Il 20 marzo, alle ore 10, presso la Sala della Regina di Montecitorio, si è svolta la presentazione del “Blue Book 2026 - I dati del servizio idrico integrato”, con il saluto del segretario di presidenza della Camera Francesco Battistoni. La sedicesima edizione del rapporto, realizzata da Fondazione Utilitatis e promossa da Utilitalia, è stata presentata come uno strumento di analisi del settore idrico fondato su dati raccolti e validati con il contributo di diversi soggetti istituzionali e scientifici, tra cui Enea, Dipartimento della Protezione civile, Istituto superiore di sanità, Autorità di bacino dei distretti idrografici, Fondazione CIMA e The European House Ambrosetti. Il confronto ha riunito rappresentanti delle utilities, del regolatore, del governo e del mondo associativo, con un’attenzione costante ai nodi che attendono il settore nei prossimi anni.
Il Blue Book come base informativa del settore
L’apertura dei lavori ha posto subito il Blue Book al centro del dibattito come riferimento per la lettura del servizio idrico integrato. Barbara Marinali ha definito il rapporto una monografia essenziale per comprendere le trasformazioni in corso e per orientare le decisioni future. Il documento, nelle intenzioni dei promotori, non si limita a raccogliere numeri, ma costruisce una base di conoscenza utile a leggere criticità e tendenze: dalla governance agli affidamenti, dalla qualità e sicurezza dell’acqua agli investimenti, fino al tema della sostenibilità nel quadro successivo alla fine del PNRR. La presentazione si è così collocata in un momento che tutti gli interventi hanno descritto come delicato per la tenuta e l’evoluzione del comparto.
La scarsità idrica come condizione strutturale
Uno dei passaggi più ricorrenti della mattinata ha riguardato il cambio di prospettiva richiesto al settore. Nei diversi interventi è emersa l’idea che la questione idrica non possa più essere trattata come una somma di emergenze temporanee. Marinali ha parlato di uno sbilancio idrico strutturale e sistemico, sottolineando che senza un deciso cambio di passo nelle politiche di adattamento, nella modernizzazione delle infrastrutture e nella disponibilità di risorse finanziarie dedicate, il rischio è quello di effetti negativi su crescita economica, coesione sociale e sicurezza climatica. Anche quando il lessico utilizzato dai relatori è stato diverso, il punto di fondo è rimasto lo stesso: la scarsità della risorsa va governata come una condizione di lungo periodo.
Il richiamo ai dati e alla responsabilità degli operatori
Nel suo intervento, Marinali ha insistito anche sul ruolo della conoscenza quantitativa come prerequisito per ogni politica efficace. Il passaggio più netto è arrivato quando ha affermato che “il mondo si governa solo con i dati”, richiamando gli operatori, in particolare quelli più piccoli, a contribuire con continuità alla raccolta delle informazioni. Il ragionamento è stato sviluppato in termini molto concreti: senza dati affidabili, ha osservato, non è possibile prevedere, pianificare, investire e rappresentare in modo credibile il settore anche nei tavoli europei. La raccolta informativa è stata quindi presentata non come un adempimento formale, ma come una condizione necessaria per sostenere la qualità della programmazione e rafforzare la capacità di azione del sistema.
Il professor Rosario Mazzola ha proposto una lettura più ampia del quadro in cui opera il servizio idrico. Partendo da un richiamo personale ai temi dei limiti dello sviluppo, ha osservato che il sistema con cui il settore è chiamato a confrontarsi non è più stabile. Le serie storiche, ha spiegato, non possono più essere considerate stazionarie e questo obbliga a utilizzare strumenti diversi, più dinamici, capaci di leggere e anticipare i mutamenti. In questa chiave, il Blue Book è stato descritto come uno strumento che non si limita a registrare il presente, ma prova a interrogarsi su ciò che accadrà dopo, con l’obiettivo di individuare per tempo i problemi e favorire scelte più consapevoli.
