Roma, 11 marzo - Il primo Forum Machiavelli Innovazione ha messo al centro un nodo destinato a incidere sempre di più sulle politiche industriali, energetiche e digitali del Paese: il ruolo dei data center nello sviluppo italiano ed europeo. Dalla discussione è emersa con chiarezza una convinzione condivisa dai partecipanti: la crescita dell’economia dei dati, l’espansione dell’intelligenza artificiale e la necessità di rafforzare l’autonomia strategica nazionale impongono di considerare i centri dati non come semplici infrastrutture tecniche, ma come un elemento strutturale della competitività. Allo stesso tempo, il confronto ha evidenziato un altro aspetto della questione, cioè il forte fabbisogno energetico di queste infrastrutture, in una fase internazionale segnata da tensioni geopolitiche, rincari dell’energia e urgenza di accelerare la transizione verso fonti meno emissive. Il forum ha così offerto una lettura integrata di due processi spesso trattati separatamente, ma ormai strettamente intrecciati: la transizione digitale e la transizione energetica.
Un confronto nel pieno di una fase delicata
Ad aprire i lavori è stato il presidente del gruppo di Forza Italia alla Camera, Paolo Barelli, che ha collocato immediatamente il tema del convegno dentro il quadro internazionale e nazionale più ampio. Barelli ha sottolineato come il momento scelto per discutere di data center e innovazione sia particolarmente complesso, dal momento che le esigenze di energia necessarie alla trasformazione tecnologica si confrontano con una crisi geopolitica che ha reso ancora più instabili i mercati.
Nel suo intervento, il capogruppo di Forza Italia ha richiamato le difficoltà di un Paese come l’Italia, che non essendo un produttore rilevante di energia soffre più di altri gli effetti delle tensioni globali. Ha insistito sul fatto che il governo è impegnato sia sul piano internazionale, per sostenere processi di distensione e di soluzione diplomatica delle crisi, sia sul piano interno, per individuare misure capaci di attenuare l’impatto del caro energia su imprese e famiglie.
Il riferimento alle misure già adottate per contenere il costo dell’energia ha assunto anche un valore politico nel suo discorso. Barelli ha ricordato che gli interventi messi in campo nelle settimane precedenti sono stati in larga parte neutralizzati dagli sviluppi internazionali successivi, che hanno aggravato ulteriormente il contesto. Il tema dell’innovazione, quindi, non è stato presentato come una questione astratta o puramente tecnologica, ma come un dossier che si inserisce in una congiuntura fragile, nella quale la disponibilità e il costo dell’energia condizionano le possibilità stesse di modernizzazione del sistema produttivo.
Data center e consumi energetici
Il nesso tra centri dati ed energia è stato sviluppato in modo più diretto da Luca Squeri, intervenuto per rimarcare come i data center siano oggi uno degli snodi principali dell’incontro tra trasformazione digitale e politica energetica. Nella sua lettura, l’espansione dei centri dati non può essere affrontata senza tener conto del rilevante incremento dei consumi energetici che essa comporta.
Squeri ha insistito su un punto preciso: la domanda di energia legata ai data center dovrà essere soddisfatta in misura crescente con fonti non fossili. Questa è la vera difficoltà per un sistema come quello italiano, che resta ancora fortemente dipendente dalle fonti tradizionali. Il problema, quindi, non consiste soltanto nell’aumentare la disponibilità di energia, ma nel farlo compatibilmente con gli obiettivi di decarbonizzazione e con l’esigenza di tenere sotto controllo i costi.
Nel suo intervento, questo equilibrio è stato definito come il passaggio da un “dilemma” a un “trilemma”: alla necessità di garantire sicurezza energetica e prezzi sostenibili si aggiunge infatti l’obiettivo della decarbonizzazione. È una formulazione che restituisce bene la complessità della questione. I data center, osservati in questa prospettiva, obbligano il decisore pubblico a tenere insieme tre priorità che spesso tendono a entrare in tensione fra loro.
