Roma, 10 marzo - L’evento promosso da Formiche Tech Agenda 2030 ha messo al centro una questione che negli ultimi anni si è consolidata fino a diventare strutturale: la tecnologia non è più soltanto una leva di crescita economica, ma una componente decisiva degli equilibri geopolitici, industriali e di sicurezza. Il confronto ha preso avvio in un contesto internazionale segnato dall’aggravarsi delle tensioni in Medio Oriente e dal consolidarsi della competizione tra blocchi. In questo quadro, il rapporto tra Europa e Stati Uniti è stato descritto non come una relazione facoltativa, ma come una necessità strategica. Dai saluti istituzionali agli interventi di policy maker, rappresentanti d’impresa ed esperti, è emersa una linea comune: il futuro dell’Occidente dipenderà dalla capacità di costruire una cooperazione tecnologica stabile, realistica e orientata ai risultati, senza sottovalutare il ritardo europeo né la pressione esercitata dalla Cina sul terreno industriale, normativo e infrastrutturale.
La cornice geopolitica dell’incontro
Ad aprire la discussione è stato il vicepresidente della Camera Giorgio Mulè, presente con un videomessaggio. Mulè ha osservato che la competizione tecnologica non può essere ridotta a una sfida di mercato o a una corsa all’innovazione in senso stretto. Il punto, secondo il vicepresidente della Camera, è di sistema: decidere oggi dove vogliano collocarsi Europa e Occidente nel nuovo assetto globale.
Nel suo messaggio ha insistito sul rapporto tra intelligenza artificiale, robotica umanoide e capacità strategica, ricordando come la Cina abbia compiuto progressi significativi e come gli Stati Uniti restino un attore centrale per capacità di investimento e costruzione di alleanze. Il nodo, però, non è soltanto quello della potenza economica. Mulè ha richiamato la necessità che la cooperazione tecnologica sia ancorata a principi e valori condivisi, con la persona posta al centro e con un’attenzione specifica ai rischi di un uso delle nuove tecnologie orientato solo al profitto o al controllo. In questa prospettiva, il paper presentato durante l’evento è stato indicato come una base utile per partire dai dati e non da proiezioni astratte.
Tecnologia e alleanza indispensabile
L'evento ha visto la partecipazione del viceministro delle Imprese e del Made in Italy Valentino Valentini. Nel suo intervento Valentini ha chiarito di voler collocare il tema dell’innovazione dentro l’emergenza storica del presente, segnata da un Medio Oriente attraversato da un conflitto ad alta intensità e da una più ampia fragilità dell’ordine internazionale. In questo contesto, ha sostenuto, la frattura tecnologica non coincide con una semplice frattura industriale: è una frattura che attraversa i valori, i sistemi politici, le forme della convivenza.
Il viceministro ha sintetizzato il senso del suo ragionamento con la frase: “L’interoperabilità tecnologica è interoperabilità democratica”. La formula è servita per sostenere che infrastrutture incompatibili, standard divergenti e sistemi chiusi non producono solo inefficienze, ma minano il tessuto di regole e fiducia su cui si regge l'occidente. Per questo, l’alleanza tra Europa e Stati Uniti è stata definita “indispensabile”: non perché priva di tensioni, ma perché la sua alternativa sarebbe l’irrilevanza.
Valentini ha poi richiamato più volte Mario Draghi, facendo propria la diagnosi secondo cui l’Europa non difetta di idee o di ricerca, ma di capacità di trasformare l’innovazione in commercializzazione e scala industriale. La debolezza europea, nella sua lettura, non risiede dunque solo nei laboratori o nelle università, ma nella difficoltà di costruire campioni competitivi globali, sostenuti da capitali privati e da un mercato veramente integrato.
I punti di forza europei e i limiti strutturali
Nella parte centrale del suo intervento, Valentini ha ricordato che l’Europa non parte da zero. Ha citato asset concreti e già esistenti: ASML nel campo della fotolitografia avanzata, i programmi Galileo e Copernicus, il posizionamento europeo nel quantum computing, oltre a un mercato di circa 450 milioni di consumatori e a una base manifatturiera e scientifica di primo piano. Anche l’Italia, in questo disegno, è stata descritta come un attore che può portare un contributo significativo.