L’eredità del PNRR oltre il finanziamento
Mazzola ha dedicato una parte rilevante del suo intervento all’eredità del PNRR. Il riferimento non è stato soltanto alla dimensione economica dell’intervento pubblico, ma anche al cambiamento di approccio che il Piano avrebbe contribuito a introdurre. Secondo questa lettura, il PNRR ha rappresentato un’occasione di modernizzazione del sistema, sia per gli investimenti infrastrutturali sia per la diffusione di una maggiore capacità di programmazione. Il risultato più importante, ha sostenuto, non va cercato solo nella spesa effettuata, ma nella mentalità che si è consolidata tra i gestori e negli attori del settore. La richiesta implicita emersa dal suo intervento è che questa impostazione non si disperda con la fine della stagione straordinaria dei fondi europei.
Governance e investimenti come priorità
La direttrice generale di Utilitalia Anna Barrile ha collocato il confronto all’interno di una cornice molto precisa: per il settore idrico, ha detto, non c’è più tempo da perdere né sul terreno della governance né su quello degli investimenti. Facendo riferimento al concetto di “bancarotta idrica”, Barrile ha sottolineato che il divario tra disponibilità e domanda di acqua produce implicazioni economiche dirette e impone scelte rapide. Da qui la necessità di intervenire sia sulla struttura decisionale del comparto sia sui meccanismi che consentono di mantenere adeguati i livelli di spesa. Nel suo ragionamento, il punto non è solo evitare arretramenti, ma impedire che il rallentamento degli investimenti comprometta la tenuta del sistema nel medio periodo.
Barrile ha richiamato anche una stima precisa del fabbisogno: al comparto mancherebbero circa 2 miliardi di euro per continuare a garantire la resilienza delle infrastrutture, ridurre le perdite, migliorare le interconnessioni tra schemi idrici e rafforzare le opere capaci di trattenere la risorsa. Nel suo intervento è tornato inoltre il tema della cooperazione tra i diversi attori coinvolti. La pluralità delle amministrazioni competenti e la varietà delle strutture operative presenti sul territorio rendono necessario, secondo Barrile, un salto di qualità nel coordinamento. La disponibilità al confronto tra stakeholder esiste, ma deve tradursi in regole e strumenti che superino la frammentazione e favoriscano un’azione più coerente.
La frammentazione istituzionale e gestionale
Il tema della frammentazione è stato tra i più presenti durante l’intera presentazione. Barrile ha ricordato che il settore continua a misurarsi con una governance multilivello estesa, che coinvolge ministeri, ARERA, autorità territoriali e autorità di bacino. A questa articolazione istituzionale si accompagna quella gestionale, con la presenza di operatori molto piccoli e di gestioni in economia, soprattutto in alcune aree del Mezzogiorno. La dimensione ridotta, nel quadro delineato dagli interventi, non è stata trattata come un elemento neutro: al contrario, è stata associata a una minore capacità di investimento e a maggiori difficoltà nel garantire standard di servizio adeguati. Per questo, il tema dell’aggregazione e del rafforzamento industriale è emerso come uno dei punti di lavoro per i prossimi anni.
L’osservatorio sulle concessioni
Francesca Mazzarella, direttrice generale di Utilitatis, ha richiamato l’attenzione su alcuni osservatori costruiti dalla fondazione a partire dai dati delle aziende. Tra questi, un ruolo importante è stato assegnato a quello dedicato alle concessioni, introdotto dall’anno scorso. Il dato evidenziato è stato netto: circa il 20 per cento della popolazione rientra in concessioni già scadute, in scadenza entro l’anno o destinate a scadere nei prossimi cinque anni. Il tema è stato presentato come centrale non solo sotto il profilo amministrativo, ma anche per i suoi riflessi sull’organizzazione industriale del servizio idrico integrato e sulla possibilità di superare assetti troppo frammentati. Mazzarella ha collegato direttamente il tema delle concessioni a quello della struttura delle gestioni. Nel suo intervento ha ricordato che la frammentazione resta presente sia in senso geografico sia lungo i segmenti del servizio, dove non sempre adduzione, distribuzione e attività a valle fanno capo allo stesso soggetto. Questo limita, secondo la direttrice di Utilitatis, la possibilità di beneficiare pienamente delle economie di scala e di scopo. La gestione unica, al contrario, è stata indicata come una soluzione capace di accrescere la produttività, migliorare la capacità di investimento e offrire maggiori garanzie sul piano della sicurezza ambientale e sanitaria. In un settore che alimenta a sua volta altre attività produttive, il rafforzamento industriale è stato quindi descritto come una leva di competitività complessiva.
