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Approfondimenti

Energie micropolitane: una riflessione sull’Italia intermedia, tra comunità, cultura ed economia circolare

La presentazione del volume Energie micropolitane. Da Peccioli, risonanze per l’Italia ha aperto un confronto sul ruolo dei territori intermedi nel futuro del Paese. Nel corso dell’incontro, ospitato al Senato della Repubblica, relatori, autori e rappresentanti istituzionali hanno discusso il caso Peccioli come esperienza di comunità, gestione dei rifiuti, partecipazione civica, cultura e innovazione territoriale.

 

Al Senato della Repubblica si è svolta la presentazione del libro "Energie micropolitane. Da Peccioli, risonanze per l’Italia", a cura di Silvia Brena, Massimiliano Colombi e Marco Marcatilli. L’incontro, moderato da Annalisa Chirico, ha riunito rappresentanti istituzionali, studiosi, amministratori e autori del volume per discutere il ruolo dell’Italia intermedia, prendendo come caso di studio il Comune di Peccioli, in provincia di Pisa. Dagli interventi è emersa una lettura dell’Italia micropolitana come rete di città medie, borghi e aree interne chiamate a costruire nuove forme di sviluppo, senza contrapporre grandi città e piccoli centri.
Il volume, edito da Fuori Campo e Touring Club Italiano, è stato presentato come uno strumento di analisi del rapporto tra identità locale, politiche pubbliche, coesione sociale e trasformazione dei territori.

 

 

Il volume e la domanda sull’Italia intermedia

La presentazione del libro "Energie micropolitane. Da Peccioli, risonanze per l’Italia" ha preso avvio da una domanda richiamata in apertura: quali energie può liberare per l’Italia quella parte del Paese che si colloca tra la dimensione metropolitana e quella del borgo? Il volume, edito da Fuori Campo e Touring Club Italiano, affronta il tema dell’Italia intermedia partendo dall’esperienza di Peccioli, Comune della provincia di Pisa indicato come caso di studio per riflettere su comunità, cultura, gestione dei servizi, economia circolare e partecipazione.

Nel corso dell’introduzione è stata richiamata la tensione tra due modelli territoriali: da un lato, la vita delle metropoli può rendere più complessa la cura delle relazioni sociali e può incidere sull’identità dei luoghi; dall’altro, il borgo può rischiare di diventare uno spazio chiuso, non sempre capace di offrire opportunità e servizi adeguati. La riflessione proposta dal libro cerca quindi una via intermedia, nella quale città medie, piccoli centri e comunità locali possano diventare luoghi di sperimentazione, senza rinunciare alla propria scala e senza inseguire modelli urbani non coerenti con la loro struttura.

L’incontro ha messo al centro Peccioli come esperienza amministrativa, economica e culturale, ma ha ampliato il ragionamento al destino di molti territori italiani. Attraverso gli interventi dei relatori, il libro è stato presentato non solo come racconto di una comunità, bensì come occasione per interrogarsi su politiche pubbliche, investimenti, forme di welfare, governance locale e capacità dei territori di produrre fiducia.

Ad aprire il confronto è stato il presidente Pier Ferdinando Casini, il quale ha evidenziato il valore delle sedi istituzionali quando vengono messe a disposizione di iniziative dedicate all’identità italiana e alla lettura dei territori. Nel suo intervento ha definito l’identità del Paese come un patrimonio ricevuto, sul quale le comunità hanno la responsabilità di lavorare, valorizzando ciò che la storia ha consegnato e rendendolo parte di un progetto attuale.

Casini ha presentato "Energie micropolitane" come un volume che non si limita a raccontare un’esperienza locale, ma propone una visione nella quale cultura, innovazione e coesione sociale non sono elementi separati. Secondo quanto ha evidenziato, il caso Peccioli mostra che i territori definiti minori non devono essere considerati marginali, poiché possono diventare laboratori di sperimentazione e generare valore attraverso la partecipazione, la sensibilità sociale e una forte identità condivisa.

Nel suo intervento sono stati richiamati alcuni ambiti che il volume collega tra loro: politiche culturali, rigenerazione urbana, economia circolare e attivazione delle energie sociali. Casini ha sottolineato che queste componenti, nel caso di Peccioli, non restano formule astratte, ma diventano pratiche in grado di coinvolgere istituzioni, imprese, associazioni e cittadini.

