Alla Camera dei deputati il confronto promosso su iniziativa dell’Onorevole Alberto Luigi Gusmeroli, Presidente Commissione X Camera dei Deputati In collaborazione con PlasticsEurope Italia - Federchimica, sul futuro della filiera della plastica, partendo da uno studio dedicato ai numeri del comparto e alle azioni necessarie per rafforzarne competitività e circolarità. Istituzioni, associazioni e industria hanno discusso di costi energetici, pressione normativa europea, riciclo meccanico e chimico, bioplastiche e strumenti utili a sostenere una transizione industriale sostenibile.
Nella Sala della Regina della Camera dei deputati si è svolto il convegno dedicato alla filiera della plastica in Italia, promosso per approfondire strategie e linee di azione a sostegno della competitività e della sostenibilità del comparto nel quadro industriale e circolare italiano ed europeo. L’incontro, aperto dal saluto del presidente della Camera Lorenzo Fontana e introdotto dall’intervento del presidente della Commissione Attività produttive Alberto Gusmeroli, ha riunito rappresentanti delle istituzioni, dell’industria e delle associazioni di settore intorno alla presentazione di uno studio realizzato da The European House - Ambrosetti con Plastics Europe Italia. Il confronto ha visto l’analisi di diversi: il peso economico della filiera, la complessità del quadro normativo europeo, la necessità di rafforzare il mercato delle materie prime seconde e il ruolo delle tecnologie di riciclo e delle bioplastiche nel percorso di transizione.
Il saluto di Fontana e il valore strategico del settore
Ad aprire i lavori è stato il presidente della Camera Lorenzo Fontana, il quale ha messo in luce il ruolo importante che la filiera della plastica svolge nel sistema produttivo italiano, poiché radicata in molte aree del Paese e in quanto garanzia di occupazione per migliaia di famiglie. Lo studio evidenziato da Fontana indica che nel 2023 il settore ha generato un fatturato complessivo di poco inferiore ai 60 miliardi di euro, assicurando oltre 160 mila posti di lavoro. Numeri che, nelle sue parole, mettono in evidenza il contributo di una filiera strategica per il Paese, chiamata oggi a misurarsi con sfide senza precedenti legate alla sostenibilità, alla circolarità e alla crescente complessità del quadro regolatorio. Insistere per riportare il concetto di competitività al centro del dibattito politico europeo è un obiettivo importante, come ha affermato il presidente della Camera, per lavorare all’individuazione di un equilibrio tra tutela ambientale e difesa di un comparto industriale, essenziale per la crescita economica italiana. La capacità di crescita del Paese fa parte di un percorso di transazione ecologica che deve essere sostenibile dal punto di vista sociale ed economico; pertanto Alberto Gusmeroli, presidente della Commissione Attività produttive della Camera, ha rimarcato il rischio di una iperregolazione europea che, in diversi settori, ha prodotto difficoltà per le imprese, soprattutto quando queste si trovano a competere con operatori extraeuropei non soggetti agli stessi standard ambientali, sociali e di sicurezza. Il dibattito europeo sembra, oggi, iniziare a recepire questo squilibrio, mentre la Commissione Attività produttive garantisce la disponibilità a raccogliere le istanze delle imprese per tradurle in miglioramenti legislativi. Nel suo intervento ha anche ricordato l’avvio di un’indagine conoscitiva sulle ragioni per cui l’Italia cresce meno della media europea da circa trent’anni, passaggio che ha collegato direttamente alla necessità di sostenere filiere che generano valore, occupazione e innovazione, come quella della plastica, considerata da lui una filiera “importantissima” per il sistema economico nazionale.