Il ritorno del nucleare nel dibattito politico
Proprio a partire da questa difficoltà, Squeri ha rivendicato la scelta del governo di riportare il tema del nucleare al centro della discussione politica e parlamentare. Nel suo discorso, il nucleare è stato presentato come una delle possibili risposte strutturali al fabbisogno di energia connesso alla crescita della domanda digitale, e più in generale come una tecnologia in grado di contribuire a sicurezza degli approvvigionamenti, contenimento dei costi e decarbonizzazione.
Squeri ha richiamato il disegno di legge in discussione in Commissione, sostenendo che il percorso normativo dovrebbe portare all’approvazione del provvedimento entro l’estate. Il punto politico del suo ragionamento è stato chiaro: per governare il rapporto tra innovazione digitale e transizione energetica non bastano misure occasionali, ma occorrono scelte strategiche capaci di incidere sulla struttura futura del mix energetico nazionale.
In questa cornice, il richiamo alle grandi imprese tecnologiche internazionali ha avuto una funzione esemplificativa. Secondo Squeri, gruppi come Microsoft, Amazon e Google si stanno già muovendo da tempo per assicurarsi forniture energetiche coerenti con le proprie prospettive industriali, e in diversi casi hanno guardato anche al nucleare come strumento utile a sostenere l’espansione dell’economia digitale.
L’intelligenza artificiale come cambio di paradigma
Squeri ha poi allargato il focus dall’infrastruttura materiale dei data center al fenomeno che più di ogni altro ne alimenta oggi l’espansione: l’intelligenza artificiale.
Squeri ha proposto una lettura dell’intelligenza artificiale come rottura rispetto al paradigma con cui intere generazioni si sono formate. Nel modello tradizionale, ha osservato, il sapere acquisito attraverso studio ed esperienza veniva misurato e certificato sulla base delle risposte fornite. Oggi, invece, con sistemi che danno accesso a una massa di conoscenze praticamente inesauribile, a cambiare è il criterio stesso della competenza: non conta più soltanto possedere risposte, ma saper formulare domande efficaci.
“Non sarà più in base alle risposte che noi diamo sulla nostra conoscenza, ma la capacità di fare domande”. La frase riassume bene il senso del cambiamento evocato al forum. L’intelligenza artificiale non viene descritta come un semplice strumento aggiuntivo, ma come un fattore che modifica le categorie attraverso cui si costruisce e si valuta la conoscenza.
L’ambizione del Forum Machiavelli Innovazione
A spiegare il senso dell’iniziativa è stato poi il presidente della Fondazione Machiavelli, Daniele Scalea, che ha presentato il forum come il primo appuntamento di un nuovo percorso dedicato all’innovazione. Nel suo intervento ha ricordato che la fondazione, negli ultimi anni, ha già promosso altri momenti di approfondimento tematico, come il forum sulla difesa e quello sulla cultura, con l’obiettivo di costruire spazi di confronto riconoscibili nel dibattito pubblico nazionale.
L’intenzione, in questo caso, è di fare del forum sull’innovazione un luogo stabile di discussione su un fenomeno che definisce la fase storica attuale. Il presidente della fondazione ha insistito sull’idea dell’accelerazione tecnologica come tratto distintivo del presente, ricostruendo in modo sintetico l’evoluzione di diversi ambiti, dai trasporti alla comunicazione, fino al calcolo. In tutti questi campi, il tempo necessario al passaggio da una grande innovazione all’altra si è progressivamente accorciato.
Questa accelerazione, nella lettura proposta, è la chiave per comprendere la centralità dell’intelligenza artificiale e delle infrastrutture che la rendono possibile. Vivere in questa fase iniziale del suo sviluppo è stato descritto come una condizione al tempo stesso privilegiata e impegnativa: privilegiata perché si assiste a una trasformazione destinata a entrare nei libri di storia, impegnativa perché istituzioni, imprese e società devono trovare il punto di equilibrio tra sostegno all’innovazione, accompagnamento dei processi e regolazione.