Il problema, ha aggiunto, è che questi vantaggi non si sono ancora tradotti in una forza industriale sufficiente. Le cause sono note: frammentazione del mercato unico digitale, insufficienza del capitale di rischio, tendenza regolatoria a privilegiare la protezione senza trovare un equilibrio con la competitività. Da qui il richiamo alla Capital Markets Union, agli strumenti per la crescita dimensionale delle imprese e a una volontà politica che finora, secondo Valentini, non è stata adeguata alla sfida.
Un altro aspetto rilevante del suo intervento ha riguardato la natura asimmetrica della cooperazione transatlantica. Non si tratta più solo di un rapporto tra governi. Il campo tecnologico vede agire insieme istituzioni europee, Stati nazionali e grandi imprese private, spesso con interessi non perfettamente sovrapponibili. La questione, ha detto, è come costruire un’alleanza che includa questi soggetti senza diventarne ostaggio.
Sovranità, cloud e “sovereignty by design”
Nel ragionamento di Valentini, il concetto di sovranità digitale non è stato inteso come chiusura o come costruzione di barriere nei confronti degli operatori globali. Al contrario, ha insistito sull’idea che l’Europa debba co-progettare con le grandi aziende tecnologiche le soluzioni che intende adottare. È qui che ha introdotto il concetto di “sovereignty by design”, cioè una sovranità incorporata fin dall’inizio nella progettazione di infrastrutture e servizi.
L’esempio del cloud sovrano è servito proprio a spiegare questo approccio. L’obiettivo, nella sua impostazione, non è imporre standard a posteriori, ma definire ex ante, insieme ai grandi attori tecnologici, i requisiti di sicurezza, localizzazione dei dati, interoperabilità e controllo. In questo modo la conformità alle regole europee non diventa un costo esterno, ma una componente competitiva della soluzione tecnologica. Si tratta di una posizione che prova a evitare sia il dirigismo regolatorio sia la delega implicita ai grandi hyperscaler nella definizione dell’agenda europea.
Il fattore Cina nella visione del Senato
Il presidente della Commissione Politiche dell’Unione europea del Senato, Giulio Terzi di Sant’Agata, ha inserito la riflessione su tecnologia e alleanza transatlantica dentro una lettura più esplicitamente geopolitica e securitaria. Dopo aver richiamato il ruolo del rapporto CEPA e il contributo di Roberto Baldoni, Terzi ha concentrato l’attenzione sulla Cina e sul suo allineamento crescente con Russia e Iran.
Nel suo intervento ha collegato la competizione tecnologica direttamente al tema delle supply chain affidabili, della sicurezza dei dati e della disinformazione. Ha descritto il blocco costituito da Pechino, Mosca e Teheran come un insieme di attori che agiscono anche nel dominio cognitivo, facendo uso di strumenti digitali e intelligenza artificiale per influenzare il dibattito pubblico occidentale, amplificare narrazioni ostili e destabilizzare le società democratiche. In questo quadro, la tecnologia non è neutrale e non è confinata all’economia: incide sulla formazione dell’opinione pubblica, sui conflitti, sulla tenuta dei sistemi aperti.
Terzi ha espresso attenzione anche verso il regolamento europeo sull’intelligenza artificiale, sostenendo che il rinvio della sua entrata in vigore fosse una scelta corretta. Il punto, secondo il senatore, è evitare un disallineamento permanente tra velocità normativa e velocità dell’evoluzione tecnologica. La riflessione europea sui valori e sulla centralità della persona resta necessaria, ma non può tradursi in un divario crescente tra norme e realtà.
