Nel ventisettesimo appuntamento di Parole Guerriere, ospitato a Palazzo Montecitorio, relatori, rappresentanti istituzionali e studenti hanno discusso l’origine della politica a partire da parole, sensazioni, sentimenti e responsabilità educativa.
A Palazzo Montecitorio si è svolto il ventisettesimo convegno di Parole Guerriere, dedicato alla domanda “Da dove nasce la politica” e aperto dal ricordo di Maria Rita Parsi, psicologa, psicoterapeuta, autrice e fondatrice della Fondazione Movimento Bambino. L’incontro, trasmesso anche attraverso i canali istituzionali della Camera dei Deputati e da Radio Radicale, ha riunito relatori provenienti da ambiti diversi, con la partecipazione degli studenti dell’Istituto Pirelli di Roma. Il confronto ha toccato il rapporto tra parola, pensiero e azione, il ruolo delle emozioni nella vita pubblica, l’educazione delle nuove generazioni, il peso dei social, il senso delle istituzioni e la necessità di rimettere al centro la formazione civica ed emotiva.
Parole, interiorità e politica
L'incontro si è aperto con un momento dedicato a Maria Rita Parsi, alla quale l'evento è stato intitolato. Fabio Rampelli, vicepresidente della Camera, ne ha tracciato il profilo: psicologa e psicoterapeuta, autrice di oltre cento saggi, membro del Comitato ONU sui diritti del fanciullo, fondatrice e presidente della Fondazione Movimento Bambino. Nel suo pensiero, il destino non coincide con una linea già tracciata, ma si forma attraverso le scelte, le relazioni e la capacità di trasformare le esperienze in occasioni di crescita. L'amore, da questa prospettiva, non è un concetto astratto: è un gesto quotidiano fatto di presenza, cura e responsabilità. La scuola diventa, dunque, il luogo in cui i ragazzi imparano a conoscersi, a scegliere, a sbagliare, a rialzarsi, accompagnati da relazioni educative che non prescindono dalla vita interiore. Solo riconoscendo le proprie ferite è possibile costruire un rapporto più consapevole con l'altro.
Prima dell'avvio del confronto è stato proiettato un video con alcune parole di Parsi, scelto non per riassumere il suo pensiero ma per restituire alla sala la sua voce. Vi insisteva sulla necessità di fornire ai ragazzi strumenti di interpretazione che vadano oltre voti e promozioni: il piacere del sapere, la capacità di leggere i segnali provenienti dalla storia personale, dall'arte, dalla letteratura, dagli eventi collettivi. Di fronte alla distruttività presente nelle guerre, nelle violenze e nelle dinamiche familiari disfunzionali, non basta registrare gli episodi, perché occorre imparare a interpretarli. «La famiglia e la scuola devono essere al centro», aveva detto, aggiungendo che la società virtuale diventa pericolosa quando sostituisce la relazione e trasferisce ad altri la realizzazione di sé.
"Da dove nasce la politica" è stato il tema del ventisettesimo appuntamento di Parole Guerriere, proposto non come questione esclusivamente istituzionale ma come interrogativo che riguarda la vita di ciascuno. Il progetto, fondato sul potere della parola e sulla triade pensiero-parola-azione, aveva già affrontato nelle edizioni precedenti temi come il declino demografico, il femminicidio, la geopolitica tra guerra e pace, gli effetti dell'ideologia woke, la cittadinanza e l'astensionismo. I pensieri e le parole che conducono ai fatti non nascono nel vuoto: si formano nella sfera emotiva, dove sensazioni e sentimenti orientano il modo in cui ciascuno si pone nel mondo. Le parole con cui si parla a se stessi diventano spesso le stesse con cui ci si rapporta agli altri, e da questo nesso dipende la qualità del linguaggio, dell'ascolto e della vita democratica. Il progresso tecnologico - l'incertezza che porta con sé, le domande che apre sul valore della persona, sul senso dello studio e della partecipazione - rende ancora più urgente chiedersi chi educa all'interiorità, quale ruolo spetti alla scuola, alla famiglia, alle religioni e alla politica, e come evitare che l'autonomia si trasformi in isolamento.
A queste domande ha risposto per primo Igor Sibaldi, scrittore e filologo, partendo da un'osservazione sul linguaggio: nella maggior parte dei casi non è l'io a decidere ciò che una persona fa, ma il "noi" dell'epoca, del contesto e delle abitudini collettive. Avvicinarsi alla propria interiorità richiede allora di imparare a usare parole di cui si conosce il significato, perché la precisione linguistica consente di ridimensionare molti problemi e di evitare domande mal poste.