Il ruolo di Plastics Europe Italia e gli obiettivi del convegno
A presentare le ragioni del convegno è stato Franco Meropiali, presidente di Plastics Europe Italia, che ha messo in evidenza come l’associazione dei produttori di materie plastiche, parte di Federchimica, promuova da tempo momenti di confronto finalizzati alla trasformazione del settore. L’obiettivo non è limitarsi ad illustrare lo stato dell’arte del comparto, ma avviare un percorso di dialogo più stabile tra industria, politica e istituzioni. Sviluppo industriale, sostenibilità ambientale e benessere sociale sono le tre dimensioni imprescindibili per una transizione efficace. Meropiali ha sottolineato anche la fase di difficoltà che il comparto sta attraversando e che ha ricondotto, principalmente, a due fattori: l’intensità della concorrenza internazionale, sostenuta da condizioni energetiche e regolatorie più favorevoli per i paesi extra UE, e il peso crescente della complessità normativa europea. Il dottor Tarazzi di The European House – Ambrosetti ha presentato un’analisi tecnica, costruita in collaborazione con le associazioni, i consorzi e le imprese della filiera, proposta non solo come fotografia dello stato attuale del comparto, ma come base per individuare strategie e strumenti concreti per sostenerne l’evoluzione. Il punto di partenza dello studio è la rilevanza della filiera della plastica per il sistema economico italiano, sia in termini diretti sia in termini di capacità di attivare valore e occupazione nel resto dell’economia. Tarazzi ha spiegato che il lavoro si colloca nel solco di un primo studio realizzato nel 2022, aggiornandone i dati e inserendoli in una cornice segnata da un elemento nuovo e centrale: il ritorno della competitività industriale come tema prioritario del dibattito europeo. I moltiplicatori economici e occupazionali risultano in crescita rispetto alla precedente rilevazione, segnalando un rafforzamento del legame tra la filiera della plastica e il resto della manifattura italiana; per ogni euro di valore aggiunto generato dalla filiera, ne vengono attivati nell’economia italiana altri 2,18, mentre per ogni posto di lavoro della filiera se ne attivano nel resto del sistema economico altri 1,77.
I numeri della filiera tra fatturato, export e occupazione
L’analisi ha confermato, per l’Italia, un fatturato di circa 60 miliardi di euro, un valore aggiunto superiore ai 15 miliardi e un export intorno ai 25 miliardi. Si tratta di numeri che collocano la filiera della plastica tra i comparti industriali più significativi del Paese, pienamente comparabili con altri grandi settori della manifattura. Di grande rilevanza è anche la dimensione europea del mercato di riferimento: circa due terzi dell’export italiano della filiera è diretto verso i Paesi dell’Unione Europea, rendendo il quadro normativo e competitivo comunitario decisivo per la salute del comparto. L’Italia, inoltre, si conferma il primo Paese europeo per numero di imprese attive nella filiera, con oltre 8.600 aziende, e il secondo per occupazione, con circa 165 mila addetti. Un passaggio specifico dello studio è stato dedicato al comparto delle bioplastiche, definito una delle eccellenze della filiera italiana. L’Italia occupa una posizione di primo piano in questo ambito, ma ha avvertito anche che si tratta di una leadership sottoposta a forti pressioni, sia sul piano normativo sia sul piano competitivo. Da un lato, il quadro regolatorio europeo viene percepito come incerto o incompleto su alcune applicazioni, mentre dall’altro lato si registra una crescente concorrenza di operatori extraeuropei, in particolare cinesi, che producono in condizioni profondamente diverse rispetto a quelle richieste alle imprese italiane ed europee. Secondo lo studio, il settore delle bioplastiche ha mostrato tassi di crescita molto significativi negli anni precedenti, ma negli ultimi esercizi ha iniziato a manifestare segnali di flessione che richiamano l’esigenza di un’azione di sostegno mirata. Tra le indicazioni emerse durante la presentazione figurano la necessità di stabilire un quadro normativo più stabile per le plastiche bio-based e compostabili, di valorizzare il riciclo organico e di sostenere obiettivi più chiari per l’uso di materie prime bio-based nella produzione di plastiche derivate da biomassa. Dal regolamento imballaggi alla single use plastics directive, dall’ecodesign ai regimi di rendicontazione e sostenibilità, il comparto si trova a operare in un sistema regolatorio sempre più esteso e complesso. Nello studio viene utilizzato il termine “tsunami normativo” per descrivere la stratificazione di direttive, regolamenti e obblighi che negli ultimi anni hanno investito la filiera della plastica in Europa. Come ha evidenziato Tarazzi, questo impianto normativo si inserisce, ad oggi, in una fase di revisione europea più ampia, segnata dal Clean Industrial Deal, dall’Omnibus Package e dai riferimenti al lavoro svolto da Mario Draghi ed Enrico Letta. Il messaggio di fondo è che la sostenibilità non può essere perseguita in modo efficace se non viene tenuta insieme alla competitività, questa lettura è stata condivisa anche dagli interventi successivi, che hanno sottolineato come il problema non sia la tutela ambientale in sé, ma il fatto che in molti casi le imprese europee si trovino vincolate da regole stringenti mentre i concorrenti internazionali operano con costi più bassi, meno obblighi e controlli meno severi.