La strategia nazionale per attrarre investimenti
Il ministro Urso ha poi illustrato gli strumenti con cui il governo intende accompagnare questa crescita. Il riferimento principale è alla strategia nazionale per l’attrazione degli investimenti esteri nei data center, che viene presentata come il quadro entro cui ordinare l’espansione del comparto. L’obiettivo non è soltanto incentivare i nuovi insediamenti, ma farlo con criteri di maggiore uniformità e prevedibilità.
Tra i punti richiamati dal ministro figurano la semplificazione delle autorizzazioni, la costruzione di un quadro normativo più omogeneo, lo sviluppo delle competenze necessarie e l’individuazione delle aree più idonee a ospitare nuovi data center. Sono elementi che rispondono a un problema noto: la crescita del settore rischia di essere rallentata non tanto dalla mancanza di interesse industriale quanto da procedure complesse, frammentazione amministrativa e carenza di professionalità specializzate.
In questa parte del suo intervento, Urso ha collegato i data center a una visione più ampia di politica industriale. Le infrastrutture digitali non vengono considerate un segmento isolato, ma un tassello di una strategia che punta a rafforzare la posizione dell’Italia nelle filiere ad alto valore aggiunto. Da qui anche il richiamo alla necessità di trasformare la capacità di attrarre investimenti in un vantaggio strutturale e duraturo.
La filiera italiana dell’intelligenza artificiale
Nel videomessaggio, il ministro ha dedicato ampio spazio anche alla costruzione di una filiera nazionale dell’intelligenza artificiale. L’argomento si lega direttamente ai data center, perché la capacità di calcolo rappresenta la base materiale su cui poggia lo sviluppo di queste tecnologie. Per questa ragione, il rafforzamento dell’ecosistema AI è stato presentato come parte integrante della stessa strategia.
Urso ha rivendicato il fatto che l’Italia sia stata la prima in Europa ad approvare una legge sull’intelligenza artificiale e ha richiamato altri strumenti già attivati o in fase di sviluppo. Tra questi figurano il fondo di Cassa Depositi e Prestiti dedicato al settore, con una dotazione di 450 milioni di euro per le tecnologie emergenti, l’attività delle AI Factory presso il Tecnopolo di Bologna, la fondazione AI for Industry di Torino e la candidatura italiana a ospitare una delle future gigafactory europee dell’intelligenza artificiale.
Il disegno che emerge è quello di una filiera che dovrebbe unire ricerca, capacità di calcolo, finanza pubblica e ricadute industriali. In questo quadro assume rilievo anche il riferimento alle piccole e medie imprese, che secondo il ministro devono poter accedere a questa capacità di calcolo per trasformare l’innovazione tecnologica in crescita produttiva. L’intelligenza artificiale, dunque, non viene presentata solo come settore avanzato per grandi gruppi, ma come leva potenziale per il tessuto imprenditoriale diffuso.
Made in Italy 2030 e transizione industriale
L’intervento di Urso ha infine ricondotto la politica sui data center e sull’intelligenza artificiale alle linee del Libro bianco Made in Italy 2030. Il riferimento è importante perché colloca la questione dentro una visione di lungo periodo della trasformazione industriale italiana. Il digitale, in questa impostazione, non è un ambito separato dal manifatturiero tradizionale, ma un fattore trasversale che deve accompagnare l’evoluzione di tutti i settori.
La transizione, ha lasciato intendere il ministro, non riguarda soltanto i comparti più innovativi in senso stretto. Anche le filiere storiche del Made in Italy sono chiamate a incorporare nuove tecnologie, nuovi modelli organizzativi e nuove infrastrutture. I data center e la capacità di calcolo, quindi, diventano un’infrastruttura di base non solo per l’economia digitale in senso stretto, ma per l’intero sistema produttivo nazionale.
In questo senso, il messaggio politico emerso dal videointervento è di integrazione tra digitale, industria e transizione verde. L’innovazione tecnologica viene descritta come una leva da governare in chiave industriale, e non solo come un settore specialistico. Il valore del forum, agli occhi del ministro, sta proprio nella capacità di contribuire all’elaborazione di politiche efficaci e di progetti concreti che mettano in relazione competenze, ricerca e impresa.
