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Approfondimenti

Le dichiarazioni dei redditi 2023: l'analisi IRPEF e delle altre imposte dirette e indirette per importi, tipologia dei contribuenti e territori negli ultimi 16 anni

Irpef, ceto medio e welfare: cosa dicono davvero i numeri

Alla Sala della Regina della Camera dei Deputati è stata presentata la dodicesima indagine del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali, sostenuta da CIDA, sulle dichiarazioni dei redditi 2023 (riferite all’anno fiscale 2024) e sull’andamento delle imposte negli ultimi sedici anni.
Un’analisi che va dritta al punto: chi paga davvero le tasse in Italia, quanto pesa l’IRPEF sul ceto medio, e quanto è sostenibile il nostro sistema di welfare.

A introdurre i lavori c’erano l’on. Paolo Barelli e il presidente di CIDA Stefano Cuzzilla, insieme ad Alberto Brambillae Paolo Novati di Itinerari Previdenziali e al prof. Nicola Quirino dell’Accademia della Guardia di Finanza. Hanno partecipato anche, con interventi video, l’on. Antonio Tajani e il viceministro Maurizio Leo.

I fatti principali: quanto dichiariamo, quanto paghiamo

Nel 2023 gli italiani hanno dichiarato 1.028 miliardi di redditi. Dopo deduzioni e imposte sostitutive, l’imponibile effettivo scende a 968 miliardi. L’IRPEF raccolta è di 207 miliardi, quasi tutta proveniente dall’imposta ordinaria.
Ma se si togliessero bonus e detrazioni stratificate dal 2015 in poi, il gettito potenziale salirebbe a 290 miliardi.

I dichiaranti sono 42,5 milioni, ma solo 33,5 milioni versano effettivamente almeno un euro di IRPEF. In pratica, quasi la metà del Paese non paga nulla.
Il risultato è uno sbilanciamento evidente: poco più del 27% dei contribuenti sostiene l’80% del gettito IRPEF, e il 17,17% (chi guadagna più di 35.000 euro) ne copre quasi i due terzi.

Nella fascia sotto i 20.000 euro, che rappresenta circa metà dei contribuenti, arriva appena il 5,6% dell’IRPEF (11,7 miliardi). Solo la sanità per questi 30 milioni di persone costa 56,4 miliardi l’anno: la differenza la coprono gli altri.

In cima, meno di 60.000 contribuenti sopra i 300.000 euro pagano il 6,9% dell’IRPEF totale, più di quanto versi, sommando tutto, metà della popolazione.
Chi dichiara oltre 100.000 euro (circa 700.000 persone) copre da solo il 22,4% del gettito, spesso senza accesso a detrazioni e con assegni familiari ridotti.

“Paese di poveri”? I consumi raccontano un’altra storia

Se si guarda ai redditi dichiarati, l’Italia sembrerebbe un Paese povero. Poi però si guardano i consumi, e qualcosa non torna.
Nel 2023 ci sono stati 1,5 milioni di auto nuove immatricolate, 710.000 compravendite di case e 9 milioni di smartphone acquistati.
Eppure, i contribuenti sopra i 100.000 euro sono solo 626.000.

“Abbiamo troppi ricchi fantasma”, dice Brambilla: persone che dichiarano poco ma spendono molto.

Un welfare che costa più delle imposte dirette

Dal 2016 in poi, le imposte dirette — IRPEF, IRES, IRAP e sostitutivenon bastano più a coprire le spese di sanità, assistenza e servizi locali.
Ogni anno servono 20–25 miliardi di IVA e accise per chiudere i conti.

Nel frattempo, la voce “assistenza” è esplosa: rispetto al 2008, è cresciuta del 125%, ma i poveri assoluti sono aumentati da 2,1 milioni a 5,7 milioni.
Le domande ISEE hanno superato i 10 milioni di famiglie, circa 30 milioni di persone: numeri che rendono lo strumento sempre meno selettivo.

Complessivamente, tra sanità, assistenza e scuola, la redistribuzione pubblica vale 234 miliardi, più di una volta e mezza il gettito IRPEF.