Un passaggio è stato dedicato anche al Touring Club Italiano, indicato come soggetto impegnato nella valorizzazione del patrimonio diffuso del Paese. Attraverso il libro, il Touring Club rinnova la propria missione culturale, offrendo strumenti per rileggere il rapporto tra centro e periferia, tra innovazione e tradizione, tra comunità locali e futuro.

Casini ha concluso il proprio intervento collegando il caso Peccioli alla più ampia storia italiana, segnata da crisi ricorrenti ma anche da una capacità di adattamento fondata sull’inventiva delle comunità e degli imprenditori. Richiamando con tono narrativo un aneddoto su Giovanni Giolitti e sulle crisi annunciate come imminenti, ha osservato che l’Italia ha spesso dimostrato di saper procedere nonostante le difficoltà. In tale lettura, partire dalle comunità locali rappresenta un modo concreto per affrontare le trasformazioni del presente.

Il segretario generale del Censis, Giorgio De Rita, ha sviluppato la riflessione sul ruolo dell’Italia intermedia partendo dall’idea di patrimonio. Ha ricordato che la bellezza e l’eredità ricevute dal Paese sono un dono, ma anche un compito affidato alle comunità, alle famiglie e alle imprese. Conservare, mantenere e valorizzare questo patrimonio richiede, secondo De Rita, cultura, volontà e capacità di azione.

Nel suo intervento ha richiamato il lavoro svolto dal Censis nel raccontare un’Italia capace di crescere anche nelle dimensioni minute, nei borghi, nelle piccole imprese e nelle realtà intermedie. A questo proposito ha citato il titolo scelto per sintetizzare i primi cinquanta rapporti sulla situazione del Paese, "Dappertutto e rasoterra", espressione usata per descrivere un modello di sviluppo diffuso, radicato e non concentrato esclusivamente nelle grandi aree urbane.

De Rita ha però indicato alcune difficoltà che oggi incidono sulle comunità locali. La prima riguarda la crisi demografica, con un calo progressivo delle nascite che, nel suo intervento, è stato descritto come un fenomeno attivo da molti anni e destinato a produrre conseguenze sulla capacità dei territori di rimanere comunità. A questa trasformazione ha collegato la riduzione del numero di giovani imprenditori, la crescita delle persone che vivono da sole e l’andamento delle retribuzioni reali, non ancora tornate, secondo i dati richiamati, ai livelli precedenti alla crisi del 2008.

Il segretario generale del Censis ha osservato che anche le grandi città metropolitane, considerate per anni motori del Paese, oggi mostrano difficoltà. Milano, Napoli, Palermo e Roma sono state richiamate come esempi di sistemi urbani chiamati a confrontarsi con mancata crescita demografica ed economica. Allo stesso tempo, i borghi, dopo essere stati luoghi di protezione, qualità della vita e attrazione, vedono emergere problemi legati ai costi immobiliari e alla possibilità, per chi vi è nato, di investirvi e restarvi.

In questo scenario, De Rita ha indicato la città intermedia, la famiglia e l’impresa come possibili chiavi dello sviluppo italiano, pur riconoscendo che anche questi soggetti sono attraversati da difficoltà. La risposta, secondo il suo intervento, non può essere soltanto strutturale o dimensionale, ma deve passare dalla cultura, dalle relazioni e dalla capacità di stare insieme. Senza senso di comunità, ha osservato, le città rischiano un declino che deriva da dinamiche economiche e familiari già visibili.

Marco Marcatilli, presidente della Fondazione BeLive e coautore del volume, ha spiegato il significato della parola “micropolitano”, precisando che non indica il piccolo in contrapposizione al grande. La prospettiva micropolitana, secondo il suo intervento, riguarda piuttosto la possibilità, per luoghi piccoli e medi, di pensare in grande, costruendo funzioni, relazioni e progetti coerenti con la propria scala.

Marcatilli ha ricordato che una parte consistente della popolazione italiana continua a vivere nei territori intermedi, richiamando l’attenzione su circa venti milioni di persone che scelgono ancora questi luoghi. Ha osservato che alcune narrazioni sembrano spingere verso le grandi città, mentre le giovani generazioni manifestano anche il desiderio di trovare equilibri diversi tra vita e lavoro, innovazione e comunità, dimensione contemporanea e relazioni di prossimità.

