Dalle inchieste sul food delivery al recepimento della direttiva europea, istituzioni, magistratura, avvocati, studiosi e sindacati si sono confrontati sul lavoro dei rider, mettendo al centro compensi, sicurezza, subordinazione e trasparenza dei sistemi digitali
Nella Sala del Refettorio della Camera dei Deputati si è svolto un incontro dedicato al lavoro tramite piattaforma e, in particolare, alla condizione dei rider nel settore del food delivery. Promosso dalla presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sulle condizioni di lavoro, Chiara Gribaudo, il confronto ha riunito rappresentanti delle istituzioni, magistrati, giuristi, ricercatori e organizzazioni sindacali, intrecciando i temi del caporalato digitale, della sicurezza sul lavoro, della qualificazione giuridica dei rapporti e del recepimento della direttiva europea sul lavoro mediante piattaforme digitali.
Rider, algoritmi e sfruttamento: il food delivery davanti alla Camera
Il food delivery rappresenta, ormai, una realtà strutturale del mercato del lavoro italiano, con decine di migliaia di rider attivi e una presenza non più limitata alle grandi città, ma sempre più estesa anche ai centri di dimensioni minori. Pertanto, secondo il vicepresidente della Camera Fabio Rampelli, è necessario valorizzare la dignità del lavoratore, la sicurezza delle attività svolte, la trasparenza delle piattaforme e la giusta retribuzione, senza perdere di vista anche la funzione sociale di un settore che, spesso, offre un primo accesso al mercato del lavoro a giovani, studenti e lavoratori stranieri.
L'iniziativa nasce dallo «sgomento collettivo» suscitato dalle inchieste milanesi su alcune aziende del food delivery. Non si parla di semplici app o di piattaforme digitali astratte, ha affermato Chiara Gribaudo, ma si tratta di aziende che organizzano lavoro, fissano compensi e determinano condizioni concrete di vita per migliaia di persone. Lavoratori pagati anche 2,70 euro a consegna, dalla quale vanno sottratti tasse, carburante e manutenzione del mezzo, voci che comprimono ulteriormente un reddito già ai limiti della sostenibilità.
L’avvocato Stefano Margiotta, presidente dell’Istituto Tribuniano e consulente della Commissione ha parlato di “caporalato nel capitalismo delle piattaforme” mettendo in evidenza come una parola storicamente legata all’agricoltura e all’edilizia venga, oggi, richiamata per descrivere forme di sfruttamento che non passano più, necessariamente, dal caporale in carne e ossa, ma da sistemi algoritmici capaci di assegnare, controllare, valutare e distribuire il lavoro, introducendo così una nuova forma di potere direttivo, tanto meno visibile quanto più penetrante, mentre sullo sfondo si intrecciano profili lavoristici, penalistici, sindacali e di sicurezza.
Luigi Di Cataldo, ha ricostruito l’evoluzione del settore delle piattaforme di delivery in Italia, soffermandosi, innanzitutto, sulla dicotomia che caratterizza questo modello di organizzazione del lavoro, nel quale, da un lato, i contratti riconoscono formalmente al rider la libertà di scegliere se, quando, dove e quanto lavorare, e, dall’altro, gli algoritmi intervengono come una “mano invisibile” capace di orientare in modo decisivo le condotte, premiando chi si conforma alle aspettative aziendali e penalizzando chi se ne discosta. In questa ricostruzione, il management algoritmico agisce attraverso sistemi reputazionali, ranking, classificazioni e meccanismi di gamification, ma anche per mezzo di strumenti più tradizionali di command and control, utilizzati, ha spiegato Di Cataldo, in modo spesso occulto, modificando sostanzialmente l’organizzazione del lavoro rispetto a quanto dichiarato formalmente nei contratti.
Dai pionieri italiani ai migranti a cottimo: chi sono davvero i rider e come li controlla l'algoritmo
Nel merito della composizione sociale del settore, il ricercatore ha descritto una trasformazione profonda, ricordando come nella fase iniziale, tra il 2015 e il 2018, il lavoro dei rider fosse svolto soprattutto da cittadini italiani attratti dalla novità di una forma di attività ancora percepita come sperimentale, mentre con la crescita del mercato, la pandemia e l’espansione delle flotte urbane, il profilo prevalente sia diventato quello di persone con background migratorio, molto più dipendenti da quel reddito e quindi più esposte al disciplinamento algoritmico, in un contesto che, nel frattempo, ha visto peggiorare le condizioni economiche, passando da collaborazioni coordinate e continuative retribuite anche sul tempo di disponibilità a forme di lavoro autonomo occasionale pagate a cottimo.