Una rete lunga quasi quattrocentomila chilometri
Un altro passaggio rilevante dell’intervento di Mazzarella ha riguardato la consistenza fisica del sistema. La rete idrica italiana, ha ricordato, si sviluppa per quasi 400 mila chilometri, una dimensione che rende immediatamente percepibile la complessità del fabbisogno manutentivo e degli interventi necessari. Monitoraggio, distrettualizzazione e digitalizzazione sono stati indicati come strumenti indispensabili per gestire un’infrastruttura così estesa e in larga parte vetusta. L’argomento è stato collocato nel quadro di un impegno tecnico ed economico continuo, richiesto sia dalla necessità di ridurre le perdite sia dall’obiettivo di rafforzare la sicurezza del sistema.
Disponibilità idrica in calo e pressione climatica
Mazzarella ha riportato un dato che ha attraversato più interventi della mattinata: la disponibilità idrica risulterebbe diminuita di circa il 20 per cento rispetto alle serie storiche del passato. Il riferimento al contesto mediterraneo, definito come area particolarmente esposta dagli studi sul clima, è servito a collocare il caso italiano in una dimensione più ampia. Il dato, nella logica del Blue Book, non è stato usato per descrivere una situazione contingente, ma per segnalare la necessità di una pianificazione più attenta e stabile. Alla pressione climatica, è stato osservato, si aggiungono le trasformazioni demografiche e il peso crescente degli investimenti richiesti per garantire qualità, sicurezza e continuità del servizio. Sul fronte degli investimenti, il rapporto restituisce un quadro in miglioramento. Mazzarella ha spiegato che i dati raccolti dagli osservatori mostrano una crescita costante nel tempo, favorita sia dall’avvio della regolazione ARERA sia dall’introduzione della qualità tecnica. Tuttavia, è stato precisato che l’Italia non ha ancora raggiunto il valore medio di 100 euro per abitante considerato come riferimento nelle gestioni europee. La distanza rispetto a questo benchmark viene registrata da anni e segnala la necessità di mantenere una dinamica di spesa elevata anche nel futuro. La lettura proposta è stata quindi duplice: da un lato c’è una traiettoria positiva, dall’altro resta una distanza da colmare.
Il PNRR come acceleratore di capacità
Nel ricostruire l’evoluzione recente del comparto, Mazzarella ha attribuito al PNRR un ruolo di acceleratore, non solo sul piano delle risorse ma anche su quello delle competenze. Il Piano, ha detto, ha lasciato effetti positivi di natura strutturale, perché i gestori hanno sviluppato una maggiore capacità di programmazione e di realizzazione degli interventi. Questo elemento è stato presentato come uno dei dati più incoraggianti della fase attuale: il settore, pur di fronte a un quadro complesso, ha rafforzato le proprie competenze operative. Proprio per questo, la preoccupazione diffusa non riguarda tanto la capacità di investire, quanto la disponibilità di strumenti stabili che rendano possibile proseguire lungo la stessa direzione. La fase successiva alla conclusione del PNRR ha costituito uno dei punti più discussi della presentazione. Diversi interventi hanno richiamato il rischio che, una volta terminata la spinta straordinaria del Piano, si apra una fase di riduzione degli investimenti. Marinali ha richiamato la necessità di una riflessione specifica sul mantenimento dei livelli raggiunti. Barrile ha posto il tema della continuità della spesa come condizione per non compromettere i risultati conseguiti. Mazzarella ha segnalato che i dati prospettici mostrano una capacità programmatica cresciuta rispetto al passato. Tutti, tuttavia, hanno convenuto sul fatto che la tariffa da sola non può farsi carico dell’intero fabbisogno richiesto dal settore.