Nel suo intervento ha escluso l’idea di un ritorno nostalgico al borgo del passato. Il punto, ha spiegato, è capire come costruire luoghi capaci di coniugare servizi, cultura, partecipazione e qualità delle relazioni. A questo proposito ha citato Peccioli come comunità nella quale la cittadinanza non si esaurisce nel dato amministrativo, ma diventa occasione di coinvolgimento. Il riferimento alla partecipazione dei cittadini anche alla presentazione al Senato è stato indicato come segno di una continuità tra comunità locale e rappresentazione pubblica.

Marcatilli ha poi individuato alcune “risonanze” che arrivano dal caso Peccioli. La prima è la continuità amministrativa, descritta come condizione che ha permesso una visione stabile e un’azione prolungata nel tempo. La seconda riguarda la stabilità degli investimenti pubblici, collegata alla scelta di utilizzare la discarica come leva economica per finanziare progetti, servizi e trasformazioni. La terza riguarda la fiducia istituzionale, la prossimità e la possibilità per le energie sociali di incidere su progettualità concrete.

Il presidente della Fondazione BeLive ha infine richiamato la necessità di un’agenda per l’Italia micropolitana. Parlando di rigenerazione urbana, ha osservato che i costi di bonifica, acquisizione e costruzione possono rendere non sostenibili molti interventi nelle città medie, poiché il valore immobiliare non sempre è in grado di assorbirli. Da qui la necessità di una leva pubblica iniziale e di capitali pazienti. Lo stesso ragionamento è stato esteso alla casa, alla mobilità, ai data center e alle infrastrutture digitali, settori nei quali, secondo Marcatilli, non si può pensare di distribuire tutto ovunque, ma occorrono scelte politiche e territoriali.

Energie sociali, fiducia e comunità di cura

Silvia Brena, formatrice, ricercatrice sociale e coautrice del volume, ha riportato l’attenzione sulla comunità di Peccioli e sul lavoro svolto negli ultimi anni. Ha precisato che il libro non sarebbe nato senza la comunità presente e senza una lunga storia condivisa tra amministrazione, associazioni, cittadini e soggetti locali.

Brena ha descritto “energie sociali” in due modi: da un lato, come progetto avviato da diversi anni per dare voce e valore alle energie presenti nel territorio, attraverso il lavoro delle associazioni e dei singoli cittadini. Dall’altro, come metafora della forza che le comunità possono esprimere quando vengono alimentate relazioni, fiducia e riconoscimento reciproco.

Il progetto, ha spiegato, favorisce una lettura condivisa di bisogni e desideri e propone azioni di solidarietà, prossimità, partecipazione e continuità. In questo senso, il lavoro sulle energie sociali è stato presentato come un laboratorio di comunità nel quale dialogano istituzioni, cittadini, associazioni e soggetti diversi. Brena ha insistito sulla necessità di superare la frammentazione tra compartimenti stagni, poiché solo collegando energie, desideri e responsabilità diventa possibile far emergere innovazione sociale.

Un passaggio del suo intervento è stato dedicato alla fiducia. Brena ha osservato che la fiducia non può essere data per acquisita, ma richiede un lavoro costante di manutenzione, anche in territori dove esiste già un tessuto relazionale. Richiamando Franco Arminio, ha ricordato l’esigenza di “demolire i cantieri della sfiducia”, formula usata per indicare il lavoro necessario a innalzare il livello emotivo e relazionale di una comunità.

Sul piano delle azioni concrete, Brena ha citato un progetto avviato a Peccioli per rilevare e contattare una a una le persone sole. Questo intervento è stato presentato come esempio di progettualità di lungo periodo, possibile quando un’amministrazione sceglie di sperimentare e di valutare gli effetti delle proprie azioni nel tempo. La conclusione del suo intervento ha richiamato la corresponsabilità: i cittadini non possono limitarsi a fruire di servizi come clienti, ma sono chiamati ad assumere una parte di responsabilità verso il bene comune.

Il sindaco di Peccioli, Renzo Macelloni, ha ricostruito il percorso amministrativo che ha portato il Comune a essere indicato come caso di studio nel volume. Il suo intervento è partito dagli anni Ottanta, quando, da giovane amministratore, ricevette il compito di aprire un asilo nido. Da quell’esperienza, ha spiegato, nacque la consapevolezza che la politica deve misurarsi con problemi concreti e che l’ideologia può dare una direzione, ma non basta a risolvere le questioni poste dai cittadini.