Secondo Di Cataldo, nonostante l’Italia abbia tentato un percorso di istituzionalizzazione del lavoro di piattaforma, con relazioni industriali che hanno cercato di intervenire, il risultato complessivo sarebbe rimasto parziale, producendo un mercato del lavoro fortemente segmentato. Da una parte, ha spiegato, esiste un segmento alto e minoritario, composto da circa 2.500 rider dipendenti, retribuiti su base oraria e inseriti in modelli organizzativi più conformi alla legalità; dall’altra, c’è un segmento basso, molto più ampio, compreso tra 30 e 40 mila lavoratori, in gran parte attivi per Glovo e Deliveroo, formalmente autonomi, pagati a consegna e fortemente esposti a errata classificazione, lavoro non pagato, intensificazione dei ritmi, rischi stradali e insufficienza delle protezioni sociali; sotto questo livello, ha aggiunto, esiste anche un segmento sommerso, popolato da lavoratori stranieri con posizione giuridica fragile o incerta, ulteriormente ricattabili.
Il pubblico ministero Paolo Storari ha allargato lo sguardo oltre il perimetro dei rider, collocando il settore del food delivery dentro un quadro più ampio di lavoro povero e di organizzazioni produttive fondate su una dissociazione tra forma e sostanza, nel quale cooperative spurie, opifici irregolari, sistemi di intermediazione e subfornitura vengono impiegati per scaricare il costo del lavoro sui soggetti più deboli, mantenendo invece pulita la facciata delle grandi imprese committenti.
Per ottenere risultati reali, non basta limitarsi a perseguire il singolo caporale o l’anello più debole della catena, perché così, ha sostenuto, il sistema si rigenera senza cambiare davvero, mentre l’obiettivo dovrebbe essere quello di incidere sui modelli organizzativi delle imprese, trasformando il “processo all’impresa” in un percorso non soltanto sanzionatorio ma rimediale, capace di imporre internalizzazioni, versamento dell’Iva indebitamente detratta, pagamento dei contributi e modifica delle strutture aziendali. Portando i numeri delle inchieste milanesi, Storari ha parlato di 62 mila assunzioni internalizzate, 150 milioni di contributi Inps recuperati e 1 miliardo e 100 milioni di euro versati all’erario, indicando così una strategia che, pur rinunciando a una centralità assoluta della punizione, punta a ottenere un cambio strutturale nelle condizioni di lavoro.
In materia di diritto del lavoro e diritto penale, sono state richiamate le prime vertenze sui rider avviate a Torino già nel 2016, ricordando quanto, in questo settore, fosse assente l’applicazione delle tutele del lavoro dipendente. Druetta ha raccontato come, fin dagli inizi, l’algoritmo abbia svolto una funzione selettiva, non neutrale, orientando l’accesso ai turni, la distribuzione degli ordini e persino la permanenza dei lavoratori sulla piattaforma, e ha insistito sul fatto che la libertà di scegliere se lavorare o meno sia spesso solo apparente, perché, quando il reddito è essenziale e la vulnerabilità economica è alta, quella libertà si svuota di contenuto reale, lasciando emergere invece un’organizzazione fortemente indirizzata dalle esigenze aziendali.
Algoritmi, sindacati e GDPR: la battaglia legale e digitale per i diritti dei rider
In questa stessa direzione si è mosso l’intervento dell’avvocato Arturo Salerni De Marchis Gomez, che ha ricostruito il contenzioso collettivo promosso in questi anni dalle organizzazioni sindacali, soffermandosi sulle azioni per condotta antisindacale, sulle cause di discriminazione collettiva, sulle class action e sugli strumenti utilizzati per rendere visibili le pratiche algoritmiche. Il suo intervento ha messo in luce come la strategia giudiziaria collettiva abbia cercato di compensare l’inefficacia di un contenzioso individuale troppo oneroso per lavoratori deboli e troppo poco incisivo verso gruppi multinazionali con capacità economiche enormemente superiori, facendo emergere un punto politico preciso, e cioè che il tema non riguarda soltanto la classificazione dei rapporti, ma anche il dumping contrattuale, la trasparenza dei sistemi decisionali, la discriminazione prodotta da algoritmi apparentemente ciechi e l’estensione della responsabilità lungo la filiera.
Chiara Cicero Mito ha riportato il confronto alla radice informatica del modello, ricordando che, quando si parla di piattaforme, si parla innanzitutto di trattamento di dati personali e di processi decisionali automatizzati, già regolati dal GDPR dal 2018, con una serie di tutele che, a suo avviso, non sono state valorizzate a sufficienza. Ripercorrendo gli articoli sulla trasparenza, sull’accesso, sulla spiegazione delle decisioni automatizzate, sulla valutazione d’impatto e sul coinvolgimento degli interessati e delle rappresentanze, Cicero Mito ha insistito sul fatto che la vera tutela si giochi soprattutto nella fase di progettazione dei sistemi, perché è lì che si decide l’architettura del potere tecnologico, ed è lì che dovrebbero essere inserite le garanzie per impedire che il trattamento dei dati si traduca in profilazione opaca, sorveglianza costante e compressione dei diritti.