La circolarità e il ruolo complementare dei diversi ricicli
La circolarità della plastica e il rapporto tra riciclo meccanico, riciclo chimico e riciclo organico, sono gli altri temi trattati all’interno dello studio proposto. Questi strumenti, secondo Tarazzi, non devono essere letti in complementarità, perché ciascuno di essi interviene su segmenti diversi del problema. Le stime presentate, mostrano che a livello europeo la combinazione di queste forme di riciclo potrebbe consentire di arrivare, entro il 2040, al trattamento di circa l’80% dei rifiuti plastici. Il riciclo meccanico resterebbe la componente prevalente, ma il riciclo chimico sarebbe chiamato a intervenire in modo decisivo laddove il meccanico non riesce a operare con efficacia; a questo si aggiunge il riciclo organico - in particolare per le bioplastiche e per le applicazioni compostabili – inteso come una leva strategica per migliorare la qualità della frazione organica e chiudere in modo più efficiente il ciclo.
È stato stimato, per l’Italia, un potenziale di crescita molto significativo sia nella capacità di riciclare i rifiuti plastici sia nell’uso di materiale riciclato come input produttivo, secondo i dati illustrati, il materiale riciclato copre circa il 32% del fabbisogno di input della filiera; nello scenario più favorevole questa quota potrebbe arrivare fino al 45%. Per tradurre l’analisi in strumenti concreti, in grado di incidere realmente sul posizionamento del settore, lo studio ha proposto quindici linee d’azione, suddivise in tre gruppi: interventi rapidamente attuabili, misure che richiedono incentivi economici e riforme di carattere strutturale. Tra le proposte considerate “quick win” figurano: l’accelerazione degli iter autorizzativi per gli impianti circolari, la definizione di linee guida nazionali per armonizzare i criteri di autorizzazione, la creazione di un database nazionale delle materie plastiche seconde e l’istituzione di codici Ateco specifici per le imprese bio-based. A queste si aggiungono interventi sulla definizione normativa di plastica bio-based e bio-attributed e sulla tracciabilità delle filiere. Tra le misure con impatto economico sono state richiamate l’introduzione di target vincolanti per il contenuto riciclato e bio-based, un credito d’imposta per le imprese che utilizzano materie plastiche riciclate certificate e programmi di procurement circolare da parte della pubblica amministrazione. Sul versante più strutturale lo studio ha indicato la necessità di armonizzare a livello europeo i criteri end of waste, di rafforzare i regimi di responsabilità estesa del produttore e di istituire strumenti finanziari in grado di sostenere la conversione di impianti e siti industriali dismessi.