La posizione americana e l’asse con l’Italia
A nome dell’ambasciata degli Stati Uniti in Italia è intervenuta Marta Youth, vice capo missione, che ha ribadito come la leadership tecnologica nell’intelligenza artificiale sia una componente centrale dell’agenda di sicurezza nazionale americana. Nel suo intervento, ha descritto l’amministrazione statunitense come orientata a rafforzare la propria capacità di produzione energetica e di calcolo per sostenere la prossima generazione di applicazioni in AI, biotecnologie e tecnologie quantistiche.
Youth ha condiviso l’impostazione di fondo del rapporto CEPA, secondo cui solo una partnership tra Stati Uniti ed Europa può garantire una reale autonomia dalla Cina. Ha insistito sul fatto che l’economia transatlantica integrata offre un vantaggio competitivo superiore a quello di qualsiasi avversario strategico, ma ha anche avvertito contro il rischio che la sovranità digitale venga usata come strumento protezionistico per escludere fornitori non europei. Una scelta di questo tipo, nella sua lettura, finirebbe per rallentare l’Europa anziché rafforzarla.
In questo passaggio è emersa con chiarezza una linea politica: favorire piattaforme di investimento semplici, rimuovere duplicazioni regolatorie e accelerare l’adozione delle tecnologie di frontiera. L’Italia è stata indicata come un partner particolarmente rilevante, sia per il rapporto politico con Washington sia per il ruolo che può esercitare a Bruxelles.
Il rapporto CEPA e l’idea di interdipendenza strategica
La keynote di Alina Poliakova, presidente del Center for European Policy Analysis di Washington, ha dato forma teorica e operativa all’impianto complessivo dell’incontro. Poliakova ha spiegato che la motivazione del rapporto Tech 2030 nasce dall’esigenza di costruire un’agenda positiva, pragmatica e non reattiva per la cooperazione tra Stati Uniti ed Europa. Il punto di partenza è che la volatilità politica, ormai, è la norma su entrambe le sponde dell’Atlantico, ma non per questo può essere smarrita la dimensione strategica del partenariato.
Il cuore del suo ragionamento è stato il confronto con la Cina. Poliakova ha richiamato i lavori in corso a Pechino sul nuovo piano quinquennale, evidenziando gli obiettivi cinesi in materia di adozione dell’intelligenza artificiale, capacità industriale, semiconduttori, standard globali e infrastrutture digitali. A suo giudizio, la traiettoria cinese non solo è chiara, ma è accompagnata da target concreti e da una disciplina di esecuzione che in Occidente manca.
Da qui la domanda che ha attraversato tutto il suo intervento: se la Cina ha un piano, qual è il piano dell’Occidente? La risposta del rapporto CEPA è una roadmap fondata su standard condivisi, controlli all’export, investimenti coordinati, filiere integrate e valorizzazione delle complementarità. Poliakova ha sostenuto che gli Stati Uniti guidano in modo netto sull’innovazione tecnologica e sul capitale privato, mentre l’Europa può portare forza industriale, capacità nella manifattura avanzata, talenti, leadership in alcuni segmenti come la litografia, il biotech, il quantum e le infrastrutture di base della corsa all’AI.
Oltre la sovranità digitale, verso il pragmatismo
Uno dei passaggi di Poliakova ha riguardato la critica alla nozione di sovranità digitale intesa come alternativa sistemica alla cooperazione con gli Stati Uniti. A suo avviso, l’Europa non dispone oggi di alternative realistiche agli hyperscaler americani nel cloud e nelle infrastrutture di scala. Per questo, perseguire una strategia di “de-risking” dagli Stati Uniti o di autonomia digitale piena significherebbe muoversi verso obiettivi non raggiungibili nel medio periodo.
La proposta avanzata è quella di una “strategic interdependence”, un’interdipendenza strategica che non neghi le asimmetrie ma le organizzi in modo produttivo. In questa prospettiva, l’Europa non dovrebbe concentrare le proprie energie nel competere dove non ha scala sufficiente, bensì nel rafforzare i propri punti di forza e integrarli con l’ecosistema americano. È una linea che ha trovato eco anche nel panel successivo.