Da qui la distinzione tra sensazione e sentimento: la sensazione è un rapporto immediato con la realtà, non richiede costruzioni complesse, solo attenzione a ciò che si vede, si ascolta, si percepisce. Il sentimento è invece un'attività di selezione, che limita le sensazioni e conserva solo quelle coerenti con ciò che si vuole confermare. La radice comune è il verbo sentire; la differenza sta nella terminazione, poiché nelle parole di origine latina i termini in "-zione" tendono a indicare una condizione passiva, quelli in "-mento" un'attività.
Nella vita pubblica questa distinzione ha conseguenze dirette, la politica si fonda, spesso, sui sentimenti più che sulle sensazioni, perché il sentimento orienta la selezione delle informazioni e la lettura della realtà. Gestire i sentimenti collettivi - fiducia, appartenenza, disciplina, identificazione - è parte del lavoro politico, come dimostra anche il ricorso al segreto di Stato, che attenua il disagio di fronte all'ignoto attraverso la fiducia verso chi governa. All'interno dei luoghi in cui si prendono decisioni, tuttavia, contano le sensazioni, i dati, il rapporto concreto con la realtà. La distinzione tra politica rivolta alle masse e politica interna ai gruppi dirigenti è anche questa. La domanda che Sibaldi ha rivolto al pubblico era diretta: come cambierebbe la politica se i partiti aiutassero i cittadini a chiarire le proprie sensazioni invece di proporre soltanto sentimenti e certezze?
Nella seconda parte del confronto Sibaldi ha introdotto il valore del "non so", definito il punto più alto della mente: al di qua di ciò che non si sa rimane solo ciò che è già conosciuto; oltre inizia la scoperta. Ha proposto di inserire a scuola un'ora settimanale dedicata alle domande degli studenti, in cui siano gli allievi a interrogare gli insegnanti. Ha poi applicato la distinzione tra sensazione e sentimento all'articolo 1 della Costituzione, osservando che la formula "fondata sul lavoro" può essere letta attraverso il filtro del sentimento o attraverso le sensazioni che suscita parola per parola, inclusa la differenza tra "opus", lavoro legato alla vocazione, e "labor", fatica servile. Le parole non sono intercambiabili, e la loro storia aiuta a comprendere i concetti che entrano nel discorso pubblico.
Sentire, disabilità e immaginazione
Paolo Ruffini, attore, regista e autore, ha portato nel confronto il tema del sentire a partire dalla propria esperienza artistica, in particolare dai progetti realizzati con persone con disabilità. Tra chi amministra e chi sperimenta ogni giorno gli effetti delle decisioni pubbliche può crearsi una distanza che rende difficile percepire la realtà vissuta dai cittadini. Nell'origine greca della parola politica - legata alla polis e all'arte di amministrare la città - è già contenuta una dimensione che non può fare a meno di questa capacità. Sul consenso ha proposto una distinzione: la ricerca di piacere a tutti condiziona il linguaggio e le relazioni, mentre la politica dovrebbe ispirare più che influenzare, perché l'influenza orienta il comportamento degli altri, mentre l'ispirazione apre uno spazio di libertà e responsabilità.
Il lavoro con persone con sindrome di Down non nasce da una scelta filantropica, ma dal fatto che quelle relazioni sono meno noiose e più interessanti. Da questa esperienza viene il romanzo "Io sono perfetto", in cui un uomo con sindrome di Down si candida alla presidenza del Consiglio, portando nel dibattito pubblico parole generalmente assenti: felicità, amore, abbraccio.
Il racconto ha offerto l'occasione per distinguere disabilità cognitiva, disabilità politica e disabilità umana, e per mettere in discussione l'intelligenza come unico criterio di valutazione: persone ritenute intelligenti possono compiere azioni dannose, mentre persone considerate più lente nel ragionamento possono agire con maggiore attenzione verso gli altri. La domanda su un quoziente emotivo o di sensibilità viene da qui, perché il modo in cui una comunità reagisce alla sofferenza e alla fragilità dice molto del livello di convivenza raggiunto.
Il terzo tema è quello dei social e dell'intelligenza artificiale. Il cambiamento prodotto dai social nella percezione delle parole è stato illustrato con "storia", che oggi può indicare un contenuto destinato a sparire dopo ventiquattro ore, mentre per secoli ha indicato memoria e durata. Le immagini verticali degli smartphone modificano lo sguardo; la domanda che Ruffini ha rivolto ai ragazzi non era cosa vogliono dalla vita, ma cosa la vita chiede loro.
Politica, comunità e identità
Rampelli è intervenuto per rispondere alle sollecitazioni sul ruolo della politica e di chi la pratica. Non esiste una categoria uniforme di persone che fanno politica: nella società come nelle istituzioni convivono profili, sensibilità e modi diversi di intendere l'impegno pubblico. Il racconto del proprio percorso - iniziato "per inciampo" e per il desiderio di fare qualcosa di utile per il territorio - ha respinto l'idea che l'accesso alle istituzioni sia necessariamente motivato dalla carriera o dalla conquista del potere.