Il nodo dei rifiuti è emerso con forza a metà degli anni Ottanta, quando una nuova normativa impose di razionalizzare la gestione delle discariche. Macelloni ha ricordato che in Valdera erano presenti circa quaranta discariche e che a Peccioli esisteva una situazione da bonificare. Il Comune affrontò il problema cercando risorse e ottenendo fiducia dalla Regione, in una fase nella quale l’emergenza rifiuti riguardava anche altri territori toscani.

Da quella scelta prese forma una gestione progressivamente industriale dell’impianto. Il sindaco ha spiegato che il Comune comprese presto la necessità di raggiungere una dimensione adeguata, sia per garantire sostenibilità economica sia per gestire correttamente l’impatto ambientale. Nel tempo sono stati realizzati impianti di trattamento, è stato sviluppato un investimento per la produzione di biometano, in collaborazione con una società fiorentina, ed è stato avviato un ulteriore progetto legato a un ossidatore termico, indicato come parte del percorso verso un sistema in grado di ridurre il ricorso alla discarica.

Macelloni ha precisato che Peccioli, pur essendo partita dalla presenza di una discarica, sta lavorando a un modello che tenda a superarla. Il Comune e la sua azienda sono stati descritti come uno dei punti di riferimento per il piano regionale dei rifiuti in Toscana, poiché contribuiscono alla chiusura del ciclo dei rifiuti, evitando emergenze e riducendo la dipendenza da conferimenti non trattati.

Un passaggio centrale dell’intervento del sindaco ha riguardato la nascita di Belvedere S.p.A., costituita nel 1997 per gestire un’attività che, secondo Macelloni, non poteva più rimanere interamente dentro la struttura comunale. Invece di scegliere un partner privato tradizionale, il Comune si orientò verso la GEPI, finanziaria del Tesoro che aveva tra le proprie missioni anche il sostegno alla nascita di società pubblico-private.

Dopo l’uscita prevista del partner, il Comune promosse un’offerta pubblica e vendette azioni ai cittadini, avviando un percorso di azionariato diffuso. Macelloni ha ricordato anche operazioni successive, tra cui nuove offerte pubbliche e obbligazioni convertibili. Oggi, secondo quanto riferito nel suo intervento, la società conta circa novecento azionisti, in larga parte cittadini, e registra un fatturato di circa cinquanta milioni di euro. Il controllo resta locale, attraverso il Comune, la Fondazione e la partecipazione dei cittadini.

Il sindaco ha collegato questa struttura alla fiducia maturata nel tempo. La presenza dell’impianto non è stata nascosta alla comunità, ma resa visibile e accessibile. Macelloni ha ricordato che una domenica al mese l’impianto viene aperto al pubblico e che, nell’ultima apertura citata, circa quattrocento persone lo hanno visitato. Ha richiamato anche episodi passati nei quali i cittadini partecipavano a iniziative organizzate nei pressi della discarica, segno di un rapporto costruito attraverso conoscenza diretta e continuità.

Secondo il racconto del sindaco, la fiducia ha consentito di realizzare altri interventi e di consolidare un senso di appartenenza. Dopo una mostra dedicata al sistema Peccioli presso l’Istituto Italiano di Cultura di New York, esperienza dalla quale il libro trae spunto, il Comune ha deciso di destinare un contributo a cittadini con ISEE inferiore a 12mila euro. Macelloni ha presentato questa scelta come parte di un percorso nel quale il riconoscimento ottenuto da Peccioli viene restituito alla comunità.

Cultura, architettura e arte contemporanea nel percorso di Peccioli

Accanto alla gestione dei rifiuti e alla struttura societaria, il sindaco ha richiamato il ruolo della cultura, dell’architettura e dell’arte contemporanea. Peccioli, ha spiegato, ha beneficiato anche di trasformazioni più ampie, tra cui la diffusione della connessione digitale, che ha reso più accessibili luoghi un tempo considerati marginali. La pandemia da Covid-19, pur descritta come una tragedia, ha contribuito a far riscoprire i piccoli centri come spazi nei quali vivere e lavorare con modalità diverse.

Macelloni ha ricordato la partecipazione di Peccioli al programma televisivo Il Borgo dei Borghi, nel quale il Comune fu scelto come borgo rappresentativo della Toscana. Ha precisato che Peccioli non era necessariamente il borgo più bello in senso tradizionale, ma si distingueva per un percorso diverso, fondato su interventi trasformativi capaci di mantenere la struttura di un centro medievale toscano e di introdurre elementi contemporanei.