La priorità energetica secondo Pichetto Fratin
Anche il videomessaggio del ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, ha confermato la centralità dei data center nella visione del governo. Il ministro ha parlato di uno “sviluppo omogeneo” dei centri dati sul territorio nazionale come di una grande priorità, strettamente collegata al ruolo che l’Italia può giocare tanto nel settore energetico quanto in quello digitale.
Il suo intervento ha posto l’accento soprattutto sulla domanda energetica destinata a crescere in modo esponenziale nei prossimi anni. Dentro questo scenario, i nuovi data center sono stati definiti “una necessità assoluta” e “un vero asset”. Si tratta di una formulazione che attribuisce a queste infrastrutture una funzione strategica, ma che allo stesso tempo segnala l’urgenza di pianificare per tempo le condizioni energetiche che ne renderanno possibile l’espansione.
La prospettiva proposta da Pichetto Fratin conferma quanto emerso anche negli altri interventi: non esiste più una politica dei data center che possa essere pensata separatamente dalla politica energetica. La crescita del comparto dipenderà dalla capacità di assicurare approvvigionamenti adeguati, reti efficienti, procedure snelle e un percorso credibile di transizione verso fonti meno emissive.
Un’agenda che intreccia governo, industria e territori
Nel complesso, dal forum è emersa un’agenda articolata che coinvolge livelli diversi di decisione. C’è un piano geopolitico, che riguarda la posizione dell’Italia nel Mediterraneo e in Europa. C’è un piano industriale, che riguarda l’attrazione di investimenti, la crescita di un ecosistema tecnologico e il rafforzamento della capacità di calcolo. E c’è un piano energetico e territoriale, che riguarda la localizzazione dei nuovi impianti, la sostenibilità dei consumi e il rapporto con le infrastrutture esistenti.
Ciò che rende rilevante questo intreccio è il fatto che i data center non sono più percepiti come una semplice specializzazione tecnica. Sono ormai considerati infrastrutture critiche per la sovranità digitale, per la competitività delle imprese e per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale. Da qui la necessità, ribadita in più passaggi, di una governance pubblica capace di accompagnarne la crescita senza disperdere opportunità.
Resta naturalmente aperta la questione di come tradurre queste linee in risultati concreti. Molto dipenderà dall’effettiva capacità di semplificare le procedure, di rafforzare il coordinamento tra amministrazioni, di mettere a disposizione energia sufficiente e di costruire competenze adeguate. Ma il forum ha avuto il merito di mostrare che la discussione non è più marginale. Il tema dei data center entra stabilmente nel perimetro delle grandi politiche industriali e strategiche del Paese.
Una discussione destinata a proseguire
Il primo Forum Machiavelli Innovazione ha dunque restituito l’immagine di un settore in rapida espansione, ma anche di un passaggio politico e amministrativo ancora in costruzione. I contributi dei rappresentanti istituzionali e dei promotori dell’iniziativa hanno mostrato una convergenza di fondo sull’importanza dei data center e sulla necessità di collegarli a una più ampia strategia nazionale su energia, digitale e intelligenza artificiale.
Nel confronto è emersa anche una certa consapevolezza della posta in gioco culturale e sociale. L’innovazione non è stata rappresentata soltanto come un fattore di crescita economica, ma come un processo che modifica il rapporto con la conoscenza, con il lavoro e con le forme della decisione pubblica. Per questo la riflessione sulle infrastrutture è stata accompagnata, in più momenti, da una riflessione sul senso e sugli effetti della trasformazione tecnologica.
Il risultato è un quadro nel quale l’Italia prova a candidarsi a un ruolo più centrale, sapendo però che tale ambizione richiede coerenza, investimenti, scelte energetiche e capacità di governo. Il forum ha indicato una direzione politica precisa: fare dei data center e della capacità di calcolo un asse della strategia industriale nazionale. Da ora in poi la misura di questa ambizione sarà nella capacità di passare dagli annunci all’attuazione.
