Dal ruolo dei data center nella competitività del Paese fino alla necessità di governare dati, software e procurement pubblico, il convegno ha restituito l’immagine di una filiera che ha chiesto meno incertezza normativa e più capacità politica di decidere.
Si è tenuto nella Sala della Regina della Camera dei Deputati il convegno “Data Center e Digitale, le politiche per il mercato”, promosso dall’Intergruppo parlamentare per la sostenibilità digitale e la sovranità tecnologica su iniziativa dell’onorevole Amich e presentato da AIIP, Associazione Italiana Internet Provider. L’incontro ha riunito parlamentari di maggioranza e opposizione, rappresentanti del Garante per la protezione dei dati personali, dirigenti di società pubbliche e private, associazioni di categoria, operatori delle telecomunicazioni, esperti di cybersicurezza e il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso.
Sovranità digitale e infrastrutture strategiche: data center, mercato e governance tra Parlamento e territorio
Il digitale non coincide più con un settore separato dell’economia, ma sostiene in modo sempre più pervasivo la vita sociale, produttiva e amministrativa del Paese, mentre i data center hanno custodito dati, abilitato servizi, reso possibile lo sviluppo del cloud, dell’intelligenza artificiale e delle reti avanzate, diventando una componente essenziale della sovranità tecnologica.
Aprendo i lavori, l’onorevole Amich ha affermato che il rapporto tra infrastrutture digitali, mercato e sovranità non sia più soltanto una questione tecnologica o industriale, ma un tema profondamente politico, in quanto incide su libertà, sviluppo economico, sicurezza e qualità della democrazia. Ha sostenuto che il Parlamento non abbia potuto limitarsi ad assistere al cambiamento, dovendo, piuttosto, assumersi la responsabilità di orientarlo, e ha collocato dentro questa esigenza la nascita dell’Intergruppo parlamentare per la sostenibilità digitale e la sovranità tecnologica, presentato il 25 marzo alla Camera.
L’obiettivo, ha spiegato è governare la tecnologia, costruendo uno strumento di indirizzo politico in grado di produrre analisi, sostenere il Parlamento, mettere in relazione istituzioni, imprese, territori e mondo scientifico, rafforzando anche la posizione italiana nei tavoli europei. I data center sono stati descritti come nodi strategici nei quali il dato è diventato decisione, il mercato ha incontrato la sicurezza nazionale e la competitività ha smesso di essere un tema astratto per diventare infrastruttura.
Il presidente della IX Commissione Salvatore Deidda ha focalizzato il dibattito sul tema legislativo, ricordando che la legislatura in corso prevede il superamento di una visione semplificata, la quale, per molto tempo, ha considerato i data center come normali impianti industriali. Deidda ha rivendicato il valore di un Parlamento che ha chiesto al Governo tempo per lavorare, elaborando un testo capace di dare un segnale e di avviare anche una sensibilizzazione degli amministratori locali, spesso poco attrezzati a comprendere natura, funzioni e impatto di queste infrastrutture. Nel farlo, ha sostenuto che la sostenibilità dei data center non sia riducibile al solo consumo energetico, poiché include anche il riutilizzo delle risorse, l’efficienza tecnologica, la semplificazione burocratica e la possibilità per le imprese di investire in un contesto normativo stabile, evitando che l’incertezza amministrativa finisca per frenare lo sviluppo più della complessità stessa.
Su una linea analoga si sono collocati gli interventi di Casu, Giulia Pastorella e Antonino Iaria, che hanno restituito l’immagine di un Parlamento capace di lavorare in maniera collegiale. È emersa, in questo modo, la convinzione che la legge delega e il decreto attuativo abbiano rappresentato un primo passaggio utile, soprattutto introducendo la logica di un iter autorizzativo unico e provando a offrire più certezza agli enti locali e agli investitori, ma che il cantiere sia rimasto ampio e ancora aperto. Pastorella ha evidenziato che i data center non siano che una parte di un puzzle più vasto, nel quale rientrano antenne, fibra, cavi sottomarini, spazio e satelliti, mentre Iaria ha riportato con forza il tema dell’energia e dell’utilizzo di aree dismesse, sostenendo anche la necessità di dare una priorità ai data center pubblici senza trasformare questa scelta in una contrapposizione ideologica con il privato.
