente per una potenza politica chiamata a giocare la partita, investire, innovare e assumersi il rischio della leadership. Il confronto alla Camera si è chiuso ribadendo la necessità di un'Europa capace non soltanto di essere grande nei numeri, ma di volerlo essere anche nella volontà politica, con una responsabilità che richiede alla politica, alle istituzioni e alle classi dirigenti di trasformare la consapevolezza della complessità in decisioni concrete, evitando sia la fuga negli estremi sia la rinuncia alla propria funzione.

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