Molte delle conquiste oggi considerate acquisite sono il risultato di scelte compiute da generazioni precedenti, che hanno sacrificato tempo, energie e in alcuni casi la vita per consegnare alle generazioni successive una nazione, uno Stato e una Costituzione democratica e repubblicana. L'uomo che Aristotele definiva animale sociale porta nella propria natura un istinto alla relazione che può trasformarsi in comunità quando incontra altri sentimenti e altre sensibilità.
Attraverso riferimenti a "La storia infinita" e al "Signore degli Anelli", Rampelli ha descritto il confronto tra la persona e il nulla, tra fantasia e perdita di senso, tra identità e omologazione. Negli anni Settanta la contrapposizione tra bene e male aveva alimentato anche forme violente di conflitto; oggi il rischio è la perdita dei riferimenti e dei confini, aggravata dall'intelligenza artificiale, dal postumano e dalla realtà virtuale, che possono dare l'illusione di essere protagonisti senza modificare la realtà. La politica non può essere ridotta a norme e razionalità amministrativa: comprende la spinta a esserci, a farsi carico del bene comune, a trasmettere qualcosa agli altri. Come la medicina, l'avvocatura, la magistratura, l'insegnamento e l'arte, non è in sé né positiva né negativa: dipende da come viene praticata.
Nella parte conclusiva è intervenuto Giordano Fatali, imprenditore e presidente della Scuola Nazionale di Educazione Civica, Fondazione Campus Montecitorio.. Il progetto è orientato al dialogo tra istituzioni, imprese, competenze professionali e nuove generazioni. Richiamando il messaggio del presidente Mattarella sul passaggio del testimone, Fatali ha tradotto quell'invito nella necessità di parlare ai giovani soprattutto di valori.
La scuola si ispira alla cultura del bene comune legata ad Aldo Moro, che nel 1958 introdusse per decreto l'educazione civica in Italia. Il 2028 segnerà il settantesimo anniversario di quell'introduzione; il prossimo bicentenario della nascita di Goffredo Mameli offre un'ulteriore occasione per ripensare il senso dell'unità nazionale. Il metodo si riassume nella formula "progetti, leggi, cultura" e nell'equazione "competenze più collaborazione uguale sviluppo": solo la collaborazione tra le migliori competenze disponibili può contribuire ad affrontare i problemi del Paese.
L'educazione civica è stata presentata come percorso che riguarda l'intera vita pubblica e non solo la formazione scolastica. Un Paese fondato esclusivamente sui diritti, senza attenzione ai doveri, rischia di non costruire un futuro solido. L'abitudine di raccogliere le cicche trovate in piazza Montecitorio è diventata l'immagine concreta di una responsabilità civica che passa dai comportamenti ordinari. Tra gli esempi di un sistema che funziona, Fatali ha citato il servizio sanitario nazionale, in cui chi entra in un pronto soccorso viene curato senza che gli venga prima chiesto se possiede un'assicurazione. Il lancio istituzionale della Fondazione è previsto per il 27 maggio a San Macuto.
Tommaso Cerno, impossibilitato a partecipare in sala, ha inviato una riflessione video sul modo in cui si osserva la politica. La domanda da dove la si guarda non ha una risposta unica: ciascuno osserva la vita pubblica dal punto in cui si trova. Nel dibattito italiano conta spesso non solo ciò che viene detto, ma chi lo dice e da quale posizione. Attraverso riferimenti alla politica internazionale e al conformismo linguistico, Cerno ha osservato che la politica è anche imprevedibilità e che molte analisi falliscono quando pretendono di spiegare ciò che non riescono a comprendere. L'autonomia del pensiero, la responsabilità del giudizio e il rifiuto di ridurre la complessità a schemi predefiniti sono stati i fili conduttori del suo intervento.
La parola come bussola
La conclusione ha ripercorso il senso della serata sottolineando che il cammino di Parole Guerriere non si esaurisce in un singolo appuntamento: ogni confronto vuole offrire chiavi di lettura per una realtà complessa e aprire spazi di partecipazione. La sintonia con la Scuola Nazionale di Educazione Civica è emersa in particolare sul terreno dell'educazione emotiva, indicata come uno degli assi del lavoro futuro.
L'ultimo riferimento è tornato a Maria Rita Parsi, attraverso una frase di Oscar Wilde che lei amava usare: «Una mappa del mondo che non contiene il Paese dell'utopia non merita nemmeno uno sguardo». Con queste parole il convegno ha chiuso il proprio percorso, riportando al centro il rapporto tra desiderio, responsabilità e formazione, senza separare la politica dalla vita interiore, dalla scuola, dalla famiglia e dalla capacità di costruire parole dotate di senso.