Infrastrutture, controllo e competenze: il sistema digitale tra sovranità applicativa, energia e capacità pubblica
Giovanni Zorzoni, vicepresidente di AIIP, ha ricordato che l’associazione rappresenta oltre 100mila chilometri di fibra ottica indipendente e la quasi totalità del cloud made in Italy presente al suo interno, insistendo sul fatto che la sovranità digitale non sia stata una parola d’ordine astratta, ma un criterio per misurare la resilienza di un sistema economico e istituzionale. Se una parte sempre maggiore dei servizi critici è dipesa da pochi soggetti extraeuropei, ha osservato, allora il rischio sistemico non ha riguardato soltanto la localizzazione dei dati, ma anche la possibilità concreta che quei servizi potessero essere interrotti o condizionati da scelte estranee agli interessi nazionali. Da qui, la richiesta di ripensare il procurement pubblico, riservando spazi e opportunità alle imprese che operano pienamente sotto diritto nazionale ed europeo, così da far crescere competenze, occupazione e capacità industriale diffuse sul territorio. Non si è trattato di invocare un’autarchia digitale, ma di chiedere che l’Italia smetta di usare la spesa pubblica per finanziare in misura quasi esclusiva tecnologie e servizi che non controlla, rinunciando nel frattempo a rafforzare la propria filiera.
Il Garante Privacy, Ginevra Cerrina Feroni, ha riportato il dibattito su un piano istituzionale e costituzionale, ricordando come la sovranità non rappresentati un relitto del passato, ma sia rimasta strettamente connessa al principio democratico e, prima ancora, alla sovranità popolare. Nell’ecosistema digitale, ha osservato, nuovi centri di potere hanno prodotto asimmetrie informative che si sono tradotte in asimmetrie di potere, rendendo insufficiente una lettura puramente economica o tecnologica del problema. I data center e il cloud sono stati definiti decisivi, ma non sufficienti, poiché accanto alla sovranità delle infrastrutture è emersa quella che ha definito “sovranità applicativa”: non basta più sapere dove risiedono i dati o quanto sia sicuro il sistema che li ospita, è diventato essenziale sapere chi vi possa accedere, per quali finalità, con quali limiti, con quali garanzie e con quali meccanismi di responsabilità. Pertanto, Cerrina Feroni ha chiesto standard obbligatori e uniformi, da introdurre anche nella contrattualistica pubblica, insistendo su tracciabilità degli accessi, divieto di riuso improprio, procedure strutturate in caso di incidente e sicurezza incorporata fin dalla progettazione.
Alfredo Maria Becchetti, presidente di Infratel, ha spiegato che non è più possibile ragionare separando infrastruttura tecnologica e infrastruttura energetica, in quanto i data center hanno richiesto energia e, nello stesso tempo, le reti energetiche hanno avuto bisogno di tecnologia per funzionare. Concentrando i grandi insediamenti sempre negli stessi territori, ha avvertito, il Paese rischia di creare squilibri e colli di bottiglia, mentre una distribuzione più intelligente potrebbe sostenere anche coesione territoriale e uso più razionale delle risorse. Nella stessa direzione si sono mossi gli interventi di Roberta Angelilli per la Regione Lazio e di Donatella Proto per il MIMIT, che hanno insistito sulla necessità di una visione di sistema, capace di collegare investimenti europei e regionali, semplificazione normativa, attrazione di capitali e mappatura dell’offerta nazionale esistente, includendo non soltanto i grandi data center, ma anche gli edge data center più vicini ai bisogni delle piccole e medie imprese.
Paola Generali, presidente di Assintel, ha osservato che l’intelligenza artificiale ha già cominciato a investire imprese e organizzazioni, e che tra la fine del 2026 e l’inizio del 2027 il suo impatto potrebbe diventare dirompente soprattutto per le piccole e medie imprese, che hanno rischiato di trovarsi senza competenze interne sufficienti né per scegliere le soluzioni giuste né per governarne gli effetti organizzativi.