Evasione, cuneo e salari: il motore che si inceppa

“Il sistema grava su pochi”, sintetizza Cuzzilla, “mentre evasione e sommerso continuano a premiare chi si sottrae alle regole”.
Il problema è anche salariale: un lavoratore italiano guadagna in media oltre 10.000 euro in meno di un tedesco. Con stipendi così bassi, è difficile aumentare gettito e consumi.

Tra le proposte: usare la tecnologia per combattere l’evasione, detassare straordinari e premi, ridurre stabilmente il cuneo fiscale, e puntare su merito e lavoro femminile per allargare la base imponibile.

Flat tax, bonus e ISEE: effetti collaterali

La flat tax sotto i 26.000 euro, spiegano gli analisti, aiuta poco e rischia persino di incentivare il nero, se la deduzione forfettaria non copre i costi reali.
Quanto ai bonus, ormai più di un centinaio, servirebbe una grande operazione di semplificazione: legarli al reddito netto, non al lordo, per evitare esclusioni ingiuste.

L’ISEE, usato sempre di più, finisce per diventare un motore di sommerso se spinge a dichiarare il meno possibile.
Tra le proposte, la creazione di una banca dati unica dell’assistenza, che coordini Stato, INPS, INAIL e Regioni.

Territori: chi paga e quanto

Il Nord versa il 56,7% dell’IRPEF, mentre Centro e Sud si fermano poco sopra il 21% ciascuno.
Ma è guardando al dato pro capite che il divario salta agli occhi: al Sud la media è di 2.244 euro per abitante, poco più del costo della sanità (2.222 euro).

Sull’IVA il gap è ancora più netto: 860 euro pro capite al Sud, contro 3.615 al Nord e 3.395 al Centro.
C’entra l’evasione, ma anche il fatto che in molte zone del Mezzogiorno i consumi “in chiaro” restano più bassi.

Gli indici ISA, che misurano l’affidabilità fiscale, lo confermano: in alcune categorie fino al 70% delle attività ottiene punteggi sotto 8.

Sanatorie e crediti inesigibili: la spirale da spezzare

Dal 2000 a oggi l’Italia ha approvato 14 sanatorie fiscali: rottamazioni, “pace fiscale”, saldo e stralcio.
Nel frattempo, nei magazzini della riscossione si sono accumulati 1.272 miliardi di crediti, di cui 408 miliardi ormai inesigibili.

Il suggerimento tecnico è drastico ma realistico: stralciare l’inesigibile e avviare controlli sui conti correnti, come già fanno Francia, Spagna e Germania, per rompere il circolo vizioso delle continue sanatorie e restituire certezza al sistema fiscale.

La politica: taglio IRPEF e incentivi alla crescita

L’on. Barelli ha rilanciato la proposta di tagliare di due punti l’aliquota IRPEF fino a 60.000 euro di reddito (dal 35% al 33%), idea sostenuta da Tajani e discussa con MEF e Presidenza del Consiglio.

Il viceministro Leo ha ricordato che la riforma a tre aliquote (23–35–43%) è diventata strutturale e che la trasformazione del cuneo contributivo in cuneo fiscale ha ampliato i beneficiari.
Tra le misure citate: “chi più assume, meno paga”, la detassazione dei premi di produttività e nuovi incentivi per l’occupazione.

Priorità per la prossima manovra, compatibilmente con i vincoli europei: ridurre il 35% nella fascia 28–50 mila euro e rafforzare le detrazioni per le famiglie con figli.

Un ponte fiscale sempre più fragile

Cuzzilla usa un’immagine efficace: il ponte che collega la produzione di ricchezza all’equità sociale. Un ponte che oggi “scricchiola”, perché troppi lo attraversano senza contribuire.

Per Brambilla, la direzione è chiara: senza selettività delle misure e un contrasto serio al sommerso, le imposte dirette non basteranno più, e si continuerà a drenare risorse da IVA e accise, oppure a spingere su debito e pressione fiscale per chi già paga.

Per evitare la “trappola del ceto medio”, servono scelte strutturali: basi imponibili più ampie, salari più alti, meno bonus a pioggia, incentivi a chiedere fattura e un welfare più mirato e sostenibile.

 

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