Il possibile ruolo italiano
Ylenja Lucaselli ha sostenuto che l’Italia può aspirare a diventare un hub mediterraneo dell’innovazione e una piattaforma europea di cooperazione con gli Stati Uniti. Ha richiamato il PNRR, gli investimenti sulla digitalizzazione, la forza manifatturiera, l’aerospazio, la difesa e la posizione geografica come fattori che potrebbero consentire al Paese di svolgere una funzione di ponte tra Europa, Mediterraneo e Medio Oriente.
Nel suo intervento, il rapporto tra tech e geopolitica è stato descritto come il vero punto politico della discussione. Non si tratta soltanto di sostenere settori produttivi, ma di impedire che l’Europa resti spettatrice di decisioni prese altrove. L’Italia, in questa chiave, dovrebbe proporsi come luogo dove la cooperazione transatlantica si traduce in progetti concreti, con particolare attenzione alle filiere, alla sicurezza infrastrutturale e alle tecnologie dual use.
Il pragmatismo digitale visto dalle imprese
Giulia Gioffreda, Government Affairs and Public Policy Manager di Google Italia, ha ripreso il concetto di “pragmatismo digitale” per argomentare la necessità di una terza via tra chiusura e dipendenza. Secondo Gioffreda, la contrapposizione tra crescita e sovranità è in larga misura una falsa alternativa. Il punto è costruire soluzioni che consentano all’Europa di accedere alle tecnologie più avanzate mantenendo al contempo margini di controllo adeguati.
Ha indicato tre criteri. Il primo è usare la scelta tecnologica come moltiplicatore della crescita, evitando che le aziende restino vincolate a un solo fornitore e favorendo opzioni multi-cloud. Il secondo è l’interoperabilità, soprattutto considerando che gran parte del valore economico dell’intelligenza artificiale si genererà a livello applicativo. Il terzo è la sicurezza dei dati per i soggetti più sensibili, ottenuta attraverso partnership locali e soluzioni costruite per rispettare le specificità normative e operative nazionali.
Gabriele De Giorgi, senior manager public policy di Uber, ha spostato il focus sugli investimenti esteri e sulla capacità del Paese di attrarli. Ha osservato che l’Italia è oggetto di attenzione da parte di grandi gruppi internazionali, ma che resta necessario sbloccare alcuni elementi di sistema. In particolare, ha proposto di immaginare il Paese come una sorta di sandbox regolatoria, cioè un luogo in cui sperimentare nuovi modelli in un quadro certo, limitato nel tempo e costruito con il coinvolgimento delle istituzioni. Più che una deregulation, ha chiarito, si tratterebbe di dare prevedibilità a investitori e innovatori.
Flavio Arzarello, senior public policy manager di Meta, ha offerto una lettura molto diretta della situazione europea. Ha ricordato che la competizione sull’intelligenza artificiale e sul digitale è una competizione globale che riguarda sicurezza, leadership e modello di società. L’unica alternativa all’Occidente, ha osservato, è costituita dalle autocrazie e da una visione del digitale non fondata su libertà, apertura e trasparenza.
Sul piano economico, Arzarello ha richiamato alcuni indicatori che segnalano il ritardo europeo, a partire dal divario nel PIL pro capite rispetto agli Stati Uniti e dalla struttura delle principali imprese del continente, ancora prevalentemente legata a settori tradizionali. Ha poi insistito su un punto specifico: l’Europa ha accumulato un eccesso di norme e autorità di regolazione nel campo del digitale, con il risultato di aumentare complessità e costi di conformità.
Da qui la richiesta di una semplificazione non rinviabile. Arzarello ha menzionato l’AI Act, il GDPR e il Digital Omnibus, sostenendo che serva più ambizione e una guida politica più forte degli Stati membri. Senza questo salto, ha avvertito, il processo di semplificazione rischia di fallire e l’Europa di perdere un’occasione rilevante per recuperare competitività.