Un esempio richiamato nel suo intervento riguarda il recupero e la trasformazione di un palazzo, restaurato e dotato di elementi architettonici innovativi, tra cui una terrazza affacciata sul paesaggio toscano. Il sindaco ha poi ricordato il lavoro sull’arte contemporanea, avviato nel 1991 con interventi site specific realizzati da artisti chiamati a lavorare direttamente sui luoghi. Oggi, secondo quanto riferito, Peccioli conta circa ottanta opere di questo tipo e ha aperto il MACA, museo d’arte contemporanea che accoglie visite e attività di studio.

In collegamento è intervenuto Guido Castelli, commissario straordinario per la ricostruzione post sisma 2016. Il suo intervento ha collegato la riflessione sull’Italia micropolitana al tema della ricostruzione del Centro Italia, colpito da eventi sismici che hanno provocato, secondo i dati da lui richiamati, danni per 28 miliardi di euro su un territorio di circa ottomila chilometri quadrati.

Castelli ha spiegato che, dopo una prima fase segnata da incertezze, il lavoro della struttura commissariale ha registrato un cambio di passo. Il governo ha quindi assegnato alla struttura non solo il compito di occuparsi dei fabbricati, ma anche quello di pensare alle comunità. Il rischio indicato è che le case, una volta ricostruite, possano restare vuote se non vengono create condizioni di vita, lavoro, servizi e relazione.

Nel suo intervento, Castelli ha richiamato la crisi demografica e la necessità di riorganizzare il policentrismo italiano, formato da comuni grandi, medi e piccoli. Ha criticato l’idea secondo cui la concentrazione nelle grandi densità urbane produrrebbe automaticamente benefici per i territori circostanti. Secondo la sua lettura, questa impostazione, diffusa in particolare a partire dagli anni Sessanta, non ha impedito l’abbandono delle aree interne.

Il commissario ha ricordato che il 66% dell’Italia è costituito da aree alto-collinari o montane e ha collegato lo spopolamento anche alla tenuta del territorio. Dove diminuisce la presenza umana, ha spiegato, vengono meno controllo, manutenzione, regimazione delle acque e presidio quotidiano. Per questo, la strategia per l’Appennino centrale punta a creare relazioni tra città piccole e medie, costruendo reti territoriali e non affidandosi soltanto al singolo borgo o alla metropoli.

Castelli ha citato anche la tecnologia come fattore che consente a imprese collocate in piccoli centri di competere su scala internazionale. Tra gli esempi ha richiamato Belforte del Chienti e la Nuova Simonelli, azienda produttrice di macchine da caffè, per spiegare come connessioni, infrastrutture e competenze possano rendere competitivi luoghi apparentemente periferici.

Riferendosi direttamente a Peccioli, Castelli ha definito l’esperienza del sindaco Macelloni una pratica amministrativa utile per affrontare atteggiamenti di opposizione preventiva alle infrastrutture. Ha indicato la discarica come un elemento che, nel caso di Peccioli, è stato trasformato in punto di forza, attraverso gestione, partecipazione e redistribuzione di benefici.

Il commissario ha precisato che Peccioli non può essere assunto come standard economico per tutti i comuni, poiché le entrate generate dalla gestione dei rifiuti collocano il Comune in una condizione non ordinaria. Tuttavia, ha distinto il livello delle risorse dal metodo adottato, individuando nella capacità di affrontare il problema, governarlo e trasformarlo in progetto territoriale la lezione più estendibile ad altri contesti.

Nella parte conclusiva del suo intervento, Castelli ha richiamato due dati di realtà. Il primo riguarda la distanza delle aree interne dai territori a maggiore densità: spesso si tratta di un’ora o un’ora e mezza di viaggio, quindi di spazi non isolati in senso assoluto, ma da connettere con intelligenza. Il secondo riguarda la struttura delle famiglie italiane, con il 36,6% indicato come nuclei unipersonali secondo il dato Istat citato da Castelli. La solitudine e l’isolamento, in questa lettura, rendono le relazioni sociali parte della risposta possibile.

Chiudendo il suo intervento, Castelli ha richiamato gli affreschi del Buon Governo e del Cattivo Governo nel Palazzo Pubblico di Siena, ricordando che gli effetti del governo si producono sia in città sia in campagna. Il riferimento ha permesso di collegare la discussione contemporanea sulle aree interne a una lunga tradizione italiana di equilibrio tra centro urbano e territorio.