Da qui è nata la richiesta di risorse, formazione e strategia, mentre altri interventi hanno aggiunto che senza figure senior, senza capacità progettuale e senza una pubblica amministrazione in grado di comprendere il digitale dall’interno, il rischio sia quello di consegnare definizione dei fabbisogni e scelte operative direttamente ai grandi fornitori. Stefano Tomasini, presidente di Consip, ha messo in evidenza proprio questa fragilità, ricordando che molti enti pubblici, soprattutto quelli più piccoli, non abbiano avuto struttura sufficiente per dialogare con il mercato in modo consapevole, e che per questo sia diventato necessario ripensare strumenti, lotti, modelli di acquisto e centri di competenza, così da non lasciare la domanda pubblica in balia della frammentazione.
Sovranità, dipendenza e capacità di controllo: dall'infrastruttura all'algoritmo, il digitale come questione di sistema
Stefano Sordi, direttore generale di Aruba, ha sostenuto che uno stack italiano e sovrano sia possibile, purché venga pensato come ecosistema aperto e non come sistema chiuso, mentre Mauro Ponze di Assinter ha richiamato il ruolo delle in house regionali come presidio operativo di sovranità digitale, non limitato alla gestione tecnica ma esteso alla governance, alle competenze e alla capacità di indirizzare scelte di lungo periodo. Stefano Epifani, intervenendo come direttore del comitato scientifico dell’Intergruppo, ha ulteriormente allargato il ragionamento, distinguendo tra sovranità tecnologica, sovranità digitale e perfino sovranità cognitiva, sostenendo che tenere i dati in Italia non sia bastato se poi gli algoritmi che li elaborano siano rimasti opachi, non controllabili o integralmente dipendenti da altri.
Cristian Lucci, ceo di Sherlock, ha ricordato che gran parte del software e dei servizi cloud utilizzati da pubbliche amministrazioni e infrastrutture critiche sia ancora extraeuropea, e che questo abbia implicato non soltanto una dipendenza economica ma anche un rischio giuridico e strategico, considerato che dati e chiavi di cifratura possano ricadere sotto legislazioni non europee. Roberto Mazzilli di Tim ha proposto una nozione graduale di sovranità, sostenendo che il punto non sia inseguire una purezza impossibile, ma aumentare progressivamente il controllo su filiera, operation, chiavi di cifratura, data center e piattaforme, mentre Mauro Luigi Rognia, esperto di cybersicurezza, ha ricordato che la sicurezza non abbia riguardato soltanto il perimetro esterno ma anche ciò che può insinuarsi nel software, restare silente e attivarsi al momento opportuno, rendendo ancora più urgente lo scambio tempestivo di threat intelligence tra soggetti pubblici e privati.
Il ministro Adolfo Urso, ha inserito la discussione dentro coordinate economiche precise, ricordando che la domanda globale di capacità di calcolo sia destinata a triplicare entro il 2030, con l’intelligenza artificiale destinata ad assorbire circa il 70% della domanda complessiva. Urso ha sostenuto che l’Italia stia crescendo con forza nel settore, avendo superato i 7 miliardi di euro di investimenti tra il 2023 e il 2025 e registrando oltre 25 miliardi annunciati per il triennio 2026-2028, e ha rivendicato sia la strategia pubblicata dal Mimit per attrarre investimenti esteri in data center sia il decreto-legge del 20 febbraio 2026, che ha introdotto un procedimento unico autorizzativo per i progetti del settore. Allo stesso tempo ha riconosciuto che restino criticità aperte, a partire da disponibilità energetica, tempi certi, siti idonei e rafforzamento delle filiere tecniche.
Il dibattito sui data center ha smesso di riguardare soltanto server, rack e capacità di calcolo, finendo per toccare il modo in cui l’Italia ha deciso di stare nella trasformazione digitale. Non si tratta di scegliere tra apertura e chiusura, tra pubblico e privato, tra mercato e regole, ma di stabilire chi ha la capacità di orientare processi che stanno ridisegnando economia, amministrazione e democrazia