Il confronto con ARERA
In collegamento è intervenuto Massimo Ricci, nuovo direttore dell’Area Ambiente di ARERA, chiamato a rappresentare il nuovo punto di riferimento dell’Autorità per i settori dell’ambiente e dell’acqua. Ricci ha spiegato di essere in una fase iniziale di lavoro, ma ha comunque indicato alcune linee di attenzione. La prima riguarda l’allargamento della visione oltre il perimetro stretto del servizio idrico integrato, nella convinzione che le sfide attuali richiedano un approccio intersettoriale. Acqua, energia, stoccaggio, investimenti e monitoraggio dei dati sono stati da lui richiamati come elementi che non possono più essere considerati separatamente. Ha inoltre confermato la volontà dell’Autorità di avviare a breve audizioni e confronti con gli operatori.
La qualità tecnica e il tema della remunerazione
Uno degli spunti più discussi dell’intervento di Ricci ha riguardato il rapporto tra qualità tecnica e remunerazione. Il direttore dell’Area Ambiente ha osservato che alcuni parametri di qualità non risultano direttamente collegati alla remunerazione e ha definito questo aspetto meritevole di attenzione. Nel suo ragionamento, l’allineamento tra interesse economico e prestazioni del servizio rappresenta una leva importante per orientare i comportamenti dei gestori. Ricci ha anche richiamato il valore dei dati e delle procedure di validazione, sottolineando che la loro rilevanza cresce quando sono destinati a produrre effetti economici e regolatori.
Il videomessaggio del viceministro Vannia Gava
A nome del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica è intervenuta, con un videomessaggio, la viceministro Vannia Gava. Nel suo contributo ha richiamato alcuni indicatori di criticità ancora presenti nel sistema, a partire da perdite di rete stimate intorno al 38 per cento, dai divari territoriali e dalla persistenza di gestioni frammentate. Gava ha ricordato le risorse mobilitate con il PNRR, pari a oltre 4 miliardi di euro per il settore idrico, e ha menzionato anche il PNISI, presentato come una leva ulteriore per sicurezza e resilienza delle infrastrutture. Anche nel suo intervento è emersa l’idea che il nodo principale riguardi il passaggio a una fase ordinaria, nella quale il sostegno al settore dovrà trovare canali diversi da quelli straordinari.
One Water e il forum euromediterraneo
La prospettiva internazionale è stata portata in sala da Maria Spena, presidente del comitato One Water, che ha annunciato il primo Forum Euromediterraneo dell’Acqua, in programma a Roma, alla Nuvola, dal 29 settembre al 2 ottobre. Spena ha spiegato che l’iniziativa nasce dal lavoro sviluppato per la candidatura italiana al World Water Forum e punta ad allargare il confronto a tutto lo spazio euromediterraneo, inclusi i Balcani. I temi indicati sono stati molteplici: cooperazione, accesso all’acqua, infrastrutture, blue economy, blue finance, piano Mattei e ruolo della società civile. Nello stesso contesto troverà spazio anche il Festival dell’Acqua, grazie a un partenariato con Utilitalia annunciato nel corso della mattinata.