Iuri Franzosi, direttore generale di Lombardini22, ha ripreso il concetto di micropolitanità partendo dall’ironia contenuta nel termine. Secondo il suo intervento, parlare di energie micropolitane significa anche interrogare il modo in cui si attribuisce valore alle città solo in base alla grandezza. La provocazione consiste nel chiedersi se la micropolitanità non sia una forma propria dell’Italia per esprimere grandezza attraverso parametri diversi da quelli demografici.

Franzosi ha osservato che ciò che definisce la capacità di un territorio di produrre energia non è soltanto la sua dimensione, ma la qualità delle relazioni. Un luogo può generare attività se riesce a connettersi con il proprio intorno, con significati condivisi, con persone, imprese e funzioni. Da questo punto di vista, l’Italia è stata descritta come un Paese policentrico, nel quale il pluralismo dei centri ha assunto forme diverse, dai campanili ai distretti industriali, dalla cultura all’impresa.

Il direttore generale di Lombardini22 ha ricordato che anche i distretti produttivi italiani nascono spesso dalla capacità di singole persone di interpretare un contesto locale e, allo stesso tempo, intercettare tendenze internazionali. Ha richiamato inoltre la differenza tra città grande e metropoli, ricordando che il termine metropoli indica originariamente una “città madre”, cioè un luogo capace di esprimere soggettività e riconoscibilità, non soltanto una grande concentrazione di abitanti.

Da questa osservazione è derivata una riflessione sugli enti locali. Franzosi ha ricordato che l’Italia conta più di ottomila comuni e si è chiesto se questa fotografia amministrativa corrisponda ancora all’Italia del 2026. Portando l’esempio del proprio comune di residenza, di 4.500 abitanti, ha osservato che molte municipalità piccole hanno perso da tempo la capacità di essere soggetti autonomi sotto il profilo amministrativo e progettuale. Il tema, secondo il suo intervento, non è ridurre il valore delle identità locali, ma capire come renderle più capaci di affrontare bisogni nuovi.

Franzosi ha poi spiegato il ruolo della Fondazione BeLive, sostenuta da Lombardini22. Da un lato, la Fondazione intende leggere con strumenti nuovi ciò che accade nei territori, agendo come centro studi e scegliendo questioni quali demografia, cambio generazionale e infrastrutture digitali. Dall’altro, mira ad attivare patrimoni e capitali per rispondere a bisogni emergenti, colmando la distanza tra patrimoni bloccati per mancanza di visione e capitali che cercano impiego ma incontrano rischi difficili da misurare.

Massimiliano Colombi, sociologo della Fondazione BeLive e coautore del volume, ha chiuso il ciclo degli interventi richiamando la necessità di trasformare l’esperienza in apprendimento. Ha ricordato che, tra un’esperienza considerata virtuosa e la costruzione di una visione, esiste un passaggio spesso trascurato: la capacità di rileggere ciò che è accaduto. Senza questa rilettura, ha spiegato, la visione rischia di diventare immaginazione scollegata dalla realtà oppure semplice ripetizione di ciò che è già stato sperimentato.

Colombi ha organizzato il proprio intervento attorno a quattro ancoraggi: energie sociali, comunità, mondi vitali e alcune questioni aperte. Le energie sociali sono state descritte innanzitutto come soggetti concreti: persone, associazioni, enti del terzo settore e cooperative che trasformano la propria capacità di relazione in bene comune. Allo stesso tempo, le energie sociali sono anche lenti attraverso cui osservare i processi in corso, chiedendosi se essi generino o consumino legami, se aumentino o riducano le occasioni di incontro, se contrastino o alimentino la solitudine.

La seconda parola, comunità, è stata articolata in tre forme: comunità di cura, comunità di patrimonio e comunità di destino. La comunità di cura richiama l’attenzione alle fragilità e alle relazioni quotidiane; la comunità di patrimonio si collega al dono e al compito richiamati da De Rita; la comunità di destino guarda a coloro che verranno, cioè alle generazioni future verso le quali le scelte presenti producono effetti.