Il sociologo Davide Arcidiacono evidenzia che la direttiva sia nata dalla lunga mobilitazione dei rider, ma sia esplosa politicamente solo durante la pandemia, quando questi lavoratori sono diventati essenziali rendendo impossibile continuare a ignorare il tema delle tutele. Tuttavia, ha osservato, la norma europea, pur rappresentando un passaggio importante, resta ancora fortemente modellata sull’esperienza dei rider e dei driver, facendo più fatica a cogliere altre forme di lavoro di piattaforma, specialmente quelle digitali, invisibili e frammentate, come il micro-lavoro online e il cosiddetto ghost work.
Arcidiacono si è soffermato anche sul nodo della presunzione di subordinazione, spiegando come, durante il confronto europeo, si sia scelto di non irrigidire troppo i criteri, per evitare che le piattaforme si adattassero formalmente alle regole senza modificare davvero l’organizzazione del lavoro. Questa scelta, però, apre ora una fase delicata di recepimento nazionale, nella quale gli Stati membri avranno margini rilevanti e, quindi, anche responsabilità decisive. Da qui il richiamo al ruolo del sindacato, chiamato dalla direttiva a rafforzare le proprie competenze sull’auditing algoritmico e sulla rappresentanza collettiva, in un contesto nel quale, ha osservato, proprio il lavoro di piattaforma ha finito per rilanciare la centralità del conflitto tra lavoro e capitale, riaprendo uno spazio politico e sociale per l’azione sindacale.
Sindacati, subordinazione e dignità: il rider come banco di prova del lavoro contemporaneo
Durante la seconda parte dell’incontro, moderata dalla giornalista di Repubblica Valentina Conte, è stato evidenziato il ruolo delleorganizzazioni sindacali, chiedendosi se il sindacato sia davvero attrezzato per intercettare i nuovi lavori. Roberta Turi, della Nidil Cgil, ha rivendicato un impegno decennale sul tema, ricordando le prime mobilitazioni del 2016, il lavoro di sindacalizzazione nato anche grazie a rider-sindacalisti come Antonio Prisco, l’attività nei tavoli istituzionali, i ricorsi giudiziari contro il contratto sottoscritto da Assodelivery con Ugl Rider, le mobilitazioni territoriali e nazionali, fino all’apertura delle Case dei rider, pensate come luoghi di assistenza, tutela e organizzazione. Turi ha anche sottolineato le difficoltà oggettive di costruire rappresentanza in un settore caratterizzato da frammentazione estrema, forte presenza migrante, vulnerabilità sociale e assenza di veri diritti sindacali per chi è formalmente inquadrato come autonomo o occasionale.
Silvia Casini, della Felsa Cisl, ha insistito sulla necessità di riconoscere dignità e tutele anche a chi svolge l’attività in autonomia, sostenendo che rappresentanza, diritti e contrattazione non debbano essere riservati al solo lavoro dipendente, ma possano e debbano essere costruiti anche per i lavoratori autonomi, purché in un quadro chiaro, trasparente e regolato. Massimiliano Pischedda, della Uil Trasporti, ha invece richiamato il percorso che ha portato all’accordo con Just Eat e all’inserimento della figura del rider nel contratto della logistica, spiegando come quell’esperienza abbia cercato di portare dentro un alveo contrattuale pieno una figura già esistente, adattando strumenti e istituti a un settore in rapida trasformazione. Per Pischedda, il punto resta comunque la subordinazione, o quantomeno il riconoscimento di livelli salariali e di tutela equivalenti a quelli dei contratti nazionali comparativamente più rappresentativi.
Elena Lott, dell’Usb, ha indicato nella subordinazione piena l’unica soluzione in grado di rispondere davvero alla condizione materiale dei rider, non solo sul piano del salario, ma anche su quello dell’accesso alla casa, al credito, ai permessi di soggiorno di lunga durata, alla possibilità stessa di costruire una vita stabile. Per Lott, il rischio è che il lavoro autonomo diventi una scorciatoia generalizzata per abbattere il costo del lavoro, aprendo la strada a una precarizzazione ben più ampia di quella che riguarda oggi i rider.
Il confronto alla Camera ha mostrato quanto il tema dei rider sia ormai diventato un banco di prova più generale per il diritto del lavoro contemporaneo, perché dentro la figura del ciclofattorino che attraversa le città consegnando un pasto si concentrano oggi questioni che riguardano il valore del tempo di lavoro, il rapporto tra tecnologia e potere, la qualità della democrazia nei luoghi produttivi, il ruolo delle istituzioni e la capacità del sistema normativo di non restare indietro rispetto all’innovazione, dovendo perciò misurarsi non solo con una nuova organizzazione del lavoro, ma anche con un’idea di società nella quale, mentre si chiede velocità, flessibilità e disponibilità continua, torna a imporsi con forza la domanda più semplice e più decisiva, cioè quale dignità si intenda riconoscere a chi lavora.