La necessità di una politica industriale europea
L’onorevole Vinicio Peluffo ha osservato che la legislazione europea della scorsa legislatura ha fissato obiettivi molto ambiziosi, ma non ha costruito in parallelo strumenti sufficienti ad accompagnare le imprese nel raggiungerli. È su questo tema che, secondo Peluffo, dovrebbe concentrarsi la legislatura europea, facendo della politica industriale il luogo in cui si tiene insieme la transizione ecologica con gli strumenti necessari a renderla praticabile. Ha sottolineato il valore della filiera del riciclo in Italia e la centralità della dimensione circolare, indicando l’obiettivo di recuperare fino all’80 per cento dei rifiuti plastici entro il 2040 come un terreno concreto su cui istituzioni e imprese possono lavorare insieme. Laura D’Aprile, capo dipartimento per lo sviluppo sostenibile del Mase, ha fornito il punto di vista dell’amministrazione, ricordando, innanzitutto, la solidità del sistema italiano di accountability e rendicontazione, riconosciuto anche in sede europea, ed osservando che in diversi casi l’Italia rischia di essere penalizzata proprio perché rendiconta meglio di altri Paesi, mentre altri sistemi nazionali risultano meno trasparenti e meno verificabili. D’Aprile ha trattato il tema del mercato delle materie prime seconde, spiegando che il problema non consiste solo nel costruire la capacità industriale di riciclo, ma anche nel garantire uno sbocco di mercato reale ai materiali riciclati, denunciando l’effetto distorsivo prodotto sia dall’immissione di “finti riciclati” sia dal basso costo delle materie prime vergini, che rende più difficile per molte imprese utilizzare materiali riciclati in assenza di obblighi o incentivi specifici.
Nel suo intervento ha anche ricordato alcune iniziative già avviate, tra cui il protocollo con l’Agenzia delle Dogane per rafforzare i controlli e la messa in consultazione dello schema di responsabilità estesa del produttore per le plastiche non da imballaggio. L’intervento di Marco Ravazzolo, direttore area politiche per l’ambiente, energia e mobilità di Confindustria, ha allargato la dimensione dall’Italia all’intera architettura delle politiche europee. Ravazzolo ha parlato apertamente dell’assenza di una vera politica industriale europea, accusando la Commissione di continuare a costruire regole ambientali senza una visione unitaria degli effetti sull’economia reale. «Manca totalmente una visione di politica industriale», ha affermato, richiamando esempi che, a suo giudizio, mostrano la contraddittorietà dell’impostazione comunitaria, dal trattamento dei biocarburanti alle difficoltà che incontrano le bioplastiche compostabili, fino ai limiti posti a materiali che pure garantiscono leggerezza, sicurezza e riduzione degli sprechi. Ravazzolo ha definito il tema dell’energia il vero nodo da risolvere per proteggere la competitività dell’industria europea: il costo dell’energia costituisce una possibilità per far crescere il riciclo - il chimico in particolare – ma, più in generale, la capacità del sistema industriale di reggere la competizione globale.
La possibilità di fare sistema
Katia Bastioli, ha invitato a leggere la fase attuale non solo come una somma di difficoltà ma anche come un’occasione per costruire un approccio più sistemico, evidenziando che esperienze negative come quelle vissute negli ultimi anni sul fronte normativo possono servire a impostare una fase nuova, nella quale industria, istituzioni e mondo della ricerca riescano a fare squadra. Bastioli ha richiamato, in particolare, il tema della raccolta differenziata dell’umido e del ruolo che l’Italia ha già conquistato a livello europeo in questo ambito, osservando che proprio l’esistenza di infrastrutture adeguate è uno degli elementi che rende possibile lo sviluppo delle nuove filiere. In chiusura, il presidente di Plastics Europe Italia ha sottolineato che l’obiettivo principale della giornata era aprire un dialogo concreto tra industria, istituzioni e rappresentanti delle imprese, un confronto che, nelle intenzioni degli organizzatori, dovrà proseguire nelle settimane e nei mesi successivi per tradurre le indicazioni dello studio in strumenti operativi. La discussione ha confermato che la filiera della plastica viene letta sempre meno come un comparto separato e sempre più come un tassello essenziale della manifattura italiana, con ricadute su occupazione, export, innovazione e tenuta del sistema produttivo. Allo stesso tempo, è emerso come la transizione ecologica non possa essere affrontata solo sul piano dei vincoli, ma richieda politiche industriali, semplificazione, controlli efficaci, investimenti energetici e costruzione di mercati per i materiali riciclati. La plastica, nella discussione, è diventata il caso concreto attraverso cui misurare la capacità del sistema italiano ed europeo di costruire una transizione credibile, fondata non su contrapposizioni astratte ma su strumenti coerenti, tecnologie disponibili e un’idea di competitività che non venga lasciata ai margini del dibattito pubblico.