Dalla cooperazione tecnologica alla difesa
Il secondo panel ha spostato il discorso sul rapporto tra innovazione e difesa, mostrando come la frontiera tecnologica e quella militare siano ormai intrecciate. Roberto Baldoni ha affermato che i conflitti accelerano la storia e costringono a misurarsi con vulnerabilità accumulate nel tempo. A suo giudizio, l’Europa ha aumentato le proprie vulnerabilità negli ultimi quindici anni e oggi deve rispondere rapidamente a problemi che hanno una natura industriale, e dunque tempi di soluzione non immediati.
Baldoni ha descritto l’intelligenza artificiale come una risorsa strategica, già incorporata nei processi militari e rilevante per due grandi questioni: le armi autonome e il controllo di massa. In questo scenario, l’asse transatlantico resta essenziale, ma non può tradursi in un’accettazione passiva del ritardo europeo. Per essere credibile, l’Europa deve ridurre frammentazione normativa e industriale e costruire una forza tecnologica propria, capace di operare dentro l’alleanza senza dipendenze eccessive.
Nel suo intervento è emersa anche una critica netta all’idea di regolare tecnologie che non si producono e che, per molti aspetti, non si conoscono ancora nel profondo. Questo squilibrio, secondo Baldoni, espone l’Europa al rischio di un doppio errore: normare in ritardo e normare da una posizione di debolezza industriale.
Industria della difesa e innovazione di processo
Riccardo Breda, di Cisco Italia, ha insistito sui temi della modernizzazione, delle architetture software-defined, della sicurezza delle reti e della formazione del capitale umano. Il suo intervento ha sottolineato come il nuovo paradigma della difesa implichi che ogni asset fisico sia anche un asset digitale. Ciò richiede interconnessione, protezione dei dati, capacità di scala e soprattutto competenze diffuse.
Enrico Della Gatta, vicepresidente defense market business intelligence di Fincantieri, ha offerto una chiave di lettura utile sul caso statunitense. Richiamando l’esperienza della Defense Innovation Unit, ha spiegato che il punto non è copiare meccanicamente uno strumento nato nel 2015-2016, ma comprenderne la logica profonda. Quella struttura, ha detto, ha funzionato come traduttrice tra il Pentagono e la Silicon Valley, permettendo alle tecnologie commerciali di rispondere rapidamente a requisiti operativi e di attrarre capitali privati.
Il passaggio decisivo, nella sua ricostruzione, è che l’innovazione tecnologica diventa capacità reale solo se accompagnata da innovazione di processo: procurement più rapido, accesso al capitale, riconoscimento della domanda pubblica come volano industriale. Senza questi elementi, anche l’intuizione migliore resta un esercizio teorico. È una lezione che tocca da vicino anche l’Europa, dove spesso esistono competenze e tecnologie ma manca il dispositivo che le porti rapidamente a scala.
Un’agenda che chiede scelte politiche
Dall’insieme degli interventi è emerso un consenso abbastanza netto su alcuni punti. Il primo è che la sfida tecnologica ha assunto una natura strategica e sistemica. Il secondo è che la competizione con la Cina non può essere affrontata né da Washington né da Bruxelles in solitudine. Il terzo è che l’Europa deve risolvere problemi interni noti da tempo: frammentazione, eccesso di regolazione, debolezza del capitale di rischio, lentezza nell’esecuzione, difficoltà nel trasformare ricerca e competenze in imprese di scala globale.
L’Italia, in questo quadro, è stata rappresentata come un possibile facilitatore: un Paese in grado di mettere a sistema industria, posizione geografica, relazioni politiche e investimenti pubblici per candidarsi a piattaforma della cooperazione transatlantica. Ma il messaggio più ricorrente è stato un altro: senza scelte politiche chiare, coerenti e rapide, la discussione resterà una diagnosi ben formulata ma incompiuta.
L’incontro ha mostrato che esiste ormai un lessico condiviso tra istituzioni, imprese e centri di analisi: interoperabilità, filiere affidabili, pragmatismo digitale, semplificazione, interdipendenza strategica. La questione aperta riguarda la capacità di tradurre queste formule in strumenti, investimenti e regole funzionali. È su questo terreno che si misurerà la possibilità per Europa e Stati Uniti di restare il centro normativo, industriale e politico della trasformazione tecnologica in corso.