Il terzo ancoraggio, i mondi vitali, è stato spiegato attraverso un episodio raccolto a Peccioli. Colombi ha ricordato una signora anziana che definiva le associazioni un “pungolo”, poiché senza stimoli esterni una persona, anche se in buone condizioni, rischia di chiudersi in casa. Da questa immagine ha tratto una riflessione sull’abitare sociale: non basta organizzare eventi, occorre abitare la distanza tra la casa e la piazza, tra la casa e il luogo sociale, tra la solitudine possibile e la relazione concreta.

Colombi ha precisato che vicinanza non significa necessariamente prossimità. Anche nei piccoli luoghi possono esistere chiusure, conflitti, egoismi e altruismi che regrediscono. Quando i mondi vitali si indeboliscono, aumentano la solitudine, la sfiducia e la frammentazione del tessuto sociale. In questo senso, le energie sociali sono state definite come una cura ricostituente per la comunità.

Le questioni aperte: passaggi generazionali, investimenti simultanei e nuova responsabilità civica

Nella parte finale del suo intervento, Colombi ha indicato alcune questioni che restano aperte anche per Peccioli. La prima riguarda la governance plurale e dialogica, nella quale il Comune svolge una funzione di regia pubblica, Belvedere S.p.A. rappresenta un’intrapresa di mercato partecipata dai cittadini, la Fondazione Peccioliper produce cultura e gli enti del terzo settore aggregano energie sociali. L’arrivo e il rafforzamento di questi soggetti chiedono al sistema locale una evoluzione continua.

La seconda questione riguarda il passaggio generazionale. Colombi ha osservato che la storia di Peccioli si fonda su figure e scelte che hanno garantito continuità nel tempo, ma ogni comunità deve chiedersi come le nuove generazioni interpreteranno la consegna ricevuta e quale uso faranno del patrimonio materiale, culturale e relazionale costruito.

La terza questione riguarda la simultaneità degli investimenti. A Peccioli, secondo Colombi, investimenti economici, culturali, sociali e ambientali sono stati portati avanti insieme, e non secondo una sequenza nella quale prima si produce ricchezza e solo dopo si interviene sul sociale. Questo punto è stato collegato alla critica dell’effetto di sgocciolamento, già richiamata da Castelli. Per Colombi, il Paese tende spesso a frammentare le politiche e a rinviare gli investimenti sociali, mentre il caso Peccioli mostra la possibilità di affrontarli insieme ad altre scelte territoriali.

Infine, il sociologo ha richiamato la responsabilità delle persone e delle famiglie nella produzione di socialità. Essere concittadini, ha spiegato, non è una condizione automatica né a basso costo: richiede lavoro, disponibilità e capacità di assumere incarichi. Ha richiamato anche la difficoltà di trovare presidenti per le associazioni e, allo stesso tempo, la difficoltà di favorire il ricambio quando alcune responsabilità restano a lungo nelle stesse mani. Da qui nasce il tema della formazione di una nuova classe dirigente nell’area sociale.

La presentazione di Energie micropolitane. Da Peccioli, risonanze per l’Italia ha costruito un confronto sul rapporto tra territori intermedi, comunità locali e trasformazioni del Paese. Dal Senato della Repubblica, il caso Peccioli è stato raccontato attraverso molte dimensioni: la continuità amministrativa, la gestione industriale e partecipata dei rifiuti, l’azionariato diffuso, gli investimenti culturali, l’arte contemporanea, il lavoro sulle fragilità, la cura delle relazioni e la capacità di coinvolgere cittadini, associazioni e istituzioni.

Gli interventi hanno posto l’attenzione su alcune tendenze che attraversano l’Italia: crisi demografica, solitudine, difficoltà delle città metropolitane, trasformazione dei borghi, costi della rigenerazione urbana, bisogno di infrastrutture digitali, necessità di ricostruire comunità nelle aree interne e nei territori colpiti dal sisma. In questo percorso, il termine “micropolitano” è stato usato non come sinonimo di piccolo, ma come chiave per leggere luoghi capaci di produrre relazioni, servizi, cultura e progettualità senza perdere la propria misura.

Il confronto ha indicato alcune direttrici di lavoro: una nuova agenda per l’Italia intermedia, politiche capaci di collegare investimenti economici e sociali, una governance territoriale più adatta ai bisogni attuali, il rafforzamento delle comunità di cura e la formazione di nuove responsabilità civiche. La chiusura dell’incontro ha richiamato l’invito a leggere il volume e a visitare Peccioli, presentata come comunità dalla quale osservare alcune trasformazioni già in atto nei territori italiani.

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