La governance come scelta industriale
Sul tema della governance è intervenuta anche Monica Manto, che ha riportato il ragionamento su un piano esplicitamente industriale. Nel suo intervento ha descritto l’acqua come un’infrastruttura economica abilitante e al tempo stesso come un bene comune. Da questa doppia natura deriva, secondo Manto, il fatto che le decisioni su allocazione della risorsa, investimenti e accesso al servizio non possano essere considerate neutre. La governance, in questa prospettiva, non riguarda soltanto la struttura giuridica dei gestori, ma la loro capacità organizzativa, industriale e finanziaria. Il tema non è stato quindi posto nei termini della proprietà pubblica o privata, ma in quelli dell’efficienza e della qualità del servizio che il modello di gestione è in grado di garantire.
Gli idrobond e la finanza dedicata
Nel corso della presentazione, Manto ha richiamato l’esperienza degli idrobond sviluppata in Veneto come esempio di possibile finanza innovativa applicata al comparto idrico. La logica illustrata è quella di strumenti emessi non dal singolo gestore ma da un insieme di soggetti con caratteristiche omogenee, così da ampliare la capacità di raccolta e sostenere investimenti di dimensione maggiore. Il riferimento quantitativo portato al tavolo è stato di 1,03 miliardi di euro di obbligazioni dedicate. Il punto, condiviso anche da altri relatori, è che il settore ha bisogno di soluzioni che accompagnino il ciclo finanziario degli investimenti, soprattutto quando tra realizzazione dell’opera e incasso dei contributi si genera un differenziale temporale che pesa sulla liquidità e rallenta i programmi.
Dal Fabbro e la politica industriale dell’acqua
Il presidente di Utilitalia Luca Dal Fabbro ha riportato l’attenzione sul tema della politica industriale. Il settore, ha ricordato, investe attualmente circa 4 miliardi di euro all’anno, ma per affrontare il prossimo decennio ne servirebbero almeno 6 miliardi. Dal Fabbro ha allargato il ragionamento oltre gli usi civili e agricoli, indicando come la domanda d’acqua sia destinata a crescere anche per i cicli industriali, per il raffreddamento dei data center e per altre esigenze connesse alla trasformazione energetica e tecnologica del Paese. In questa cornice, ha sostenuto che l’acqua non può più essere trattata come una disponibilità implicita: deve essere assunta come infrastruttura strategica da sostenere con strumenti coerenti, sia sul piano finanziario sia su quello organizzativo.
Invasi, raccolta delle acque e capacità di lungo periodo
Dal Fabbro ha inoltre dedicato un passaggio al tema degli invasi e della raccolta delle acque meteoriche, considerato una delle questioni aperte del sistema italiano. Il dato richiamato è stato quello del passaggio dal 17 per cento di acqua meteorica raccolta nel 1970 all’11 per cento attuale. In parallelo, ha evidenziato la capacità del sistema industriale italiano nel campo delle tecnologie e delle opere legate all’acqua, richiamando il ruolo delle imprese nella depurazione, nella costruzione di dighe e nelle infrastrutture. L’indicazione, anche in questo caso, è stata quella di una necessità di visione di lungo periodo, fondata su programmazione, investimenti e uso coordinato delle leve disponibili, comprese quelle offerte da soggetti come la Banca europea per gli investimenti.
Dalla presentazione del Blue Book 2026 è emersa un’immagine del servizio idrico integrato come settore che ha rafforzato negli ultimi anni la propria capacità di investimento e programmazione, ma che resta esposto a criticità strutturali. La scarsità della risorsa, la frammentazione gestionale, il peso delle infrastrutture vetuste e l’incertezza sul finanziamento della fase post-PNRR hanno attraversato tutti gli interventi. Accanto a questi nodi, però, sono stati indicati anche alcuni punti di appoggio: la regolazione, la crescita della qualità tecnica, la disponibilità di dati più solidi, la maggiore capacità dei gestori e la ricerca di nuovi strumenti finanziari. Il confronto di Montecitorio ha restituito così un messaggio lineare: il settore non chiede una parentesi straordinaria, ma condizioni stabili per continuare a investire e per affrontare con strumenti ordinari una questione che ordinaria non è più.
